CRONISTORIA

November 18, 2014 in IO C'ERO, NEWS

“Ragazzi siamo quasi arrivati, alzatevi…” “si, adesso mi alzo, aspetta un attimo…” le gambe in fiamme mi sudano e il calore divampa verso l’esterno. Mi sollevo dal materasso e mi avvicino a tentoni ad Enrico che è già in piedi e sembra che si muova a fatica anche lui. Poco dopo ci raggiunge anche Paolo che sta dormendo nel letto sopra di me. Siamo a Cortemaggiore a pochi km da casa.
Davide, fenomenale “mind coach” di questa nostra avventura, viaggia con una bella e azzeccata colonna sonora a base di Queen, U2 e Rolling Stones durante tutto il viaggio di ritorno.

Quando stiamo per varcare il cancello di casa il camper vibra al suono di “we are the champions!”. Usciamo dal camper, siamo a casa! Tutta la LUMEN ci accoglie calorosamente ricoprendoci di abbracci, baci e sorrisi ricchi di commozione, gioia e ammirazione per l’impresa che siamo riusciti a portare a termine. La 100 km del Passatore!!
L’idea di partecipare ad una ultramarotona nasce da Bruno, un caro amico di LUMEN che la ripete ogni anno da ormai 10 anni. Noi decidiamo di accompagnarlo in questa impresa e incominciamo ad allenarci in modo più o meno serio.
L’allenamento prevede tre uscite settimanali di almeno 20-30km ciascuna. I mesi passano e l’allenamento continua, e giunti in prossimità della gara azzardiamo qualche uscita più lunga. Gli impegni di lavoro sono tanti e trovare il tempo per allenarsi non è facile. Personalmente in aprile oso una maratona in solitario e completo i 45km in 5h45′ ma a fatica e con crampi diffusi a tutte e due le gambe. Risultato? non sono di certo pronto per una 100!! Con i fantastici compagni di viaggio Paolo ed Enrico ci motiviamo a proseguire in direzione del conseguimento del nostro obiettivo iniziale. Il 24 maggio si avvicina. La preoccupazione cresce di giorno in giorno. Il giorno prima della gara mi capita di fare uno strano incubo. Sogno che con un coltello mi taglio i polpacci. E nel sogno provo la sensazione di immobilità alle gambe. L’obiettivo è quello di attirare l’attenzione delle persone care. Insomma, è evidente che la preoccupazione è alta. La mattina della partenza per Firenze, mentre sbancalo legna, la sponda di un cassone di metallo mi cade sulla gamba destra, in corrispondenza del polpaccio. Ora la preoccupazione aumenta a dismisura, tutti mi chiedono se ma la sento, se voglio restare a casa. Da buon atleta che ha alle spalle un allenamento di 6 mesi e ha tanto atteso l’arrivo di questo momento, non mollo e decido di partire. In fondo la botta è lieve, ho solo un colpo al polpaccio. Vado a casa e mi preparo un impacco di argilla e urina. Potenti antinfiammatori naturali.
Finalmente il pomeriggio alle 18 si parte. Decidiamo di farci fare da Giacomo del riso con un po’ di grano saraceno condito con tamari, olio e sale. Noi siamo 3 vegan runners! Il camper di Davide è carico. Soili ci consiglia di fare delle misurazioni prima, durante e dopo la gara con peso, glicemia e ph delle urine. Per monitorare l’impresa anche dal punto di vista fisiologico. Si parte! Tre ore di strada e siamo a Firenze. La cena da Bruno è ricca, io mangio due piatti di pasta, pane e frittata. Sono le 23, è tardi! Ci fermiamo a dormire da Bruno ma sul camper.
Ore 8, Davide ci sveglia tutti e andiamo a fare colazione da Roberta e Bruno. Mi sforzo di mangiare il più possibile ma senza esagerare. Sono agitato, non parlo ma Paolo ed Enrico mi dicono che ho un espressione abbastanza perplessa, con gli occhi sgranati. A pranzo mi riempo di pasta aglio e olio che Bruno ha fatto preparare per noi. C’è anche Elena con noi che si è fatta fare una steadycam per fare le riprese e prima di partire vuole farci delle interviste. Siamo tutti e tre emozionatissimi riusciamo a dire poco e niente. Davide per aiutarci ci fa un induzione, attraverso una metafora, che può esserci utile ricordare nei momenti di difficoltà. Io devo immaginare di essere un lago che man mano che la corsa prosegue può attingere acqua da altri laghi superiori e affluenti, questi laghi sono sempre pìù grandi e l’acqua sempre più fresca, fino a raggiungere un ghiacciaio molto grande che alla fine è in grado di raffreddare la mente e i pensieri. La concentrazione è sulla gara e la tensione in me è alta. Alla fine mi scappa qualche lacrima mentre Davide mi fa l’intervista. Prepariamo gli zaini con i cambi che lasceremo sul camper, e salutiamo Davide che rincontreremo più o meno al 35 km per il primo vero “pit stop” della maratona. Attacchiamo il pettorale alla maglietta, ci spalmiamo un po’ di vasellina su piedi, ascelle e inguine per evitare abrasioni; e pronti! Si parte!
Sono le 14:30, arriviamo in centro a Firenze, scendiamo dalla macchina e percorriamo un km a piedi per raggiungere Piazza delle Signorie da dove parte la maratona. Bruno è ormai un personaggio conosciuto della maratona del Passatore e come ogni anno due giornalisti della televisione lo aspettano alla partenza per fargli la consueta intervista. Più ci avviciniamo alla piazza più la folla si accalca e si fa fatica a procedere, dobbiamo stare attenti a non perdere di vista Bruno altrimenti non lo ritroviamo più. Proseguiamo quasi per mano dietro a Bruno. La tensione aumenta. Mi guardo in giro, ce n’è di tutti i gusti: giovani, smilzi, sovrappeso, obesi, vecchietti, donne, giovani e giovani culturisti. Alcuni con lo zaino pieno di cose, altri con le borracce piene di liquidi colorati. Mi sforzo di non pensare a niente che possa aumentare la mia preoccupazione, mi limito ad osservare le persone che come me si stanno preparando ad intraprendere una sfida tale. 100 km da Firenze a Faenza attraversando l’appennino fino a raggiungere, durante la notte, un altezza massima di 985m. Una parte di me sa bene di potercela fare ma l’altra allo stesso tempo è preoccupata perché non ha idea a cosa va incontro. Non vedo l’ora di partire, sono certo che una volta in movimento queste tensioni verranno smorzate da altri pensieri più contingenti come il non perdere di vista i miei compagni di viaggio: Enrico, Bruno e Paolo.
Alla partenza siamo circa 2500. Una carovana di persone che non finisce più, e noi essendo quasi in prima fila ci defiliamo sulla destra e qualche istante prima dello sparo che da il via alla gara mi accorgo che c’è anche la mitica Elena, di 19 anni, ed è venuta li per noi, per fare le riprese. Non ci capacitiamo come possa essere riuscita ad arrivare sin lì, è riuscita persino ad arrampicarsi a cavalcioni su di una transenna. Alle 15 in punto, il via. Riusciamo a non perderci tenendoci defilati sulla destra, siamo tra i primi in fila quindi centinaia di persone ci supereranno nell’arco di pochi metri.
Incominciamo con una corsetta leggera, liberatoria. Sorrido felice sentendo il mio corpo libero di sfogare nel movimento la tensione accumulata. Mi guardo intorno con un occhio solo perché non posso permettermi di staccarmi dagli altri altrimenti so non li avrei più ritrovati in mezzo a cosi tanta gente. Mi diverto a leggere le magliette dei maratoneti che mi superano cercando qualcosa di famigliare, guardo cosa portano con se, che tipo di indumenti tecnici indossano. Sono felice di notare che molti hanno gli stessi gambali rinforzati per proteggere i polpacci che qualche giorno prima avevo acquistato anche io. Vedendo tante persone con a tracolla lo zaino, pieni di cambi, provviste di cibo e acqua, penso di essere fortunato ad avere un camper e due persone come Davide ed Elena venuti a posta per sostenerci e rincuorarci in questa incredibile sfida contro ogni aspettativa. Durante i primi km l’atmosfera è molto festosa, le persone si rincontrano, si fanno forza e si augurano una buona maratona: “Ci vediamo più avanti!” “Non correre troppo!” “Ci vediamo a Marradi!” si dicono. Una volta usciti da Firenze inizia la prima salita impegnativa e iniziamo a camminare. Dopo pochi km il primo ostacolo: devo avere la scarpa allacciata male o il chip messo male perché mi comincia a dar noia il dorso del piede destro. Mi fermo più volte a slacciarmi e riallacciarmi la scarpa e riparto di corsa per raggiungere gli altri. Provo ad allentare un po l’allacciatura della scarpa ma non risolvo il problema e deduco quindi che il dolore sia dovuto alla botta presa il giorno prima. Proseguo camminando mentre la strada si inerpica in direzione Fiesole. Uno stuolo di persone davanti e dietro di me. Da Fiesole il panorama è bellissimo. In pochi km siamo saliti molto in alto e ora si vede tutta Firenze dall’alto.
Siamo insieme, Paolo ed Enrico stanno vicino a Bruno, parecchie persone passando salutano Bruno. Io me ne sto in silenzio, cammino e mi osservo. Mi distraggo osservando le persone che ho attorno e mi superano. Il fatto di sapere che ci sono parecchi anziani che la ripetono ogni anno mi da fiducia. Mi dico: “Figurati se non ce la posso fare io, che ho poco più di trent’anni!” In questa fase della corsa più volte mi accorgo di sentire un moto di andare avanti da solo, pensando: “Tanto al massimo mi riprendono più avanti”. La camminata dopo un po’ annoia! Paolo si avvicina a me e mi chiede cos’ho. Dice di vedermi con un energia un po’ bassa… Paolo mi risponde che non conoscendo la maratona è importantissimo stare insieme, inoltre non si può correre in salita perché si rischia poi di rimanerci dentro, di non farcela più ad andare avanti. Bruno ce lo ha ripetuto tante volte.
Sto bene, le gambe incominciano ad andare da sole ad un certo punto. Ogni tanto Paolo ci da il tempo, il tempo trascorso dalla partenza. In allenamento ho sempre corso e camminare per cosi tanti km mi risulta strano. Una parte di me si spaventa all’idea di sapere che in 3 ore abbiamo fatto solo 18 km. Ad ogni ristoro mi bevo 1 o 2 bicchieri di acqua naturale e uno spicchio di mela. Siamo tra gli ultimi. Per terra, ai bordi dei marciapiedi, sia a destra che a sinistra, ci sono cumuli di rifiuti dei maratoneti passati prima di noi. C’è anche qualche bambino che appostatosi davanti a casa offre un getto d’acqua ai passanti accaldati. Qualcuno ci incita e incoraggia urlando qualcosa. La maratona del passatore è ancora lunga, possiamo dire che non è ancora cominciata. Ci stiamo solo riscaldando. “La gara inizia stanotte!!” ci diceva Bruno. Superata la prima salita si scende un po’ per poi risalire ma ora siamo al primo vero pit stop organizzato da Bruno a Vetta le Croci (518m). Bruno immerge i piedi in un catino che Roberta gli ha preparato e cambia calze e scarpe. Io decido di continuare cosi come sono, fa ancora caldo, sto bene, risparmio le forze per dopo. Mangiamo qualche ciliegia che Roberta gentilmente ci ha offerto e ripartiamo di buon passo in direzione Borgo San Lorenzo, dove ci aspetta Davide con il camper. Quasi tutta discesa, finalmente si corre un po’, si scende verso Borgo San Lorenzo. Fa fresco ed avendo scelto di restare con solo la canotta, ho un po’ di fresco. Corro per scaldarmi un po’. Siamo vicino a San Cresci, Bruno ci fa vedere che alla nostra destra poco più avanti si estende il territorio di San Cresci. Per la testa mi balenano parecchi pensieri, tutti focalizzati su come avrei affrontato l’intera notte sveglio, correndo e camminando in direzione Faenza. Una delle preoccupazioni principali è il cambio indumenti, la cena e la salita notturna verso Casaglia. “Non siamo neanche ad un quarto di percorso!”. Per distrarmi ogni tanto faccio qualche battuta con Enrico e Paolo, per alleggerire la fatica. Correndo si arriva prima, siamo quasi a Borgo San Lorenzo e sono le 19:30.
Per strada a qualsiasi andatura vai hai sempre qualcuno sia avanti che dietro, ti trovi in mezzo ad una catena interminabile di persone lunga ore e ore. Incomincio a notare che da un po’ di tempo non facciamo altro che incontrare maratoneti di una certa età, pochissimi giovani. Contando i km percorsi e il tempo impiegato calcoliamo che di questo passo saremmo arrivati l’indomani verso le 9-10 del mattino. Ci mancavano ancora 13 ore di strada per Faenza!!! incomincio a pensare in quale impresa stoica ci stavamo imbarcamenando. Devo dire che in nessun momento ho pensato che non ce l’avrei fatta, neanche nei momenti più difficili, in quanto fino alla fine ho sentito che di energie ne avevo ancora. Come dice Bruno: “passo dietro l’altro si arriva!” oppure “in salita un si horre! In discesa si horre!” oppure “La maratona incomincia a Marradi!” questa ultima affermazione mi colpisce particolarmente infatti mi rimane in testa per parecchio tempo. Raggiungiamo il camper di Davide, è ora di fare le prime rilevazioni: ph, glicemia e peso. Io cambio totalmente indumenti, mi preparo già per la notte. Pantaloni aderenti lunghi, cambio calze e scarpe, maglietta e doppia maglia a maniche lunghe, la seconda decido di legarmela in vita. È ora di cena, nessuno di noi ha fame ma non sapendo bene quando saremmo riusciti a rincontrare il camper decidiamo di aprire un barattolo di semi e miele e condividere. Si parte, il sole è quasi giù e a noi ci aspetta una lunga e faticosa notte. Inizia l’avventura, un brivido di adrenalina mi attraversa il corpo. Mi sento in ottima forma, sono felicissimo di fare questa esperienza, sento che è importante per me. Quando riesco ad usare la mente nel modo più proficuo i dolori è come se svanissero e acquisisco nuove forze. Immagino di attingere a nuovi serbatoi di energia proprio come ci suggeriva Davide prima di partire. La prendo di petto, incomincio ad immaginarmi tagliare il traguardo stanco ma felice ed orgoglioso. Pochi km di discesa ed inizia la salita, la salita per Casaglia. Prima di cominciare la salita mi mangio due barrette energetiche del Naturasi. Camminiamo. C’è buio, siamo in mezzo al bosco e non c’è nemmeno la luna ad illuminarci il cammino. Lo scenario è meraviglioso, in alto nel cielo ci sono le stelle, tantissime! Silenzio. Questa parte del percorso è quella più introspettiva, non viene di certo voglia di parlare. Ognuno porta la propria attenzione dentro di se. Le ore passano e la temperatura si abbassa. Incomincio ad avere freddo. La luce del mio faretto notturno si scarica. Paolo e Bruno che hanno più gambe di me ed Enrico proseguono ad un passo un po’ più sostenuto del nostro. Noi restiamo indietro ma di poco. Sono ormai parecchie ore che camminiamo solamente e la temperatura del corpo è scesa. Ho freddo. Sono le 23:00 e siamo al 40 km, si comincia ad incontrare sempre meno gente, siamo in coda. La strada s’inerpica sull’appennino tutto sommato non con una pendenza esagerata come mi aspettavo. Scegliamo una traiettoria che taglia da ciglio a ciglio di strada ad ogni curva. Si cammina, di strada ancora ce n’è tanta da fare, “in salita non si horre!” Facciamo questo pezzetto seguiti da due donne che hanno una macchina al seguito che le precede e sosta con le 4 frecce accese ad ogni curva per verificare che tutto sia a posto. Mi viene in mente che delle persone mi avevano raccontato che avevano visto qualcuno farsi caricare in macchina.
Solo il rumore dei nostri passi, l’odore fresco del bosco. Quando si vede una luce in lontananza si sa che quello è un maratoneta che porta in testa un faretto. Ad un certo punto incontriamo il cartello che indica i 42,195km che rappresenta la lunghezza ufficiale di una normale maratona. Io nel buio non l’avevo neanche notata, è Enrico che me lo fa notare. Ogni punto ristoro a questo punto della corsa diventa un piccolo traguardo oltre che l’occasione per mandare giù qualcosa e tirare il fiato. Un bicchiere d’acqua, due spicchi di mela, un pezzettino di piadina se c’è. Ormai è l’1:00. Ad un ristoro chiediamo quanti km mancano al passo di Casaglia. Ci dicono che manca poco. Una signora appostatasi con la sedia sul ciglio della strada ci informa che quella che abbiamo davanti è l’ultimo vero tratto di salita. Poi inizia la discesa. Stiamo per raggiungere Casaglia, ci sono 9 gradi. Ho molto freddo, pur avendo addosso tre strati. È più un freddo che viene da dentro. Sto andando oltre un limite che mi sono messo, sto attingendo a nuovi serbatoi di energia, energia che non so di avere. Il mio corpo deve reagire ed ho freddo. Ho mangiato veramente poco ma non ho fame, in queste condizioni l’organismo non è in grado di metabolizzare gli alimenti. Spenderebbe inutilmente energie che gli servono. Il mio corpo lo sa, infatti non ho assolutamente fame. L’unico pensiero in testa sembrerebbe quello di macinare km, i km che mi separano da Faenza. Dopo così tanti km il corpo è vivo, i muscoli sono reattivi, i dolori ci sono ma non si sentono più come prima, sono piccole contratture. Ne ho una che si fa sentire più di tutte e mi da noia. È dietro il ginocchio destro, al cavo popliteo. Passo di Casaglia. Gran premio della montagna completato. Dopo il ristoro ci fermiamo a ricevere il massaggio. C’è un capannone sulla sinistra riscaldato con all’interno 6 lettini. Troviamo Bruno e Paolo che stanno ricevendo un massaggio, hanno un’ aria serena, occhi vispi, ci sorridono. Fa freddo, tolgo solo calze e scarpe e mi limito a tirare su gli scaldamuscoli, senza spogliarmi. Ricevere il massaggio non è per niente piacevole, i muscoli sono pieni di acido lattico e le manovre insistenti dei massaggiatori su quadricipiti e polpacci non sono per niente rilassanti. Un male boia! Devo ripartire! i ragazzi mi stanno aspettando, fa freddo, non posso farli aspettare, se ci si attarda troppo ci si raffredda troppo e poi diventa difficile riscaldarsi! Anche se ora la salita si può dire che è finita! Inizia la discesa, siamo al giro di boa! Sono 50! Al ristoro mangiamo un po’ di uvetta, mela e thè caldo. Si riparte tutti insieme. Ho freddo, ora che mi sono fermato lo sento ancora di più, vorrei correre, ma sento che devo restare con il gruppo, non ho idea di cosa mi aspetta ancora. Bruno è una risorsa per noi, siamo fortunati a correre insieme a lui, lui conosce il percorso. Bruno ci suggerisce di preservare le forze, di non azzardare troppo a spingere perché se no fra qualche ora non ne abbiamo più. Quindi ci rassegniamo a mantenere il solito ritmo di marcia.
Sono momenti di buio interiore. Mi spingo avanti passo dopo passo, so di avere ancora energia, ma il freddo è tanto e, dato per assodato che coprirsi non serve a niente, cerco di non portare attenzione al disagio e andare avanti. Sento che l’unico modo che ho per riscaldarmi è correre, ma non è opportuno adesso. Questa posso dire è la fase più critica della maratona. Il mio corpo dopo il massaggio si è come addormentato, è freddo dentro. D’altra parte siamo in piena notte. Normalmente a quest’ora il mio corpo riposa. Il camminare non mi riscalda per niente. Sono le 3 del mattino, l’aria fredda della notte mi fa venire i brividi. Con coraggio, determinazione e caparbietà vado avanti a testa bassa. Prossima meta Marradi, al 65 km. È un freddo diverso da quello che sono abituato a sentire, è un freddo profondo, intenso. I muscoli del corpo sono caldi dopo tante ore di corsa, ma la temperatura del sangue è bassa. Non ho fame ma decido di mangiarmi una barretta energetica che ho in tasca. Chissà che aiuti a scaldarmi un po’. Ora le parole di Bruno mi vengono in mente: “Fra poco si parte con la discesa e si inizia a correre.” Bruno però probabilmente è stanco, azzarda un paio di volte una corsetta e poi riprende a camminare. La mente mi porta a contare le ore che mancano all’alba quando la terra ritornerà ad essere scaldata dal sole. Ancora 3 ore!! un eternità! Mi affianco a Paolo gli dico che ho freddo, anche lui ha freddo e mi dice che fra una decina di chilometri avremmo incontrato il camper e avremmo potuto mangiare un po’ del nostro riso ed eventualmente coprirci con qualche altra giacca tecnica invernale. Il dolore ai muscoli delle cosce non mi permette di correre in modo armonico, mi sembra di zoppicare o comunque di poggiare il peso del corpo solo da una parte. Mi sento rigido e freddo, ma non stanco. In questa fase della gara incontriamo pochissime persone, nessuno parla più. Solo l’incalzare dei passi, uno dietro l’altro, inesorabilmente. Sto portando luce dove prima c’era buio dentro di me…non mi posso fermare…il corpo attinge a nuove energie che non sa di avere.
Sto da dio a parte i dolori qua e la e il freddo. Ci avviciniamo a Marradi. Ecco il camper di Davide parcheggiato sul ciglio della strada. Mi avvicino, busso al vetro, Davide si sveglia di colpo e mi apre la portiera. Entro nel camper, mi cambio le scarpe, metto un’altra felpa calda e bevo qualche sorso di acqua benedetta. In questa fase della gara è meglio non fermarsi. Ne ho avuto conferma dopo il massaggio, che fatica rimettersi in moto!!
A Marradi ci sottoponiamo al secondo dolorosissimo massaggio. Nel locale adibito a sala massaggi ci sono tutti i lettini occupati. Dobbiamo attendere che si liberi un lettino per ricevere il massaggio. Osservo attorno a me, La maggior parte delle persone sdraiate erano anziane. Giacevano inermi imbacuccati sotto la coperta di lana.
E’ qui che io e Paolo decidiamo di allungare il passo e di staccarci definitivamente dal gruppo. Era da un po’ che ci balenava in testa questo pensiero, e forse quello scenario ci aveva fatto prendere coraggio. Ci dispiaceva mollare gli altri! Ma alla fine concludiamo che era giusto cosi…. Io e Paolo siamo d’accordo sul fatto che dato che oramai la salita è finita, possiamo correre e quando siamo stanchi possiamo rallentare per recuperare muscolarmente. Avvisiamo Enrico e Bruno e partiamo. Mi Sembra di correre sulle uova. I muscoli sono irrigiditi dal freddo e dallo sforzo. Corriamo per un chilometro forse, poi dobbiamo recuperare. C’è vento, fa freddo, siamo ancora ad una buona altitudine, si scende poco alla volta.
Andiamo avanti cosi per un po’, alternando la corsa alla camminata. Poco a poco la temperatura corporea inizia a salire, iniziamo a scaldarci anche se fuori fa freddo ancora. Il dolore alle gambe c’è, il male più forte c’è l’ho ancora in corrispondenza del cavo popliteo destro, dal 30 km quel dolore non mi ha mai abbandonato. Mi sono limitato a coccolarlo con il pensiero, o a concentrarmi su altro: sul grande obbiettivo da raggiungere, il traguardo. Mano a mano che la temperatura del corpo sale, e i muscoli si riscaldano, mi accorgo che anche i dolori diffusi qua è la si fanno sentire meno, tranne il dolore al cavo popliteo. Subito la corsa, sollecitando l’articolazione del ginocchio, mi amplifica il dolore. E con una smorfia di dolore mi devo fermare per recuperare. Andiamo avanti cosi per un po’. Cominciamo a recuperare posizioni. La maggior parte delle persone che incontriamo hanno più di 50 anni! Tantissime! Alcuni con lo zaino in spalla. Impresa epica, stoici, probabilmente se la facevano da soli, senza nessuno al seguito. Dopo un po’ di corsa il dolore lancinante al cavo popliteo incomincia a diminuire considerevolmente. È come se la mente avesse cancellato il dolore per dare spazio totale alla fiducia nel raggiungimento dell’obbiettivo che mi ero imposto. Paolo, grande compagno di viaggio, lascia a me scandire il passo. Decido io quando correre e quando camminare. Lui ha più gambe di me. Sono 70! stiamo tenendo un buon passo per essere al 70 km. Ci rifocilliamo all’ennesimo punto ristoro. Spicchio di mela, fetta di pane e acqua e si riparte. Io e Paolo corriamo vicini come due fratelli, ogni tanto scambiamo qualche parola, ma a questo punto della corsa non c’è spazio per le parole. C’è solo presenza! Essenza! Paolo più volte si assicura della mia condizione fisica, mi chiede se è tutto ok. Io sento che vorrebbe andare, che ne ha e che vorrebbe inserire una marcia più alta, che essendosi scaldato ora fa fatica a mantenere il mio stesso ritmo. Lui terrebbe la corsa per più tempo di me. Arrivati al ristoro del 75 km decidiamo di separarci. Paolo continua a ripetermi che dovremmo accorciare il tempo del recupero perchè altrimenti non riusciamo a scaldarci ma io non me la sentivo ancora. Avevo in mente i km che mi mancavano al traguardo. Non me la sentivo di esagerare perché non ero sicuro di avere ancora nelle gambe quei 25 km che mi mancavano alla fine. Io volevo arrivare a destinazione, prima della chiusura della gara: le 10am. Paolo mi saluta, mi sorride, e mi dice: “Ci vediamo a Faenza!”. Si allontana velocemente ad un altro passo, nel giro di pochi secondi lo perdo di vista. Comincia ad albeggiare, Il cielo comincia a schiarirsi. Solo il pensiero di vedere presto il sole mi rincuora e mi rassicura, manca ancora un bel pezzo ma ormai è fatta. Supero diverse persone che oramai camminavano, storte, irrigidite dal freddo, sofferenti. Incontro sempre meno curve, la discesa sta finendo, mi sto avvicinando a Faenza. Lunghi rettilinei e al ristoro la gente mi informa che mancano pochi chilometri alla Brisighella, poi c’è Faenza, ma per Brisighella c’era ancora da fare una piccola salita. Alla luce del sole è tutto più semplice. Tutto attorno a me appare perfetto, e sento, un passo dopo l’altro, un senso di orgoglio misto a gioia per la grandiosa esperienza che stavo per portare a termine.
Sono le 7 mi sto avvicinando ad un centro abitato. E’ la Brisighella! 85km. L’ultimo paese prima di Faenza. Mi tolgo la maglia tecnica pesante e me la lego in vita, ora sono al caldo, finalmente. La strada va avanti dritta davanti a me. Ho il sole all’orizzonte, esattamente dritto davanti a me! I primi raggi di sole mi scaldano il viso. Che meraviglia! Ecco Davide! Ha accostato il camper sul ciglio della strada e mi sta aspettando. Faccio le mie rilevazioni, ph, glicemia e peso. Davide appositamente non mi da i risultati. Mi libero della maglia tecnica pesante, bevo un po’ d’acqua benedetta e riparto. Davide mi informa che Paolo stava per arrivare al traguardo e che adesso lui sarebbe corso lì per supportarlo negli ultimi chilometri. Ho pensato: “ Grande Paolo!! …Sto arrivando!”
Mi mancano 15km, pensavo….Continuo ad alternare corsa a camminata. Ho bisogno di camminare per non sovraccaricare troppo, in fondo non sento un muscolo delle gambe che non mi faccia male… ma oramai niente mi può più fermare, intanto conto i km che mi mancano al traguardo. Alla Brisighella c’è la possibilità di ricevere un massaggio, ma io non ci penso neanche, tiro dritto. Vado avanti, supero qualcheduno. Al 90 km incontro di nuovo Davide, questa volta in bicicletta. Mi fa fermare, mi sorride orgoglioso e commosso, mi dice: “Ti mancano 10 km, Paolo è arrivato tutto a posto, Enrico e Bruno sono una decina di km più indietro, stanno bene!” Il sole comincia a scaldare, percorro un lungo rettilineo, la strada è trafficata, le macchine mi sfrecciano vicine, in lontananza vedo davanti a me una processione di zombie che si avvicina a Faenza. Più allungo il tempo della corsa più le gambe vanno da sole. Ormai ho forgiato dentro di me il pensiero del successo, e non sento più il dolore e la fatica. Al 95 km incontro Elena in bicicletta con la sua macchina fotografica. Mi sorride anche lei orgogliosa e mi dice che mi avrebbe accompagnato fino al traguardo. La cosa mi da una grande forza e dopo pochi km incomincio a correre e non smetto più. Mi faccio gli ultimi 3 km in corsa senza mai fermarmi. Le gambe mi vanno da sole. Mi commuovo mentre Elena si complimenta con me, mi dice: “sei un grande, Se! Ce l’hai quasi fatta, manca pochissimo”. Me lo ripete. Le parole di Elena mi danno tanta forza, corro e non mi fermo più fino a Faenza. Piango e rido contemporaneamente. Supero tante persone. Ricevo tanti applausi, sono alle porte di Faenza, mancano 2 km, ce l’ho fatta! Non sento più la stanchezza, mi sforzo di mantenere quel passo, ormai sono arrivato. Mi sento una gazzella, corro fresco e con il sorriso sul volto, come se mi fossi appena alzato dal letto. Attraverso il centro di Faenza, pochi metri al tappeto blu, ci sono ancora delle persone ad incoraggiare i maratoneti al traguardo. Alzo le braccia al cielo e taglio il traguardo dopo 17 ore e 34 minuti. Subito vedo Paolo sulla linea del traguardo, mi sorride e mi applaude, felice e commosso, è insieme ad un signore tedesco con cui avevo scambiato qualche parola durante la salita.
La 100 km del Passatore è stata per me un esperienza indimenticabile che porterò sempre con me. E che potrò usare all’occorrenza quando mi troverò di fronte ad un ostacolo, pur grande o piccolo che sia. E’ stata un esperienza che mi ha fatto capire in primo luogo quanto sia importante saper controllare i propri pensieri, e quanto nella vita sono succube della mia mente, perché non so cosa sto pensando. Ho compreso quanto tempo spreco vivendo nel sonno. Ho compreso quanto la mente può creare il mio futuro. Quanto un pensiero negativo mi può limitare nella vita. Ho compreso che ognuno di noi ha molte più forze e capacità di quelle che pensa di avere. Grazie a questa esperienza ho potuto provare la sensazione di ad andare oltre il dolore fisico, di grande soddisfazione e appagamento per il raggiungimento di un obbiettivo prefissato alto.
Per questo sono grato a Paolo, Enrico e Bruno, formidabili compagni di viaggio senza i quali non sarei mai arrivato alla fine. Grazie a Elena e Davide che ci hanno sostenuto durante la gara con tanto amore. Grazie a tutti i volontari che hanno lavorato per la realizzazione di questo evento. Grazie di cuore! Vi voglio bene, porterò con me per sempre il ricordo di questa meravigliosa giornata…

Sergio Zacheo