Caro Alberto ti scrivo… di Luca Vazzoler

giugno 28, 2018 in IO C'ERO, NEWS

Caro Alberto,

Sai che mi piace condividere con te i racconti legati alla corsa, tutte quelle emozioni che ci passano attraverso, le dimensioni ed i collegamenti a volte imprevedibili delle esperienze, che come le stelle nel cielo appaiono lì fine se stesse quando invece sono parte della stessa galassia. Storie che trovano un senso compiuto, o più compiuto, solo quando le si guarda dalla giusta prospettiva: la visione d’insieme.

Mai come oggi vedo un chiaro filo conduttore che parte dall’acquisto delle mie prime scarpe da corsa e arriva a Faenza, Piazza del Popolo, 27 Maggio 2018, ore 03:28. Una semiretta che continuerà anche dopo il punto di Faenza e come da definizione tenderà all’infinito. Potrei scriverti per ore, giorni e riempire un libro solo coi punti più significativi… evito – per il momento! – e mi soffermo sulla 100 Km del Passatore, il Mio Passatore.

La storia del Passatore ci si aspetta che parta da Firenze, ti dico subito che la mia parte da Conegliano, Ottobre ’17, con i primi pensieri, i primi “test” (come già ti scrissi), l’inesperienza che crea al mio interno quella sensazione di vuoto colmata da curiosità, passione, sacrifici, tenacia, voglia e affetto degli amici; un turbinio di emozioni che ha inevitabilmente inglobato paure, dubbi e problemi di vario genere e che mi ha accompagnato per tutto questo lungo viaggio.

A conti fatti, il mio Passatore è durato 2.100 km. Casualmente 2000 tondi più 100 km da Firenze a Faenza. Non riesco proprio a vederli slegati tra di loro ed è stato bellissimo rivivere nei pensieri quei primi 2000km durante gli ultimi 100, mentre in solitaria prendevo coscienza che stavo dando un senso a tutto questo percorso.

L’ultimo mese di preparazione, che vuol dire parte finale del carico e scarico finale, non è andato bene e ne ero fin troppo consapevole. Complice sicuramente il caldo arrivato d’impatto a fine Aprile che ci ha colti un po’ tutti impreparati, con l’aggiunta di situazioni extra sportive impegnative e stressanti che forse risucchiavano più energie del dovuto, ma d’altronde cosa si può fare a quel punto? Mollare tutto? Dai, impossibile.

Porto nei miei bei ricordi la tua telefonata un paio d’ore prima della partenza, mentre mangiavo un piatto di riso in bianco in un ristorante poco distante dal ritiro pettorali. Già dall’inizio della giornata era un continuo di messaggi incoraggianti che mi facevano sentire come un grande atleta, poi le tue domande in confidenza ma molto professionali che parevano quelle di un giornalista alla tipica intervista pre-gara di un toprunner mi hanno fatto molto piacere, fino a confidarti – finalmente – i dubbi delle ultime settimane ma soprattutto un costante lieve dolore alla pianta del piede destro, maledettamente troppo simile ai primi sintomi della fascite plantare avuta qualche anno fa. A parte Carol, non lo sapeva nessuno fino a quel momento.

 

Il caldo in centro a Firenze supera i 30°, ero pronto a questa possibilità visto l’andamento climatico delle ultime settimane, quindi la mia ultima settimana di preparazione prevedeva una parte mentale data da un forzato ottimismo e abnegazione di ogni pensiero negativo, più una preparazione fisica data da cibo sano (leggermente interrotta da 2 giorni a Roma per lavoro…) e soprattutto tanta, tanta acqua. A posteriori sono certo che il bere tanto, in particolare nei 2 giorni precedenti la gara, è stato fondamentale.

 

Fin a vedere il cartello che con una freccia indica “PARTENZA – 100km del Passatore”, mi emoziono. Quel cartello è lì anche per me. Tra le decine di migliaia di presenti, parla a me. Ora tocca a me. Devo dire che a parte qualche pensiero il per tanto caldo non ero né spaventato né troppo emozionato. I fantasmi delle mie paure che spesso venivano a farmi visita nelle settimane immediatamente precedenti di colpo non si facevano più sentire, avevo raggiunto finalmente quel minimo di serenità che mi ha permesso di arrivare al gran giorno con un discreto equilibrio interiore. Il dolorino sotto al piede destro c’era, ma non me ne curavo più di tanto.

 

Lascio una sacca in macchina di Carol con dei cambi d’emergenza e un paio di scarpe di riserva, ché non si sa mai. Pensa se ti si rompe una scarpa durante una gara del genere, pensa se ti devi ritirare per questo e non perché stai male… meglio non rischiare. Che poi, chi ha mai rotto una scarpa seminuova durante una corsa su strada? Ma perché correre comunque il rischio, fa bene alla testa più che altro (e chi corre può capire cosa intendo). Lascio infine un’altra sacca al camion per il cambio di metà percorso al Passo della Colla, ascoltando i consigli di chi l’ha già corsa questa follia.

 

Sono pronto. Andiamo verso piazza del Duomo, saluto Carol all’ultimo e cerco un posto in griglia. Sono tante tremila persone in quel corridoio, con quella temperatura, così mi piazzo in fondo e inizio a godermi ogni singolo attimo, perché sono lì per divertirmi e assaporare tutto quello che vedrò, incontrerò, vivrò, che mi verrà addosso. Ci metterò ben 4 minuti a passare la linea di partenza dal momento dello sparo.

 

Il clima è caldo di suo ma il calore della folla alla partenza lo supera di buon grado, tra i corridori è tutto un in bocca al lupo l’uno all’altro che ricorda molto il “scambiatevi un segno di pace” in chiesa, siamo tutti fratelli nella stessa famiglia del Passatore con i nostri parenti appena oltre le transenne a salutarci ed incitarci, sembra di partire per un avventura epica. Mi sento forte.

 

Passato il centro di Firenze molto lentamente inizia subito la salita, il caldo invece non passerà per un bel po’. Il primo ristoro è piccolo, affollatissimo, sono tentato a saltarlo ma mi ero promesso di bere a tutti, così con un po’ di pazienza riesco a bere almeno un bicchiere d’acqua. Proseguo, si inizia a vedere Firenze dall’alto, a destra scorgo un personaggio con un grande cartello scritto a mano per tutti noi: “EROI”; faccio in tempo a fotografarlo e a ringraziarlo velocemente, non mi voglio fermare.

 

Inizio vedere dal vivo le località sentite nominare o lette nei racconti innumerevoli volte, in ogni luogo c’è pubblico, supporto ed i ristori anche se all’inizio molto affollati sono pieni di ogni bene bevibile e mangiabile. Ascolto i consigli raccolti nei miei precedenti 2000 km e, come bevo, mangio anche a tutti i ristori poco e spesso.

 

L’arrivo alla Vetta alle Croci decreta la fine della prima salita e quindi un primo traguardo. Il pubblico è favoloso, do il cinque a destra e a manca caricandomi un bel po’, ne ho bisogno: sono passati poco più di 16 km e inizio già a sentire un qualcosa che si potrebbe definire parente della stanchezza. Via, via, pensiamo ad altro, che inizia il piano e un po’ di discesa.

 

Non sono mai stato in questa parte dell’Appennino, la zona di Borgo San Lorenzo mi stupisce per la bellezza del panorama, una strana, grande, zona pianeggiante dentro la famosa catena montuosa, affascinante. Così arrivo al 31esimo km, l’inizio della salita che non ci mollerà più fino al Passo della Colla, questa entità che tante volte mi è stata raccontata come la temibile cima da conquistare. E qui iniziano i problemi.

 

Quella cosa che sembrava stanchezza diventa stanchezza, ora mi diverto un po’ meno. Al km 33 sento un po’ di stordimento, capisco che sta arrivando la prima crisi, francamente speravo di provare sensazioni così più avanti, mentre tornano a farmi visita in pieno giorno quei fantasmi che settimane prima venivano a turbarmi il sonno. “Se sono così a 33 km, come arrivo a farne ancora due volte tanti?” Maledetta testa, questo è l’unico pensiero che non devi partorire! Da adesso vado avanti per obiettivi ogni 10 km circa.

 

Inizio a camminare. Le frazioni di corsa sono pesanti, difficili e tutti intorno a me camminano, sembra una resa collettiva. Ogni tanto con qualcuno ci si fa forza, si corre per qualche centinaio di metri ma poi si torna a camminare. Ripenso alla fatica nel correre 5 km quando iniziai ad approcciarmi a questo sport e come a furia di insistere la testa è andata oltre le gambe. Riprendo a correre: si può fare. Cammino ancora, penso a chi aspetta mie notizie, gente che ho incontrato o conosciuto durante i miei 2000 km, che mi ha dato una mano e aspetta il mio messaggio di vittoria all’arrivo. Riprendo a correre.

 

Carol, dopo la partenza è andata a Faenza a fare il check in nell’albergo così da avere le chiavi della camera sempre a disposizione. Anche se nelle mie previsioni l’arrivo a Faenza sarà all’alba o con il sole anche un po’ più in alto, non si sa mai che debba ritirarmi in anticipo e in questo caso non vorrei proprio starmene chiuso in macchina fuori dall’hotel. Concluse le operazioni di rito lì doveva vedere come risalire la corrente in macchina per la strada del Passatore, altrimenti ci saremo incrociati quando possibile.

 

Mi scrive chiedendomi dove sono, sono circa al 40esimo km. Dove? Sì, mi pare di aver visto il cartello col numero 40, tu dove sei? E basta pincionare col telefonino, riprendo a correre. Tempo di fare una curva… ed eccola lì, a bordo strada, che da lontano mi saluta e mi fa le prime foto. Corriamo insieme 200 metri, chiacchieriamo e poi riprendiamo a camminare insieme, ha lasciato la macchina in un pertugio lì vicino, accanto ad un gruppo di Valdobbiadene che sta seguendo altri atleti. Gli accompagnatori ed i supporters dei corridori sono proprio tanti e alcuni attrezzati come dei professionisti.

 

Questo incontro è stato un toccasana, riparto un po’ meno stordito e inizio a rendermi conto di quanto fossi stato in crisi. Ora il mio obiettivo è raggiungere il cartello della maratona, arrivare a 42,195km e passarlo come se niente fosse! Foto di rito, faccio prima una foto ad un gruppetto e poi mi faccio il selfie col cartello, riprendo subito e sento che mi sto risvegliando.

 

La salita non molla, la pendenza leggermente aumenta ma sono stanco di camminare: voglio correre. Chiacchiero con chiunque per distrarmi dalla fatica, ogni tanto qualcuno si aggancia a me e dopo un po’ molla per camminare, ne approfitto per camminare anch’io ed entro in modalità gestione, non devo sciupare energie utili per arrivare al traguardo ma dopo un minuto che cammino voglio tornare a correre e così faccio fino a rimanere praticamente da solo a sorpassare centinaia di partecipanti, tanto da sentirmi commentare ogni tanto dai passatori “guarda quello come sale, mi pare un po’ troppo fresco”, “non è nemmeno sudato” (cambia occhiali, che sono lavato) o il più diretto “chissà se li ha corsi tutti i km fin qui”. Non mi offendo, anzi, mi gaso! Nei km finali della salita, i più ripidi e più duri, mi sento uno stambecco nel suo habitat naturale, salgo piano e costante, mi rimetto a camminare solo un paio di volte per condividere un pezzo di strada con degli amici ancora un po’ in crisi e riprendo subito il mio ritmo verso la Colla.

 

L’arrivo in cima al Passo della Colla coincide con l’imbrunire e lì in alto tra le luci ed il folto pubblico fatico a capire da che lato mettermi, dove passare, chi salutare, dov’è Carol, ma con la piena consapevolezza che sto bene e che sì, ce la farò: ora lo so. Mangio qualcosa di più del solito al ristoro, bevo acqua e sali, poi vado a prendere la sacca non senza qualche lentezza ma vabbè, 5 minuti di riposo ci possono stare. Mi cambio per strada e per fortuna non vedo il viavai dalle tende coi ritirati o i fermati per ipotermia, anzi, sto così bene che metto una maglietta a maniche corte e i manicotti solo per sicurezza, arrotolati al polso. Unico dubbio, i calzini: li cambio o non li cambio? Dal 45esimo ho avvertito chiaramente delle vesciche sotto entrambi i piedi, se cambio calzini rischio di far peggio, ok, non li cambio. A proposito… e il dolore da fascite? Mai percepito da quando sono partito. Bene! Teniamolo d’occhio durante la lunga discesa.

Non trovo Carol ma trovo la sua macchina, i cellulari lì non prendono nulla, allora le lascio il mio zaino sul tettuccio così capirà che sono passato, che sto bene e che ho ripreso a correre.

 

Dopo questa lunga sosta che sarà durata in totale una ventina di minuti, accendo la lampada frontale e mi immergo nel buio della discesa, dalla luce vedo il mio fiato che si condensa e capisco che la temperatura è più bassa di quel che percepisco, bene così. Non spingo e le gambe vanno da sole, il fresco m’inebria, le sensazioni ora sono tutte positive se non fosse per un dolore abbastanza chiaro nell’alto del tendine d’Achille destro, ma tenendo una postura adeguata ed un passo non troppo lungo non avverto problemi, ogni tanto ci penso solo per tenerlo d’occhio.

 

Davanti a me un gruppetto ha per ognuno una bici che lo affianca, spesso i ciclisti che assistono gli amici portano le borracce e altro per loro, una grande comodità visto quanto abbiamo sudato. Ripenso a quanti sconosciuti mi hanno dato da bere quando ne ho avuto bisogno nei miei 2000 km, mi è anche capitato di entrare in casa di uno sconosciuto che nelle riflessioni quel giorno con la sua compagna mi ha detto che metterà una fontanella davanti casa, che in quella zona in effetti manca. Anche solo della semplice acqua con questi gesti riempie sia stomaco che cuore.

 

In un batter d’occhio passano Casaglia e Crespino, piccole esplosioni d’umanità in festa a rompere il buio ed il silenzio della strada solitaria, contrasti che non saprei descrivere. Dalla sera si va verso la notte ma lungo il percorso i locali sono aperti e anche chi non segue questa corsa si sta divertendo. Gruppi che suonano, karaoke, musica varia all’aperto, ogni zona abitata è sveglia e sembra vivere con allegria questa grande sfida che stiamo affrontando, nessuno che minimamente si lamenta ma che invece ne approfitta per far festa. E’ un clima surreale, noi corriamo con le nostre fatiche ma stiamo bene, il traffico è assente e tra un centro e l’altro c’è una pace avvolgente; tra corridori, volontari, soccorritori, e chi non c’entra niente c’è fratellanza e piacere nel condividere quella notte. Penso che la vita dovrebbe essere sempre così e non solo in questa occasione. Il mondo dovrebbe prendere più esempio dallo sport, da quello fatto così, ne gioveremmo tutti.

 

Tante volte ho sentito dire che il Passatore inizia da Marradi, anche durante il Passatore, una delle classiche frasi di chi l’ha fatto più volte. Adesso ci sono anch’io, la discesa ora inizia a lasciare spazio a qualche tratto pianeggiante che le gambe interpretano come salita, ma la testa conosce la giusta pendenza. Devo per forza lasciarmi trascinare un po’ meno e iniziare a spingere e ad ogni passo più lungo torna a farsi sentire il tendine d’Achille, cerco allora di trovare nuovamente la giusta postura ed il giusto passo. Continuo a darmi obiettivi di 10km in 10km, con Carol che dopo il macello alla Colla è tornata a seguirmi più o meno ogni 5.

 

La concentrazione aumenta per sovrastare la stanchezza. Tutto attorno a me c’è silenzio, ma nel bel mezzo di un nulla cosmico mi accorgo solo ad un certo punto di essere circondato da un’assordante gracchiare di rospi, così potente da non capire da che direzione proviene. Non so nemmeno quando è finito quel canto della natura, mi sono distratto e poi mi sono accorto non c’era più. Se non avessi letto in un altro racconto di questo momento, avrei oggi potuto credere in un’allucinazione.

 

Sono sempre più solo lungo il percorso, tanto da avere il dubbio di aver sbagliato strada non vedendo per qualche minuto alcun essere vivente né dietro né davanti a me; incontro e raggiungo un altro runner, gli esprimo il mio timore, s’impanica anche lui ma fortunatamente dopo poco avvistiamo più gente e ci rincuoriamo. Passo il confine tra la provincia di Firenze e quella di Ravenna, inizio a sentire l’odore di Faenza. Vorrei correre più veloce, lo vorrei tanto.

 

Faccio sempre più fatica a tenere a bada quel tendine, so che anche se mi mettessi a camminare da lì riuscirei a tagliare il traguardo ben dentro il limite temporale fissato in 20 ore, ma ho voglia di arrivare il prima possibile, non deve diventare un’agonia. Un ragazzo mi dice che ai ristori ci sono anche i massaggiatori e che lui è rinsavito dopo un massaggio, che mi conviene provarlo. Ne parlo con Carol quando ci incrociamo, a lei degli altri accompagnatori millemila volta passatori hanno sconsigliato stop e massaggio, “poi non riprende più a correre e gli toccherà camminare”. E’ nei 10 comandamenti non scritti del runner: in gara non bisogna provare qualcosa che non si sia mai provato in allenamento. Ma sto rischiando troppo a correre con quel dolore in divenire. Lo faccio, al 76esimo mi fermo e mi faccio portare dentro.

 

Non guardavo mai volentieri dentro le tende lungo il percorso, si scorgevano corridori in seria difficoltà, si vedeva gente portata in barella, flebo, altri avvolti in coperte termiche come bachi da seta o peggio, mummie. Mi fanno stendere su un lettino e mi chiedono come sto, cos’ho. Spiego subito che sto un benon de Dio ma c’ho quel dolore proprio lì tra muscolo e tendine, e che voglio ripartire presto, voglio arrivare a Faenza correndo. Due omoni della croce rossa, uno per gamba, me le sollevano e iniziano a tastare i polpacci per individuare le – parecchie, ahimè – contratture per poi trattarle. 5-10 minuti di paura e delirio prima di rimettermi in piedi con le gambe unte e bisunte, poi provo a mangiare qualcosa. Purtroppo dal 60esimo km riesco solo a bere e tutto il solido mi dà nausea, provo anche con un carbogel ma dopo il primo minuscolo sorso non insisto, così bevo un bicchiere di sali in più e riparto. Il tendine ora sta molto meglio, non mi fermo più.

 

Il mio prossimo obiettivo mentale dovrebbe essere Brisighella, la testa non tollera più obiettivi così distanti e allora cambio strategia mettendomi obiettivi ogni 5, dove sempre troverò Carol e il mio eventuale zainetto d’emergenza con altri indumenti e tutta una serie gadget superflui che chissà perché mi fanno sentire più sicuro. La solitudine in certi lunghi rettilinei viene amplificata dal nero buio della notte che a tratti tende ad assopirmi, ma puntualmente anche nel più remoto nulla arriva la voce di qualche sconosciuto che mi urla un incoraggiamento, a volte da un prato, a volte da una terrazza di casa, più spesso non capisco da dove.

 

Passata Brisighella, verso il 90esimo trovo per l’ultima volta Carol. Davanti a me ho un ultimo ristoro a Errano e poi finalmente Faenza. Le dico di andare direttamente all’arrivo, ci vedremo lì, ormai è sicuro! Lei avrà tutto il tempo di arrivare, trovare un comodo parcheggio, raggiungere la piazza e vivere un po’ di arrivi con le emozioni che si portano dietro; io affronterò i miei ultimi 10km col sorriso, sorretto dal pensiero dei 2000km, dei loro aneddoti, della soddisfazione di essermi preparato seguendo le mie sensazioni senza nessuna tabella, di essere lì a prendermi la mia rivincita e sbatterla in faccia a quei fantasmi. Corro e sorrido, a volte rido ripensando a quante cose belle mi sono accadute in questi 2090km, quanta gente ho conosciuto, quanti conoscenti e sconosciuti mi hanno dato qualcosa.

 

Obiettivi ogni 5 km cominciano ad essere nuovamente pesanti, cambio ancora strategia e decido di darmi il nuovo obiettivo di controllare il cellulare o scrivere messaggi ogni 2-3km. Mi hanno detto che sarebbe stato normalissimo avere più crisi lungo il percorso, eppure ormai sono al ristoro del 95esimo km con alle spalle solo la crisi del trentesimo.

 

Mancano 5 km, 5.000 metri, roba che normalmente facciamo di riscaldamento. Ormai è fatta, attorno a me c’è poca gente ma non ho più bisogno di trovare conforto nella compagnia perché nel giro di mezz’ora o poco più sarò al traguardo, sarà finita. Non vedo l’ora che sia finita, dai che al 98esimo scrivo a Carol che mi mancano 2km. Corro, dai che tra poco mi siedo, corro, forse è meglio che anticipi l’obiettivo, le scrivo al 97esimo, poi 3 km passeranno velocemente. Corro, penso di avere passato il km 97 senza vedere scritte per terra, anzi forse sono più verso il 98esimo, guardo il gps. Mai errore fu più grande. Km95.33. Pensavo di aver corso 2-3 km e invece avevo fatto 330 metri… e di colpo crisi mentale.

 

Ormai la testa è in pappa, so di non dover più guardare il gps e invece l’occhio lì cade troppo spesso. Ogni km è come 10km, sono abbastanza convinto di aver fatto 50km negli ultimi 5, una vera e propria distorsione spaziotemporale in barba a tutto quello che potrebbe venirmi ad obiettare Einstein o chi per esso. Ma se anche siamo avvolti dal relativismo, il traguardo alla fine è lì, fisso, immobile, una certezza.

 

Un ultimo sprazzo di energia mi fa accelerare lungo la piazza, percepisco sulla mia pelle la luce dei fari che illuminano la piazza, passo sotto l’arco mani al cielo, il pubblico applaude, sul maxischermo compare il mio nome, Carol mi abbraccia. E’ ancora notte, sono le 3:28, l’ho chiusa in 12h24’, sono felice. Carol mi porta una birra, la ricorderò come la più buona che abbia mai bevuto – e non scherzo.

 

Il dopo è soddisfazione e tantissimi pensieri, ho vissuto un’esperienza bellissima e ho rivissuto tutto il mio percorso di runner, io, mediocre atleta che sognavo di correre 10km e che da quel primo traguardo ne ho tagliati tanti, reali ed astratti. Non so se me ne sarei reso veramente conto senza questo viaggio interiore chiamato Passatore.

 

L’amico French, che in ogni occasione mi dava qualche consiglio per il gran giorno, mi ha scritto un paio di giorni dopo. Un pezzo dei messaggi mi ha colpito: “…credo, per esperienza, che scoprirai tra qualche giorno che cos’hai fatto…” ed effettivamente è stato così, c’è voluto qualche giorno per metabolizzare tutto quello che è girato per la testa. Adesso è un tesoro tutto mio che posso godermi ogni volta che voglio, semplicemente chiudendo gli occhi.

 

Auguro a chiunque di provare tutto questo, non per forza al Passatore.

 

Un abbraccio,

 

Luca V.