SAN MARTINO IN GATTARA

San Martino in Gattara – km 71

E’ la prima frazione del comune di Brisighella. Nucleo rurale ancora con popolazione in prevalenza dedita ai lavori agricoli, oppure esercitante un pendolarismo quotidiano verso la Toscana e la bassa faentina. Qui sorgeva il “Castrum Gattariae”, celebrata roccaforte. Già dal 1192 il “Castrum” apparteneva alla Chiesa che lo aveva concesso, per un censo annuo di una marca d’argento a due celebri personaggi del tempo: Ugo e Raniero, Signori Conti di Carpinio. Il Tolosano, storico faentino del 1300 , scrive che all’inizio del XIII° secolo il castello era tenuto da un certo Amatore, figlio di Ugolino di Teodorico, personaggio assai bellicoso che fidando della forza delle sue torri “recava disturbo ai vicini fiorentini, ai faentini e ad altre limitrofe popolazioni”. Nel 1216 i faentini, stanchi dei suoi soprusi, assalirono il “Castrum Gattariae “ e distrussero le due alte torri e vari centri adiacenti. In seguito il castello fu ricostruito e diventò possesso di celebri personaggi, come Fantolino di Albertino degli Accarisi, poi Burniolo di Ugolino. Nell’anno 1289, scrive il Cavina, il castello venne venduto a Maghinardo Pagani da Susinana che, morendo, lo lasciò in eredità alla figlia Francesca. Nel XIV° secolo esso divenne di proprietà dei Manfredi di Faenza. Il Cardinale Anglico, nel suo censimento dell’anno 1371 scrive che il “Castrum Gattariae” aveva alle sue dipendenze otto famiglie e il castellano riceveva uno stipendio di ventisei fiorini; come giurisdizione religiosa era soggetto nell’ambito plebale di San Giovanni in Ottavo (Pieve Tho). Nel 1376 il fortilizio venne venduto al comune di Firenze che ne diede il comando ai Signori Manfredi del ramo di Marradi. Nel 1400 fu al centro di aspre lotte fra faentini, fiorentini, Manfredi del ramo faentino e marradese. Nel secolo XVI° (esattamente nel 1506) i veneziani occuparono il “Castrum” e lo rafforzarono, rendendolo consono alle nuove esigenze dell’arte bellica. Il territorio e relativa fortezza passarono poi alle dipendenze della Santa Sede e da questo momento la loro importanza come località strategica e politico-militare venne sempre diminuendo.

La chiesaLa chiesa (non il “Castrum Gattarie”) compare solo nelle “Rationes Decimarum” dell’anno 1291. E’ dipendente della Pieve di San Giovanni in Ottavo (Pieve del Tho) e la sua costruzione, come luogo di culto, risulta essere anteriore al XII° secolo. La “Descriptio Romadiole” del Cardinale Anglico del 1371 la censisce solo come “Castrum”, questo fa supporre che all’importanza militare ed ecclesiastica del luogo non corrispondesse anche una funzione amministrativa; forse essa era esercitata dal vicino “Castrum Pellegrini” (Monte della Bastia – registrato dall’Anglico con ottanta fuochi). Nel 1573 il Legato Apostolico Monsignor Ascanio Marchesini registra a Gattara due chiese: la principale dedicata a San Martino e un’altra intitolata a San Giovanni: la popolazione era ridotta a centottanta parrocchiani. Nel territorio esisteva anche un Hospitale, con annesso oratorio intitolato a Sant’Antonio (forse ancora indicato, con testimonianze storiche, in località Ronzano), poco distante dall’attuale centro.

L’importanza di S. Martino in Gattara dal punto di vista storico-archeologicoSan Martino è una località che si trova nella fascia medio collinare nella parte finale romagnola della valle del Lamone. Vari lavori agricoli effettuati negli anni sessanta permisero alla Sovrintendenza ai Monumenti di Ravenna di effettuare nel 1963 – 1968 – 1970 – 1972 – 1978 vaste campagne di scavi e di individuare, in località “Ospedale”, in un terrazzo fluviale sulla riva sinistra del fiume Lamone, una grande necropoli con 70 tombe a inumazione, del tipo a fossa, coperte da cumuli di ciotti a volte, databili fra la fine del VI° e gli inizi del IV° secolo a.C. Le sepolture scoperte, lungo un tragitto circolare, alcune all’esterno, altre all’interno, formavano un cerchio.

Quali popoli hanno abitato questo luogo ? Domanda che riporta a formulare varie ipotesi:

  1. Celti (per la statura degli inumati, per il modo di deporre le armi di offesa alle spalle del guerriero);
  2. Etruschi (per i reperti collegati allo stanziamento rinvenuto nel colle di Persolino, alle porte di Faenza);
  3. Umbri (per il modo di disporre le tombe in circolo, per la struttura di alcuni reperti, per certe armi ritrovate) .

Da rilevare gli ampi corredi funerari che nel loro insieme si possono così raggruppare:

  1. ornamenti personali (fibule, armille, anelli, collane, …);
  2. armi di varie tipologie;
  3. elementi riferiti al ciclo del banchetto o simposio composto da contenitori da vino, brocche per servirlo a tavola, coppe per berlo ed in più, ciotole e piatti.

L’analisi degli oggetti di corredo mostra anche due tipi di deposizione: quello maschile e quello femminile.

  1. ceramica d’impasto ed armi di ferro, accompagnate da fibule di bronzo che potrebbero provenire dal centro Italia (o eseguite da artigiani locali provenienti dall’Umbria);
  2. oggetti di importazione, quale la ceramica attica, il vasellame in bronzo etrusco, le armi di difesa pure etrusche e, in due casi, balsamici di origine fenicia;

Da rilevare anche che le tombe femminili si distinguevano da quelle maschili per lo specifico carattere dei corredi: fusaiole, vasi porta profumi (balsamari) tipici per le donne, mentre quelle per i bambini, con gli oggetti di forma assai piccola. In altra posizione del campo venne rinvenuto un muro di ciottoli di fiume formante un angolo acuto con all’interno vari frammenti di tegolami etruschi. Oggi tutto questo materiale, restaurato, è conservato ed esposto nella sezione archeologica del museo di Ravenna. Nello stesso terreno vennero rinvenute anche fondazioni e la base di un pozzo, ma la mancanza di materiale archeologico in esso impedisce di fissare una datazione. Un segno che il luogo era di rilevante importanza archeologico-storica era stato dato fin dall’inizio del novecento, quando venne recuperata, a poca distanza dalla necropoli, una stele funeraria romana del I° secolo a.C. (dello scritto però restavano appena tre righe). In seguito fortunatamente, venne ritrovata la parte mancante di questa e si riuscì così a risalire all’intestataria, una donna forse di rilevante importanza: “Vocusia Clai l(ibertas) Pacata”.

Piero Malpezzi