CURVA DI CENCIONE

PERCHE’ SI CHIAMA LA CURVA DI CENCIONE

curva di cincione

Chi percorrendo la strada dell’Alpe di Casaglia, subito dopo il Passo della Colla in direzione Marradi non si è accorto di un cartello, corroso dal tempo, con su scritta una strana dicitura: “Curva di Cencione”? E soprattutto chi non si è domandato, anche solo inconsciamente, il motivo d’essere di quel nome?

I vecchi raccontano che un tempo quel luogo aveva un appellativo venatorio … si chiamava infatti: “Poggetto della Lepre”, ma allora cosa c’entra questa nuova denominazione?

Andiamo con ordine. Presso il Poggio, a Ronta, nel podere di Cicalino, viveva da tempo immemorabile la famiglia colonica Lapi. Verso la metà dell’ottocento Gaspare Vincenzo Lapi decise, dopo essersi comprato un carretto e un cavalluccio, di mettere su una attività in proprio e di iniziare la professione di barrocciaio così da trasportare le merci dalla piana mugellana a quella romagnola.

Gaspare Lapi a causa del suo aspetto florido ma un poco trasandato venne soprannominato fin da piccolo Cencione, e con questo nome era conosciuto da Borgo S. Lorenzo fino a Faenza. Considerato onesto e serio, ben presto si fece un nome e più di una persona si rivolse a lui nei piccoli commerci. Vetturale attento e scrupoloso, consegnava in poco tempo -percorrendo le mulattiere di montagna- le merci nei diversi paesi, ritornandosene a Ronta con considerevoli guadagni.

Così passarono gli anni per Cencione e il suo carretto. Finché un brutto giorno di metà primavera del 1874, proprio dopo l’odierno ristorante della Colla, in direzione di Casaglia, dei viandanti lo ritrovarono disteso ai cigli di una curva ucciso da due schioppettate alla schiena.

Qualcuno saputo che trasportava dei soldi lo aveva ammazzato cercando di derubarlo, furto non riuscito in quanto il denaro venne ritrovato in un doppio fondo delle tasche del povero assassinato.
Anche senza i telefoni la notizia arrivò in un batter d’occhio a Ronta, e subito vennero informati i Carabinieri. La fantasia popolare fece il resto: si parlò di briganti, si accusò il malcapitato di essere un contrabbandiere, gli si attribuirono tradimenti e amori. Le forze dell’ordine si diressero con calma nel luogo del misfatto e i rilievi del caso si limitarono a segnalare la presenza, accanto al corpo esamine del barrocciaio, di un cane scodinzolante di proprietà dei Pieri i quali abitavano in una casa nei pressi del Passo.
Ed è proprio su quest’ultimi che caddero le accuse dell’omicidio del Lapi. I due fratelli Pieri ignari ed attoniti vennero immediatamente prelevati con la forza dalla loro abitazione e condotti in carcere in vista di un infamante ed ingiusto processo di condanna.
Così venne archiviato dalle autorità, con troppa fretta e superficialità, un brutto caso di cronaca nera in Mugello e presto la vicenda passò nel dimenticatoio.

Rosa Bartoloni vedova dello sventurato Cencione assieme ai cognati volle far porre nel luogo della scomparsa del marito un croce di ferro, e una lapide mortuaria sulla facciata della chiesa di S. Maria a Pulicciano – ancora presente- a perenne ricordo del consorte.

Così il luogo di quello strano omicidio iniziò con il tempo ad essere chiamato dai paesani e viandanti “Curva del povero Cencione” per poi diventare con gli anni solamente “Curva di Cencione”.

I fratelli Pieri intanto condannati a trent’anni di carcere passarono i loro giorni alle Murate di Firenze nella vaga speranza che il vero assassino del Cencione venisse scoperto. Solo molti e molti anni dopo, durante una festa paesana a Marradi, un tale da tutti considerato una testa calda, dopo tre o quattro bicchieri di troppo, venendo alle mani con un borghigiano si lasciò scappare una frase che suonava pressappoco così: confessione fatta troppo tardi per salvare dalla mala giustizia i Pieri.
Pier Tommaso Messeri

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