
E sono 5 su 5! 500 km. Se quando mi iscrissi per la prima volta a fine 2018 mi avessero detto che avrei corso il Passatore per cinque volte arrivando al traguardo non ci avrei mai e poi mai creduto. La prima edizione fu una vera sfida con me stesso, per la voglia di partecipare a qualcosa che fa parte della mitologia nella nostra terra. Ero poco preparato, ma ci riuscii. Doveva essere l’ultima, ma già dal giorno dopo facendo due conti mi dissi quanto sarebbe stato bello festeggiare i 50 anni nel 50esimo del Passatore, magari correndole tutte e portandomi a casa il piattino dei cinque traguardi.
Non tutti i piani però riescono come vorremmo, venne il Covid, poi venne l’alluvione. La mia seconda edizione fu quella della sofferenza, oltre 30 km con un dolore fortissimo al ginocchio; arrivai a Faenza in 19 ore, molto provato, ma portai a casa la medaglia e una nuova amicizia: Laura, conosciuta alla partenza, che, come dico sempre scherzando, mi fece da badante. Perché la 100km del Passatore è questa roba qua. Incontri gente di ogni dove, ognuno con i suoi obiettivi, le sue motivazioni, con qualcuno scambi qualche battuta e non lo rivedrai mai più, con altri magari diventi amico. Come con Serena, una mia compaesana che mi chiese se potesse partecipare insieme a me. Fu la terza. Quella dell’amicizia: quella volta dovevo portare a Faenza due “primini”, Serena appunto e Ireneo (un mio compagno di scuola e amico da una vita che le altre volte mi era venuto incontro al traguardo). Ce l’abbiamo fatta, con i problemi che ogni 100 ti chiede di affrontare e superare.
Dopo quella volta, in cui voleva ritirarsi (non scherziamo), Serena mi ha dato paga in ogni competizione a cui partecipiamo, fosse anche la gara a chi porta prima il rusco ai cassonetti, mentre Ireneo ha deciso, per ora, di dedicarsi a corse più brevi. E venne la quarta: la 100 della “solitudine” e della malinconia. Era morto da pochi giorni Muttley, il mezzo-maremmano che per oltre 10 anni era stato con noi. In quella edizione cambiai la routine: di solito parto con la maglietta della edizione precedente e arrivo con quella dell’edizione attuale. Quella volta corsi con la maglietta in cui un fumetto rappresentava me e Muttley che correvamo fatta da mia figlia Camilla. Alla partenza ero ancora con Serena e di nuovo con Laura, ma ci siamo detti da subito che ognuno avrebbe fatto quello che si sentiva. Dopo un paio di km mi avevano già staccato; arriveranno in poco più di 15 ore. Così la corsi per conto mio. Tanto tempo per pensare, per guardarmi intorno, a volte un po’ annoiato per poi trovarmi incavolato perché dopo la Colla ho avuto problemi di stomaco, cosa per me del tutto sconosciuta: come mettevo cibo in bocca sembrava voler tornare indietro. Fu complicato arrivare a Faenza senza mangiare, affidandosi solo a sorsi di Coca-cola, ma alla fine, nel mio piccolo, feci pure il mio personal best, portando a casa la medaglia della 50esima edizione: un cimelio.
Da quel giorno l’obiettivo era solo uno: il piattino, delle 5 volte. Magari poi smetto.

La 51esima edizione arriva dopo una primavera in cui rispetto al passato ho macinato più chilometri e un inverno passato a postare meme sulla pagina Noi che parteciperemo alla 100 km del Passatore……
Ho aggiunto qualche mezza maratona alle altre due tappe del trittico di Romagna, gare dalle quali sono uscito un po’ demoralizzato. Alla maratona del Lamone ho iniziato a soffrire di crampi già al 18 esimo chilometro, cancellando il mio obiettivo di migliorare il tempo dell’anno prima. Alla 50 di Romagna, forse per il caldo, sono arrivato proprio sul filo di lana, ma comunque in classifica. Tutto sommato quindi oltre al piattino avrei potuto puntare per il terzo anno di fila anche al trittico e a una nuova bella felpa da aggiungere al guardaroba.
Tutto inizia nel migliore dei modi: avevo chiesto gentilmente come pettorale il 500 o il 1005 visto che avrei corso per la 5 medaglia e mi è stato dato il 500. Al ritiro dei pacchi gara ho comprato il libro celebrativo dei 50 anni e ho chiesto a Tatiana di farmi una dedica: lei quel giorno compiva gli anni, così oltre alla dedica ho vinto un pasticcino. Serena mi ha regalato una spilla che ha fatto il suo compagno, Andrea, che recita “Testa , Cuore, Passatore”. La posto su Facebook e Tatiana mi manda un messaggio per dirmi che le è piaciuta.
Arrivo come sempre a Firenze con Serena dove veniamo ospitati da Giuseppe. Un ragazzo che la mia amica aveva conosciuto nelle altre gare romagnole e che si era offerto di accoglierci e addirittura farci il pranzo. La corsa è anche questo, persone che si incontrano nel mezzo di una gara, trovano una sintonia, diventano amici e si danno una mano quando possono. Prima di andare a casa sua incontro il mio amico Michele, pronto per la sua 11esima.

Dopo il pranzo e i preparativi arriviamo in Duomo. Giuseppe scorge Re Giorgio Calcaterra che ci concede l’onore di una foto insieme. Questo non sarà il suo “Passatore” migliore, ma lui è un punto di riferimento e un esempio per forza d’animo e gentilezza. La piazza è gremita, fa molto caldo, entrare in gabbia è una impresa, ma prima bracchiamo Tatiana e le regaliamo una spilla come la nostra. Nel marasma io e Serena perdiamo Giuseppe, ma becco Luca, Alessio e altri ragazzi della podistica a cui da un paio d’anni rovino i risultati di squadra. Il tempo per uno scatto e veniamo risucchiati in gabbia.
Purtroppo non trovo Laura, è troppo indietro, ma incontro la Cico (Silvia), una “Gallina” faentina, un’amica che come me è alla caccia del piattino.
Piano piano il gruppo degli oltre 3300 partenti si compatta e in quel momento, per qualche lunghissimo secondo torna quella sensazione che hai quando sei quasi in cima alla prima rampa delle montagne russe e guardandoti attorno pensi “chi cacchio me l’ha fatto fare”.
Poi lo sparo: inizia, per la quinta volta, la traversata dell’appennino tosco-romagnolo.
Parto correndo con Serena, ma piano piano la lascio andare. Non ho voglia di forzare. Fa un caldo boia. Il mio obiettivo è sempre quello di arrivare, magari togliendo qualche altro minuto al tempo dell’anno scorso, in salute perché poi domenica pomeriggio avrei la festa di un battesimo in famiglia e vorrei andare, piuttosto che collassare tutto il giorno sul divano.
E così piano piano aumentano i chilometri, mi supera il mio amico Taba, saluto la sorella di Giuseppe che fa la volontaria e con un outfit discutibile (le scarpe!!!) sorveglia un incrocio, e dopo qualche altro chilometro vengo raggiunto proprio da Giuseppe. Salgo verso Vetta le Croci camminando in salita, corricchiando nelle poche discese. Becco Fabio, o lui becca me. È una di quelle persone che conosci grazie alla 100km del Passatore, che ti rimangono nel cuore ed è sempre un piacere incontrare. Con lui e Daniele, corsi metà della mia prima edizione che era la prima anche per lui. Facciamo un po’ di strada insieme. Evidentemente è il momento “amarcord” perché poco dopo incontro anche Toni e la sua compagna. Toni è stato il mio vicino di posto sul bus della mia prima volta. Ero preoccupato e dubbioso, ma lui mi diede un sacco di consigli, incoraggiandomi tantissimo. Di solito va molto più forte di me, ma il Passatore segue regole sue, non le nostre. Da quel momento fino a Faenza ci supereremo parecchie volte.
A Vetta le Croci un collega davanti a me succhia un gel poi si impegna con tutto sé stesso per buttarlo nel prato. Mentre penso “cazzo, ok che i cestini sono stracolmi, ma almeno buttalo per terra che i volontari possono vederlo e raccoglierlo” il fenomeno lo fa una seconda volta.
Sono solo, ma non solo solo. Dopo Vetta la Croci ci fiondiamo verso Borgo San Lorenzo e lì, da qualche parte, mi supera Yuri. “Porca miseria” – gli urlo – “mi superi sempre prima!”. È un veterano, camminiamo un po’ insieme, poi lo lascia andare mentre corre a cercare una birra a Borgo.
A Borgo San Lorenzo sono un attimo confuso, il percorso è cambiato, ma lo preferisco: il traguardo volante è in una zona piu’ ampia, piena di gente e di calore; a proposito: è ancora piuttosto caldino.
Mi fermo a bere e mangiare un boccone e mi sento chiamare: “Derek!”. È Laura. La mia “badante”. Credevo fosse anni luce avanti me, magari con Serena. Invece aveva tenuto un ritmo piu’ conservativo perché si sentiva meno preparata e si era data come unico obiettivo quello di arrivare. Ci abbracciamo e riprendiamo la rotta per Faenza insieme.
Piano piano scende la notte, si accendono le lucine, si abbassa la temperatura. Nella lunga salita verso la Colla cala, come sempre anche il silenzio. Ci concentriamo sul respiro, sul passo successivo, sul gracidare delle rane. Credo di superare Andrea, ma non ne sono sicuro. Urlo “Gagione!”, così ci chiamiamo su Facebook, ma lui non si gira. Forse non è lui.
Andrea è un’altra di quelle persone che questo strano mondo del podismo di frontiera, quello delle retrovie, ti fa incontrare. Lo scorso anno a 500 metri dall’arrivo della 50km di Romagna sento un ragazzo urlare “Scusa!!!, Scusa!!”. Io stavo centellinando le ultime risorse che non avevo per tagliare il traguardo. Ero cotto. Mi giro e vedo questo ragazzone che corre un po’ incerto verso di me. “Scusa di cosa?”, “no.. niente, non ti voglio superare, sei stato davanti a me fino ad ora, ma se mi fermo non riparto più” dice. Io sorridendo – spero – gli dico di non preoccuparsi, di non farsi problemi, e di superarmi. Quest’anno durante la maratona del Lamone l’ho riconosciuto, abbiamo fatto dei pezzi di strada insieme e ci siamo finalmente presentati.
Nella discesa dopo Casaglia ci supera. Lui stavolta (era quello di prima) mi riconosce, ci facciamo un po’ di festa dandoci la carica, diciamo due cazzate, poi lo vedo sparire nel buio delle discese.
Al ristoro di Casaglia mangio una forchettata di pasta e da quel momento si presentata una preoccupante acidità di stomaco. La cosa che piu’ di tutti temevo, i problemi di pancia, si stavano ripresentando.
A Marradi prendo un gel poco prima del ristoro. Quasi vomito. Da quel momento scatta l’allarme rosso. Calma, respiro, piccoli sorsi. Fortunatamente riesco a bere e a mangiare un po’ di grana al ristoro successivo.
Nel tragitto che ci separa da Brisighella iniziamo a sentire la fatica e i quadricipiti mi mandano un vocale del tipo “quanto cacchio pensi di continuare?”; fa parte del gioco. Laura è piu’ silenziosa del solito.
Daniele, il mio cognonimo, col suo gruppo delle “18 ore di felicità” ci supera festante. Nella prima edizione mi portò al traguardo. Ora è nettamente in anticipo sulla sua tabella e né io né Laura abbiamo voglia e risorse per correre “fino a quel palo”. Daniele è’ sempre uno spettacolo e porta gioia a chi lo incontra.
A Brisighella chiedo ai sanitari del ghiaccio per le mani. Ho le dita grosse come salsicce. Ci scherziamo su e mentre lo cercano ci sediamo per qualche minuto.
Ripartiamo per affrontare gli ultimi 12mila chilometri (è già stato appurato che non sono 12) che mancano al traguardo. A chi ci supera dico di “non correre, se arrivi troppo presto poi trovi ancora chiuso”. I più giustamente fanno una faccia strana, si vede il fumetto con scritto “che cacchio dice sto scemo”.
Ormai il sole è alto, ho caldo. Mancano 10 chilometri e mi fermo per alleggerirmi. Laura è molto stanca, decide di continuare. Mi cambio, la riprendo e la supero. Tengo il mio passo perché se rallento o mi fermo non arrivo più. Che poi, io, devo arrivare a Errano.
È lì che mi viene incontro Ottavia, mia moglie. Da quel momento per me la 100km del Passatore è conclusa. Manca un pezzo, si, ma sono arrivato. A volte arrivano altri amici, le mie figlie. Ma la cosa importante è che ci sarà lei. L’abbraccio. Quando anni fa le dissi che volevo partecipare al Passatore fu l’unica a crederci. Non ero uno sportivo, non correvo: lei mi incoraggiò in tutti i modi.
È lei, da sempre, la maltodestrina dei primi 95km e il power-boost degli ultimi 5.
Facciamo un pezzo di strada insieme, ci facciamo immortalare dal fotografo. Mentre camminiamo passa un amico in macchina, Stefano, e mi strombazza, poi Elisa e Fabrizio in moto. La festa è iniziata. Ci salutiamo, Ottavia torna alla macchina e va ad aspettarmi in piazza. Mi vengono incontro Mazzo (un altro Stefano) e Rita. Facciamo una foto e li spedisco al traguardo: “aspettatemi che facciamo colazione insieme”
A un paio di chilometri dall’arrivo conosco Luigi. Alla sua terza edizione era partito per fare il suo tempone, ma il ginocchio lo ha tradito dopo solo 10km. Anche se tentato, non ha mollato. Ha pensato che valesse la pena provarci in tutti i modi. Con me sfonda una porta aperta. “Non tutte le ciambelle riescono col buco” gli dico “l’importante, amico mio, è la ciambella”. È l’unica cosa che conta.
Mi dice che andando piano, non essendo focalizzato sul tempo, si è goduto più che in passato il viaggio, il panorama, i podisti di frontiera con cui ha scambiato qualche battuta.
Arriviamo insieme all’ultimo chilometro dove mi aspetta mio babbo che ci fa una foto.
Guardo l’orologio: vedo che posso ancora migliorare il mio tempo, quindi comincio a correre.
Adoro arrivare nella piazza piena e battere il 5 alla gente lungo il corso. Quando vedi la piazza per qualche minuto non senti più la fatica e gli acciacchi, sei solo tanto tanto felice.
Arrivo. Faccio un salto. Sono 5!! Ho la medaglia al collo! Vado a prendere il piattino, torno sul palco e chiedo a Tatiana di fare la foto con lei.
Sono arrivati i miei amici, Paolo e Andrea, Ivan, Francesca e Francesco, Elisa e Fabrizio, Ireneo, Mazzo e Rita, i miei genitori. Passano pochi minuti ancora e arriva anche Laura, stremata (non si vede), ma raggiante
Poi il vino, la felpa del trittico e la colazione tutti insieme, mi chiama Robi, mia sorella, per sapere come è andata.
Alla fine della mia quinta edizione del Passatore, mi sento meglio che tutte le altre volte. Io non amo correre, davvero non mi riconosco in coloro che dicono che la corsa dà dipendenza. Ma per qualche motivo amo il Passatore, questo viaggio che comincia quando tagli il traguardo l’anno prima, che mi accompagna per 12 mesi, imponendomi un minimo di allenamento quando preferirei oziare e che sublima la sua essenza nei due giorni della gara, dove conta l’allenamento, ma contano altrettanto, se non di più, la testa e il cuore.
Grazie al Passatore mi tengo in una forma quanto meno passabile e ho conosciuto tante persone meravigliose anche tra chi conoscevo già, perché la 100 Km è contagiosa e chi ti vuole bene vuole in qualche modo essere lì con te.
Avete letto tanti nomi: il mio Passatore sono anche tutti loro, senza non sarebbe la stessa cosa, e spero di poterne aggiungere tanti altri in futuro.
E Serena? Ovviamente, è arrivata ore fa e mentre io facevo colazione lei stava già riposando.
Anche quest’anno posso dirlo: io c’ero. Magari poi smetto. Ma magari no.
Testa, Cuore, Passatore.
Derek Zoli – Il Passatore Improbabile












