“Partecipando ad una cento chilometri tutte le altre distanze si annientano.”

“Partecipando ad una cento chilometri tutte le altre distanze si annientano.”

(ScIMG_3267rivo velocemente due righe nel mentre la casa dorme. Dopo mi sarà impossibile. Noo, che avete capito, sono io che non ce la faccio diversamente.)

“Partecipando ad una cento chilometri tutte le altre distanze si annientano.”

Un viaggio circolare.

..mi ritrovo catapultato sulla banchina della stazione di Principe. Ad attendere il treno per Pisa delle 7.47

oltre a chi impegna questo foglio,  al di la dei tanti assaliti dal desiderio di mare, estate, caldo e vacanze. In aggiunta a turisti vagabondi e nomadi per davvero, ecco levarsi tra il muretto e le scale del sottopasso la chioma argentea di Roberto Bolognesi.

Un cenno con la mano in segno di saluto tanto per togliermi dall’impaccio della timidezza, un sorriso e ildesiderio, suo,di domandarmi: “..dove sei diretto.” E..

Taglio corto.Firenzemi affretto a rispondergli. Secco!  Roberto, attento e sensibile, comprende questo mio atteggiamento.

“Si, in quanto io quel nome non voglio e non intendo pronunciarlo, voglio difendermi da esso.”

 

Capiterà un identica situazione a tre quarti della salita della Colla, quando Giuseppe Lusetti, superandomi a tripla velocità,sfregiandomi: ”Oh Gilbe, avresti potuto dirmelo  che saresti venuto anche tu!”

Io: “Non sono qua, non ci sono.”

Lui: “Come stai?”

Io: ”Non ci vedi che sto camminando, ecco come sto!”

( .. questo nel mentre, la sera ed i tornanti se lo inghiottivano.)

Dove ero rimasto? Ah si ecco: il buon Roberto. Il numero di carrozza ci divide.

Ci salutiamo e rimandiamo a Pisa.

Il viaggio scorre su binari di bellezza: il mare, il sole,  la Riviera. Sembra di stare davanti  al televisore  rincorrendo delle cartoline in movimento.

Adoro viaggiare in treno.

Oltretutto solamente i convogli lunghi, rigidi e spezzettati, sono carichi di storie di vita e ferro,e unici penetrano,tali ad un giavellotto il costato cittadino, fendendoneilcuore al centro.

Al cambio, Roberto mi aspetta e guida al treno successivo, indicandomi  perfino dove mettere il bagaglio. Mi faccio condurre e “apro” al desiderio incontrollato che ha di descrivermi il percorso: Roby un attore consumato, reciterà il suo monologo più bello. Una magnifica interpretazione, sono rapito, gli luccicano gli occhi.

Rivive la sua esperienza metro dopo metro, curva, pendenza, discesa dopo curva, ristoro fatica dolore. Quel desiderio di restare sotto le quindici ore. Così fu, un ero trionfo ..quell’anno c’era pure Picchetto.

Firenze è un’orgia di bellezza bollente. Un groviglio di corpi inanimati che si intrecciano con la carne sudata

di bipedi eccitati pronti a gettarsi in quel mucchio selvaggio di sesso, mattoni e marmo.

Giungono da ogni dove mescolandosi alla magnificenza che sovrasta i loro capi: usi, costumi, odori della pelle dissimili ..colori.

Roby mi conduce per mano fino a piazza della Repubblica. Non lo vedrò più. Lo ringrazio e saluto, postumo.

(passa parola ..chi lo incontrasse)

Intorno al quadrato, all’ombra dei  porticati, stesi distesi e sparpagliati si concentrano migliaia di membra.

Al centro invece,  l’obelisco giallo del cielo è a picco su tutto. Stella madre, fucina incandescente nella quale finiremo arsi vivi. Lavorati lungo i tornanti che salgono a Fiesole, resi primi informi e finiti. Sfiniti!

In principio il viaggio, figlio dell’esordio, tale a tutti i cammini, simile ad egual passeggi ed esplorazioni, è gravido di gioia. Un’eccitazione figlia della partenza.

Tutto mi travolge e sorprende: l’insicurezza dei primi passi, quando niente ancora spetta, nulla dovuto ed è tutto da sudare.

Ogni falcata un esordio, ogni respiro la prima volta. Un percorso unico, farcito di inizi. Non ho responsabilità, nulla opprime eccetto  il sole che schiaccia e spalma appiccicando la maschera di cera, il volto, sull’asfalto!  Penso a quanto fatto per essere ove desideravo stare: mi volto, guardo dietro alle spalle e vedo la strada percorsa per costruire la possibilità, non la certezza, di poterci riuscire.

In mezzo resta  tutto il resto: I chilometri, la fatica, i propri  limiti, la realtà. La presunzione assalita dal dubbio dell’aver agito e supposto probabilmente supponendo.

Ed allora, silenziosamente, occorre rinunciare all’idea di “perfezione” per costruire un diverso finale che non sia tragico ma tuttavia comunque teatrale!

Cammino come un malato, proseguo disperato salendo i tornanti che conducono eterni al passo della Colla. Lo faccio a capo chino, gli occhi in terra, l’orgoglio sepolto dalla miriade di sorpassi che subisco. Chiunque mi affianca, mastica e sputa in terra tale ad una gomma americana che non ha più gusto, non sa di niente. Un facile bersaglio. Un fantasma di giorno non spaventa nessuno, semmai fa sorridere.

Al valico non so cosa fare, non ha senso nulla: l’antivento, il cambio maglia, la frontale, i gel ..  a che cosa servono. Prendo il sacchetto di stoffa con le cordicelle, quello che usano i ragazzini per intenderci, appendo sulle spalle e proseguo.

Scendendo, la notte mi viene in soccorso fasciandomi con un mantello di aria e vento. Il buio fa il resto impedendomi di guardare il mostro che mai sazio divora.

Esterno al corpo ho la possibilità di ascoltare, un continuo monitoraggio dei muscoli e gli organi. Le lucciole mi suggeriscono i contorni della strada. I grilli i passi del cuore: le rane, i rospi, le  anatre selvatiche, chissà quali altri animali del bosco ritmano i sospiri.

Ogni rumore è assordante, finalmente  abbandono al fato, agile e leggero, nudo di me.

La luna, è una vela che sfiora il fosco delle creste della volta.

Vado incontro al destino un pezzettino alla volta. Porzioni di cinque chilometri quelli che separano i ristori, gli uni dall’altro.

Non si può guardare l’intera distanza, un po’ come nella vita: un giorno alla volta.

Saluto i fiori, gli insetti, gli animali, alberi e cespugli, rigagnoli d’acqua; tutti gli elementi che mi hanno accompagnato lungo questo viaggio. Il tempo di un sorriso e qualche lacrime al traguardo, tuttavia non è finita. Ho il treno da prendere, il cambio a Bologna. Infine Ronco Scrivia,  così da completare quel senso circolare fatto di partenza e ritorno.

(Ecco come avevo anticipato. Interrompo. Casa si rianima..)

“Un viaggio per essere completo dev’essere circolare. La felicità della partenza e la gioia del ritorno ..a casa.”

Gilberto Costa

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