TESTIMONIANZE VINCITORI

2014

Giorgio Calcaterra

Il mio nono Passatore

Ieri alle 15 sono partito da Firenze come faccio ormai da nove anni. Una gara che ho cominciato a fare per sfida, ma che ora è diventato un grande amore. Come sempre tanti dubbi, non mi sento mai sicuro, so che i problemi in una 100km sono sempre dietro l’angolo. I primi km questa volta sono stati facili, correvo con buone sensazioni. Più o meno fino al quinto km ero in testa, poi L’Ucraino che davo per favorito ha preso il via. Io ho provato quasi un senso di sollievo, ho pensato che si stesse “distruggendo” da solo. Ho continuato al mio passo senza forzare. Poi circa al 21km ho raggiunto Glyva, era stato fin troppo facile, ho pensato che fosse stato lui ad aspettarmi. Per circa 15km abbiamo corso insieme, poi ha preso il via e io sono andato in crisi, proprio lì dove gli altri anni spingevo a tutta per cercare di raggiungere il Passo della Colla. È stata dura  accettare quella crisi, una crisi profonda, ho cominciato a correre anche a 5′ 50″ al km. Il ragazzo in testa guadagnava minuti su minuti e ad un certo punto anche Herman mi ha raggiunto e staccato in pochissimi metri.  La crisi è continuata anche in discesa, non riuscivo a spingere,  era una corsa senza energia. Mi ripetevo di voler cercare di resistere che il terzo posto sarebbe stato più che onorevole, ma se mi avessero raggiunto altri atleti mi sarebbe andato bene, l’importante era arrivare. Poi notizie della crisi dell’Ucraino e dell’ottima corsa di Herman che continuava a guadagnare minuti su di me. All’incirca  ottantesimo km la svolta, ho sentito un guizzo di energia, ho provato ad aumentare ed è andata bene, il distacco da Herman è cominciato ad assottigliarsi,  ho cominciato a crederci e circa al 93 km c’è stato il sorpasso, a quel punto ho rallentato e ho cercato di godermi gli ultimi km. Gara sofferta, come non doveva essere, tempo alto, peggior tempo degli ultimi nove anni, ma tanta gioia… GRAZIE DI CUORE A TUTTI QUELLI CHE HANNO CREDUTO IN ME.

L’articolo è stato pubblicato sulla pagina personale di Giorgio Calcaterra www.giorgiocalcaterra.com

2012

Giorgio Calcaterra

Passatore 2012, non solo una gara ma soprattutto una festa.

Il Passatore per me è il Passatore, non è una gara di 100km, è molto di più, è una festa. Sono ormai sette anni che la corro, ed è sempre un carico di emozioni. Quest’anno ci sono arrivato senza grandi problemi, ho cercato di allenarmi bene, di arrivare a Firenze con largo anticipo e di godermi al massimo quei 100 bellissimi km che mi separavano da Faenza. Le ultime due ore prima della partenza sono state molto belle, fotografie, strette di mano, scambi di in bocca al lupo e qualche intervista, come dicevo prima è stata una festa, anche il sindaco di Firenze è venuto a farci l’in bocca al lupo e a stringermi la mano. Poi, il conto alla rovescia e via, si parte! I km nel centro di Firenze scorrono velocissimi, la gente applaude, molti mi chiamano per nome e io mi ritrovo per qualche centinaio di metro da solo. Dopo poco arriva un altro atleta, Colnaghi, so che è un buon maratoneta, ci ho corso altre volte e ci salutiamo amichevolmente. Pietro mi dice che è alla sua prima cento e che vuole farmi compagnia fino al passo della Colla e poi valutare se fermarsi o proseguire rallentando. Intanto arriviamo al quinto km, 19’ 33”. Dopo poco ci sorpassa un ragazzo russo che orami conosco da anni, il suo passo è deciso e in certi momenti riesce anche a prendere qualche metro di vantaggio, ci tenevo a correre la prima parte della gara in maniera tranquilla, ma per rimanere con il gruppo di testa non ho potuto farlo. Secondo cinquemila, tutto in salita, 21’ 06”. Sapevo di rischiare un po’ forzando, ma al Passatore c’è una gara nella gara, il traguardo volante in cima alla Colla, e nella prima parte di gara ho pensato anche a quello. Il ragazzo Russo nel frattempo ha lasciato la nostra compagnia e noi facciamo il terzo diecimila in 19’ e 51”. Colnaghi nonostante quello che mi aveva detto, tirava, sembrava che cercasse di staccarmi, e io preferivo non lasciarlo. Al 34 km mi ha preso una decina di metri di vantaggio, e lì forse mi sono giocato un po’ il crono finale, si perché ho reagito di impulso, l’ho raggiunto e ho cominciato ad aumentare l’andatura, ho forzato un po’ e sono arrivato in cima abbastanza stanco. In discesa non sono riuscito a correre bene e il distacco si è ridotto fino ad arrivare a 40 secondi. Ho reagito di nuovo e pian piano ho guadagnato secondi, ma Pietro non ha mollato, e ogni tanto il vantaggio diminuiva. La mia corsa non era rilassata, ogni tanto mi sentivo molto debole e chiedevo un carbogel , forse questa volta ho mangiato troppo poco. A colazione mezzo cornetto, un cappuccino e un terzo di baguette con la marmellata, a pranzo nulla, mezz’ora prima di partire una gelatina presport. Al 35km il primo carbogel e al 55km il secondo. Meno rispetto al solito. Rispetto ad altre gare ero meno lucido, non riuscivo a rispondere a tutte le battute che mi facevano e notavo di correre con la bocca abbastanza aperta come a voler prender più aria possibile. Il mio vantaggio superava i due minuti, ma io non mi sentivo sicuro. Nel frattempo il tifo della gente continuava e mi caricava e mi ha fatto anche molto piacere vedere il sindaco di Faenza sorpassarmi in bicicletta e salutarmi. Al’88km i minuti che avevo di vantaggio erano quattro e io continuavo con il mio passo, un passo non in spinta ma costante. La gente ai lati delle strade mi chiama per nome, alcuni avevano dei cartelli con il mio nome scritto, l’emozione era tanta. Mi dicevano parole bellissime e io non mollavo, e km dopo km sono arrivato al 99esimo km, lì finalmente mi sono sbloccato, sentivo veramente il traguardo vicino e ho cominciato a giocare e a salutare, aumentando l’andatura e guardandomi a destra e a sinistra e così in poco tempo taglio il traguardo. Non sentivo più la stanchezza, avevo voglia di saltare e di abbracciare tutti quelli che mi avevano aspettato a l’arrivo. Non ho visto neanche il tempo che ho fatto, ma sapevo che è sopra le sei ora e quaranta, non un granché rispetto alle mie tre ultime 100km ma va bene lo stesso. Salgo sul palco, si stappa la bottiglia come gli altri anni, e poi vado al ristoro e a cambiarmi. Incontro il mio caro amico Carlo che come ogni anno è venuto ad aspettarmi, ho bevuto qualcosa e poi via all’antidoping. Questa volta ci hanno fatto il doppio controllo, sangue e urine, finalmente! Per riuscire a fare la quantità sufficiente di liquido da analizzare, ho bevuto tre birre, un po’ mi sentivo brillo, ma giusto quel po’ che mi ha dato allegria. Ringrazio Veronica, per avermi fatto assistenza prima, durante e dopo la gara, dandomi quella tranquillità che mi ha permesso di vincere. Alle 2 e 40 finalmente sono arrivato in albergo, mi sono cambiato, messo a letto e nel giro di due secondi mi addormentato. Ho vinto il mio settimo Passatore, è solo una vittoria in più, ma per vuol dire molto, vuol dire che ho ancora la salute, la fortuna e la voglia di andare avanti, so che non ho fatto nulla di straordinario, sono stato solo costante e fortunato, ma sono contento proprio di questo. Grazie Papà per avermi regalato questa bella passione e grazie mamma, se ho vinto è anche merito tuo.

2011

Giorgio Calcaterra

Il mio sesto Passatore.

Quest’anno è stato per me un anno un po’ particolare, un anno nel quale un grosso infortunio ha modificato la mia vita… Ho difficoltà a guidare la macchina, ad alzare un peso, a piegarmi in una certa maniera, ma per fortuna non ho difficoltà a correre… Correre mi riesce bene, quando corro non sento dolore… Così ho rinunciato a varie terapie che potevo fare, e mi sono cominciato a preparare ad una gara che amo moltissimo: il Passatore. Negli ultimi mesi non sono riuscito a correre molto forte, le mie gare venivano sempre più lente dello scorso anno, in maratona avevo perso almeno 4 minuti e secondo un calcolo approssimativo, nella cento avrei perso almeno 12minuti. Io speravo di scendere sotto le sette ore, ma sapevo che era difficile! Ma mi sono detto fin dall’inizio che l’importante sarebbe stato provarci! Così sabato pomeriggio sono andato a Firenze, con quell’obbiettivo. Non pensavo troppo alla vittoria, pensavo fosse impossibile, ma volevo provare ad onorare quella bellissima gara che tanto mi ha dato! Qualche piccolo cambiamento l’ho fatto, rispetto all’anno passato per esempio ho mangiato meno, volevo arrivare alla gara leggero e reintegrare le energie durante il mio viaggio. Ho fatto colazione alle nove e trenta con sei fette biscottate, un cappuccino con un cornetto e una tazza di latte e cereali, po ho preso una gelatina un’ora prima della partenza, insomma, colazione abbondante ma niente pranzo. Così è andata, sono partito sentendomi leggero e vitale, il pensiero è andato subito allo scorso anno, quando in partenza facevo smorfie di dolore per la mia contrattura alla schiena e non riuscivo a tenere il passo dei primi… Ricordo il magone che avevo, la paura di non farcela, ma ricordo anche la determinazione ad arrivare, magari in 20 ore, magari di passo, ma volevo arrivare! Lo scorso anno in realtà la mia contrattura si sciolse con il passare dei km ed io sono riuscito a vincere la gara, ed alla fine, incredibile ma vero all’arrivo la mia schiena era meglio che alla partenza.  Ora voglio  però scrivere di quest’ anno… un’edizione difficile, con molti concorrenti temibili. Sono partito con molta voglia di correr e già dai primi metri ho preso il mio ritmo senza pensare a tattiche o agli avversari. Con me solo Emanuele Zenucchi, ottimo maratoneta all’esordio su questa distanza. Pensavo partisse forte e questo mi dava un p0′ di preoccupazione, invece per fortuna il suo ritmo è stato giusto e devo ringraziarlo per i 10 km di compagnia. Dietro di noi c’era Alberico di Cecco, sembrava non volesse raggiungerci e manteneva sempre quella ventina di metri dietro di noi.  Per i primi 10km ho avuto abbastanza caldo, ma poi per fortuna le condizione climatiche sono migliorate e anche se c’è stato un p0′ di vento contrario, devo dire che il clima è stato dalla parte di noi atleti. Per me il Passatore non è una singola gara, ma c’è la gara nella gara, ovvero il gran premio della montagna. La prima salita, quella di Fiesole (Vetta delle Croci) è passata via velocemente poi pian piano siamo scesi fino a Borgo San Lorenzo dove cominciavano i 13/14 km di salita… Dove cominciava la mia prima  gara.  Di Cecco nel frattempo mi ha affiancato e circa al 43esimo km mi ha staccato. Io avevo preso da poco dei carboidrati liquidi ma non avevo bevuto acqua e mi avevano dato leggermente fastidio, non sono così riuscito a rispondere all’attacco. Dopo circa 500 mt riesco a bere dell’acqua e pian piano mi riprendo, aveva una sessantina di metri su di me, in salita non sono pochi… ma ci ho provato, ho spinto un p0′ sull’acceleratore e con mia grande sorpresa, sono riuscito a raggiungerlo e a staccarlo di circa 40 secondi… mi sono così goduto la vittoria della mia prima gara, il gran premio della montagna. Mi sono buttato in discesa con la voglia di correre, ma con la consapevolezza che era troppo presto per spingere a fondo e che forse dovevo approfittare della discesa per recuperare un po’. Sapevo che il secondo era vicino, ma non mi importava, sapevo che forse era meglio se mi raggiungeva e se correvamo per un p0′ insieme. Credo mi abbia raggiunto al 55esimo km e per 20km abbiamo corso vicino,  a dire il vero, ogni tanto lui si staccava, ma credo solo perché io facevo dei piccoli cambiamenti di ritmo. Al 74esimo km Di Cecco ha accelerato un po’ e io l’ho seguito fino al 75esimo, quando ho deciso anch’io di fare un piccolo allungo.  A quel punto sento il tifo, mi dicono vai, insisti ora, io penso: è assurdo, mancano ancora 25km, è troppo presto… La mia mente pensava razionalmente, ma le mie gambe e il mio cuore mi hanno detto di andare e io senza neanche rendermene conto, ho cominciato a spingere, a correre, finalmente senza tenermi… finalmente libero! Il distacco non aumentava di molto, e pensavo che Di Cecco mi riprendesse presto, ma io non stavo gareggiando solo contro di lui, io stavo correndo per il mio tempo, stavo correndo per il mio personale e allora, al diavolo tutte le tattiche… dovevo correre, andare come potevo! Perché l’ho sempre detto e lo ribadisco ancora una volta il personale è la cosa che mi gratifica di più, più di una grande vittoria. Gli ultimi 10 km  ho avuto un piccolo rallentamento, ma i muscoli si erano induriti e sapevo che ormai il vantaggio dal secondo era superiore ai 2 minuti… Quindi ho spinto, mantenendo la concentrazione e sapendo che fino a un metro prima dell’arrivo, la gara non è finita e tutto può succedere. Sono arrivato un po’ stanco e affamato, meno vivace rispetto agli anni passati, ma felice e soddisfatto. Sono salito sul palco, ho stappato la mia bottiglia di spumante e firmato diversi autografi, ma devo dire la verità non mi sentivo in piena forma… poi mi hanno accompagnato all’antidoping, per fortuna ho mangiato due cornetti e mi sono ripreso… Forse qualche barretta in più, o chissà uno dei miei amati cornetti presi in gara mi avrebbe fatto arrivare un po’ più vispo! Ora sono passate più di 36 0re dalla fine della gara, i muscoli delle mie gambe sono leggermente doloranti, ma mi sento rilassato e in forza! Ancora non ho corso, non so se oggi lo farò, ne avrei molta voglia, ma non forse non è il caso di accelerare i tempi, voglio riprendermi bene e ricominciare a correre senza dolori e con il solito piacere di sempre. Ringrazio di cuore tutti quelli che hanno tifato per me, che con il loro sostegno mi hanno spinto verso il traguardo, ringrazio chi mi aiutato in gara, con il supporto di qualche parola o di una boccetta d’acqua. In particolare ringrazio Veronica che mi ha fatto assistenza per tutta la gara e che pazientemente mi ha passato le barrette, i carboidrati liquidi, l’acqua e la cola e che con il suo tifo mi ha dato forza e voglia di correre. Per ora non ho programmi per le mie prossime gare, vorrei divertirmi in gare veloci, ma un pensiero c’è anche al mondiale di settembre…
1973

Io, Romano Baccaro

Intervista telefonica in occasione della festa del Collaboratore dela 100 km del Passatore 2012

Riguardo alle 3 gare che feci io (con una vittoria ed un secondo posto), ti posso dire che quelle esperienze pur già così lontane – anni 1973 e 1974 – sono vivissime nei miei ricordi e tutte le volte che le rammento, una grande emozione mi assale assieme ad una commozione veramente immensa.
Quei due successi (anche un secondo posto io lo considero come un successo) alla Vs. magnifica gara, sono state tra le più belle imprese della mia vita sportiva e me le tengo “dentro” come un patrimonio di una “stagione” della mia vita e che mi ha arricchito enormemente e mi ha fatto crescere tanto, non solo come sportivo, ma soprattutto come uomo.
Questo sport (ancora più degli altri) è stupendo.
Proprio per questa ragione, è uno sport da consigliare particolarmente ai giovani perché imparino presto la “scuola di vita” che esso insegna (aiuta a vincere la sofferenza, la pigrizia, ti insegna a migliorarti per raggiungere risultati solo quando te li sarai meritati col lavoro e la fatica, ti fa rispettare chi è più forte di te, ma nello stesso tempo ti dà consapevolezza del tuo “valore”, è uno sport che privilegia l’umiltà a scapito della “sfrontata spavalderia”, e poi, non ultimo privilegio di questo sport, è quello di farti avvicinare alla natura e ad amarla e rispettarla come, purtroppo, oggi non tante persone fanno.
Quindi un carissimo ”bravo” a Voi del Passatore che sostenete uno sport che più degli altri offre i vantaggi cui ho prima accennato.

1974

Io, Attilio Liberini

Quando vinsi la 100 Km. del Passatore nel 1974, compivo 35 anni. Era la mia ottava corsa sui 100 km che disputavo. Avevo vinto tre volte la “Torino-Saint Vincent” e nelle precedenti 100 km. mi vinsero solo due centisti: l’amico-rivale Bovini e il tedesco Helmut Urbach.
Assenti entrambi alla corsa del Passatore, nel 1974, la vinsi in 7h 34’. Grazie a questa vittoria fui l’unico italiano a vincere entrambe le corse dal 1973 al 1987. Solo due altri centisti riusciranno nell’impresa: Helmut Urbach e lo scozzese Donald Ritchie. Assimilai con più calma la dose di marmellata e sostituii il the con il vino bianco amabile offerto dall’organizzazione e così arrivai sino a Marradi. Corsi tranquillo per risparmiare fiato e gambe; pochi chilometri dopo Marradi il vincitore della prima edizione, Baccaro, arrivò a pochi metri da me. La strada, però, era più illuminata e pianeggiante, cambia marcia e portai il vantaggio a 4 minuti da Baccaro.
Finalmente, arrivò la macchina dell’assistenza e con lei anche l’alba, e per l’amico Baccaro non ci fu più niente da fare. Mantenni il vantaggio sui 4 minuti e a Faenza mi accolsero trionfalmente. erano le 6.34. Ero felice della vittoria. Senza intoppi, avrei terminato la gara in sette ore circa.
Sono immensamente grato a tutte quelle persone assiepate lungo il percorso che mi hanno incoraggiato e sostenuto sino al traguardo.
Quella fu una nottata che non potrò più dimenticare.

1975

Chi era Urbach
quando il fosso chiamò il campione

Deve essere stato dalle parti di Crespino, il luogo esatto non saprei indicarlo con esattezza ma quella sponda del monte e la cunetta, “il fosso”, quello l’ho ancora ben netto nella retina, quindi eravamo verso i 60 km. e il “panzer” Urbach, che aveva già un bel vantaggio sul secondo, marciava poderoso sui cingoli, spedito e ferrigno proprio come un deutsch panzer, che aveva alle costole la deutsche panzeressa, ad un certo momento la macchina prodigiosa sembrò avere un qualcosa che si fosse infiltrato fra gli ingranaggi.
La corsa, dai tempi dei tempi e senza scomodare Olimpia, è uno degli esercizi armoniosamente più graditi all’occhio perché lo spettatore vede tutta l’armonia del prodigio che si chiama uomo, uomo (o donna) giovane in particolare e allora viene proprio da dire che quell’essere è stato creato “ad immagine e somiglianza” del Creatore.
Urbach era bello nel correre perché aveva tutto per giustificare quel bello, l’armonia del tutto che è già qualcosa e quello di andare più veloce di tutti gli altri, che conta altrettanto.
Ma il “buscolo” si era infiltrato nell’ingranaggio e la macchina prodigiosa cominciò a rallentare, scoppiettare e la bellezza man mano scomparve e l’armonia pure e il grande Urbach non fu più tale e quando, barcollante, deviò sulla sinistra, le ginocchia piegate, sgonfie, cadde, anzi sembrò rifugiarsi nel fosso e raggomitolarsi come nel sacco fetale, la pena di assistere a quella catarsi fu grande, inesprimibile.
Ma c’era – come si chiama?… – la moglie e furono alcune parole secche, dure, taglienti (tedesche!) e le ultime, e fu stacco sorprendente, sussurrate, come il canto d’usignolo e il miracolo – oh sì, quello proprio fu miracolo – il piccolo, povero uomo grimpò dal fosso e fu di nuovo sulla strada e riprese la bella, armoniosa, stupefacente corsa.
E’ fu di nuovo il grande Urbach.

a.d.

1976

Io, Vito Melito

Carissimo Alteo,
a tua chiamata, rispondo…spero di esserti utile per il progetto in cantiere e, di prima mano ti detto queste mie sensazioni di “vecchio combattente”…
“Oh, quante volte mi hanno chiesto e continuano a chiedermi, Vito, perché corri per 100 km?” Io rispondo…non lo so. “Ma non sei stanco di correre per 100 km…” io, imperterrito continuo… non lo so… però… però… una cosa sola, so benissimo e altrettanto voglio fare bene… Correre e far correre, se è possibile, una 100 km a tutti coloro che, scevri di ogni mania di divismo, vogliono esaltare il proprio io, non secondo la teoria del superuomo nei confronti degli altri; quanta esaltazione di se stessi, nel senso più completo del corpo e dello spirito…
Sono tanti, tantissimi gli attimi e i momenti belli della vita che non si vorrebbero mai dimenticare, quasi volendoli scolpire fissi nel cuore e nella mente; ma, è quasi impossibile, immortalare un lampo fuggente come felicità eterna; certamente è molto più facile godere un’esperienza di vita, che, anche se dura solamente 6, 7, 8, 9, 10… al massimo 20 ore, tuttavia stravolgerà e condizionerà al meglio la propria esistenza di uomo normale con l’essenza più vera e genuina di un uomo super.

Vito Melito
1977

Io, Vito Melito

Le righe che seguono sono “il seguito” di quanto Vito mi ha scritto riferendosi alla sua prima vittoria. Ma doveva essere certo che ci sarebbe stato un bis… anzi una quaterna secca!

Amici carissimi,
in questo consiste lo spirito e la materia della 100 o supermaratona… tu, uomo semplice, indifeso, spesse volte poco allenato alla lotta, sfidi tutti e tutto e, anche se a prima vista può sembrare una lotta impari, alla fine riesci vincente, avendo permeato il tuo animo di un coraggio inusitato e il tuo corpo di una corteccia impenetrabile al freddo, al vento e alla pioggia…
E’ questo il segreto e il fascino di una 100 Km.: c’è un po’ di tutto: sport… psicologia… sociologia… gioia e dolori… sacrifici e sofferenze… drammi piccoli e grandi… è, insomma, l’humus della stessa vita, della nostra esistenza quotidiana, che ognuno di noi vive giornalmente… provare per credere…
Il sottoscritto, grazie a Dio, imbevuto di questa linfa vitale, nonostante che sofferenza e dolori… vittorie e sconfitte… hanno condizionato con alterna fortuna i propri sacrifici; tuttavia, una cosa sola, l’inesorabile e insostituibile gioia che si prova a percorrere gli ultimi km del lunghissimo interminabile e infinito… rettilineo finale che porta alla dolcissima Faenza… oasi di pace e riposo dopo tanto penare… ma soprattutto un giusto, meritato e imperituro premio e riconoscimento al valore e coraggio di un uomo finalmente super…

Ciao, Vito

1978

Io, Vito Melito

Hai fatto la 100 km. per tre anni consecutivi ed hai sempre abbassato il record di anno in anno, come lo spieghi questo?

Ormai anche la 100 km. è diventata una gara per specialisti: il mio rispecchia fedelmente le tappe di maturazione fisica e psicologica migliorata di anno in anno. Sfruttando sempre di più l’esperienza precedente, si riesce a capire meglio e il proprio fisico e il metodo di affrontare la gara; con sempre maggiore convinzione anche la 100 km. può essere una gara come un’altra: basta prepararsi bene e credere al lavoro che si fa.

Quest’anno all’arrivo hai detto che la terza 100 km. l’avevi già vinta l’anno scorso, perché?

Sì, l’anno scorso, nonostante una difficile crisi, sono riuscito a vincere superando l’avversario all’ultimo km,; appunto, da allora vedi che se ai 100 km. Elvino Gennari aveva fissato il record mondiale sulle 6h20’35’’ io senz’altro avrei fatto di meno e la terza vittoria ne dà la conferma.

Quest’anno sei partito anche per battere il record dei 100 km.?

Sinceramente no, io volevo vincere per la terza volta e bene; però dopo 50 km. di gara ho avuto la convinzione che mantenendo un ritmo regolare avrei fatto il record. Ho spinto al massimo per circa 30 km. fra il settantesimo ed il centesimo e qui ho vinto la gara e fatto il record di 6h12’55’’.
Con che tipo di scarpe hai corso?

Un paio di scarpe di marca francese, l’E.B., favolose per leggerezza e morbidezza; una piccola curiosità; avendo rotto le mie pochi giorni prima della gara, ho corso con un paio prestatomi da un allievo dell’Acquadela. Ciò spiega e dà pregio al valore ed alla praticità delle scarpe.

Claudio Cava
Notiziario del Podista, luglio 1978

1979

Io, Donald Ritchie scozzese…

Volai a Milano il 24 ed arrivai circa alle 18,30. Sfortunatamente non c’erano treni per Firenze sino alle 22.10 e così impiegai il tempo mangiando gelati, una fetta di torta, spaghetti e pizza.
Il treno era pienissimo ma trovai un posto a sedere. Dopo quattro ore e mezza arrivai a Firenze. Trovai il mio Hotel verso le tre del mattino ma non potei entrare. Allora ritornai alla stazione e lì aspettai l’alba.
Alle 5,30 andai a passeggiare un po’ per la città e ritornai all’Hotel verso le 9,00.
Mi misi a letto per un paio di ore ma non potei dormire, così decisi di andar fuori per “ragioni di cultura”, visitare gli edifici più importanti e la mostra di Leonardo da Vinci.
Era molto caldo ed ero un po’ in apprensione per la gara. Una piacevole serata la impiegai cenando con il sig. Oneto e con altri atleti di Francia, Canada e Cecoslovacchia…
La piazza era strapiena di corridori di tutte le fogge e specie anche se il numero dei partenti era limitato a 3000. Una banda stava suonando e l’atmosfera era di festa. La partenza fu atipica; non un colpo di fucile…
Il premio mi fu consegnato la mattina dopo. Era proprio una vera festa nella piazza. L’entusiasmo era generale e totalmente differente da qualsiasi altra consimile precedente esperienza. Fu certamente un evento memorabile, sotto tutti gli aspetti!
(da una pubblicazione firmata dal grande atleta ed interessante per come una grande atleta affronta una prova così dura ed anche per il minuti dettagli)

1980

Ancora io, Donald Ritchie

La “100 del Passatore” è una specialissima corsa con molte caratteristiche. Principalmente è una grande gara, a parte la distanza ci sono anche da considerare i duri strappi fuori Firenze e dopo la salita al Passo della Colla. Anche le condizioni atmosferiche possono creare difficoltà.
Da considerare anche la fortissima partecipazione che mi fa dire che mai in nessun altra occasione ho visto tanti partecipanti ad una ultrarunner; tutto questo crea una particolarissima atmosfera alla partenza da Piazza della Signoria.
Poi c’è il supporto degli spettatori lungo il percorso che non si registra in nessun altra consimile gara. Borgo S. Lorenzo è magnifica, le sue strette strade erano bloccate dalla folla che si spostava appena per farti passare; più tardi, quando scendeva la sera io ricordo il supporto dato dalle orchestre nei diversi paesi attraversati e ancora il commovente supporto della gente.
Al termine era un eroe che veniva accolto nella grande piazza di Faenza, una accoglienza indimenticabile. Ognuno è felice che una qualsiasi gara sia portata a termine ma non questa; alla mattina della domenica la cerimonia di premiazione è una felice ed indimenticabile occasione.
Tutto questo e tant’altro fanno della “Passatore” una grandissima esperienza; congratulo gli organizzatori per aver prodotto una gara così bella e sono fiero di aver vinto più edizioni e spero che questo continui perché altre generazioni di ultrarunners possano gioire della “magia” della “100 del Passatore”.

1981

L’Italia ha vinto tre volte i mondiali ma Vito Melito è a quota quattro!
(e avrebbe vinto anche la “100 di Washington” se non gli avessero fatto sbagliare il percorso)

Io, Vito Melito

<>.
<>.

Raffaele Dalla Vite
(La Gazzetta dello Sport)

1982

Io, Luciano Ceni

Anzi, “Lui” – Luciano Ceni, perché l’autoritratto non è arrivato e quindi, per mantenere l’imposta-zione del libro, qualcun altro deve dire del ferroviere e dell’elettrotecnico, che è stato l’autentica sorpresa della decima edizione della “100 del Passatore”.
Un sondaggio fatto fra i giornalisti accreditati, e molti con una lunga milizia di presenza alla “Passatore”, quindi gente da “occhio di falco” anche in queste cose non si è sognata di indicare Luciano né come primo né come secondo o terzo, anzi – per loro – non esisteva addirittura.
Tutti i pronostici erano per Donald Ritchie, in subordine Papa e Gennari.
Come si spiega il fatto? Come salta fuori Luciano Ceni? Lo spiega Stefano Biondi su “Stadio”.
Dice: <>.
Ci sono molte cose da spiegare: come possa un maratoneta (uso cioè a meno della metà di una 100) presentarsi e vincere, perché il freddo e la pioggia abbiano fermato “i grossi” e non lui.. e se ne potrebbero dire molte altre di domande consimili.
Meglio stringere ed affermare, alla maniera di Monsieur de la Palisse, che Luciano Ceni ha vinto perché è arrivato primo.
Ed il suo nome campeggia, per sempre, sulla bella targa ceramica che eterna, come ad Olimpia, i veri campioni.

a.d.

1983

Io, Mauro Cilia

Gent.mo Signor Alteo Dolcini
E’ con molto piacere che rispondo alla sua graditissima lettera.
Lei mi chiede di ricordare le sensazioni che provai in quell’ormai lontano maggio 1983. Le premetto che tali sensazioni sono rimaste indelebili nella mia mente.
Le posso dire che, dal punto di vista sportivo, per me la vittoria fu una cosa inaspettata e, per questo, doppiamente bella. Ma quello che più mi è rimasto impresso è stato il calore della gente che, ai bordi della strada, pur non conoscendomi, a volte mi correva al fianco, incitandomi.
E fu proprio un tale calore, che la gente riusciva a trasmettermi, che mi permise, a volte di non pensare alla fatica e, quindi, di proseguire nel modo più sereno e tranquillo verso il traguardo.
Per finire, ricordo la calorosa accoglienza in piazza, cosa che sinceramente la mia mente non cancellerà mai.
Sperando di avere una copia del suo scritto e di rivederla, la saluto cordialmente.

Mauro Cilia

1984

Chi è Fausto Coletti
visto da Ennio Macconi

Fausto Coletti, operaio trentatreenne di Terni e Gabriele Nembrini, 20 anni, di Bergamo ma abitante a Incisa Valdarno. Il primo e l’ultimo. Tutti e due, in modo diverso, hanno vinto questa XII edizione della Cento Chilometri del Passatore, questa pazza corsa a piedi da Firenze a Faenza, partita sabato pomeriggio alle 16,30 sotto Palazzo Vecchio e conclusasi venti ore dopo a Faenza, in piazza del Popolo.
Fausto Coletti, primo dei 1240 sopravvissuti all’arrivo, rispetto ai 2934 presenti al via, ha battuto tutti. E’ stato il più veloce. A una media di quasi 15 chilometri l’ora, per correre i 101 chilometri e 500 metri ci ha messo 6 ore, 52’44’’. Gabriele Nembrini, l’ultimo è riuscito ad arrivare entro il tempo massimo. E’ stata questa la sua vittoria. Due corse in una. Agonismo e voglia di farcela. L’agonismo e la possibilità di vincere sono stati di pochi. Per tutti gli altri, si è trattato di una grande prova, del desiderio di vedere sin dove si può arrivare. La Cento chilometri del Passatore è grande per questo. E’ autentica, drammatica, gioiosa, irripetibile.

1985

Io, Fausto Coletti

e un rimborso spese che non supera le duecentomila lire. Dalle sue scorrerie nello Stato Pontificio il “Passator Cortese”, il brigante di pascoliana memoria a cui è intitolata la Cento chilometri che attraversa l’Appennino tosco-emiliano da Firenze a Faenza, doveva ricavare bottini certamente più ricchi.

F.N.
(Gazzetta dello Sport)

1986

Jean Marc Bellocq
Ricordando Gaston de Foix che defunse qui vicino alla battaglia di Ravenna

L’accostamento è arditino, mettere fianco a fianco il giovane generale – Gaston de Foix – a capo della armata francese calata, per l’ennesima volta, nella derelitta Italia con il dire che bisognava scacciare gli spagnoli (si era nel 1512 o giù di lì…) e quindi guerreggiare, bombardare, assediare, stuprare, affamare e così via. Ecco mettere tutto questo a fianco con Jean Marc Bellocq che non fa niente di tutte le brutte cose che abbiamo detto, che non ce l’ha con gli spagnoli, “a mano armata” ma caso mai (con i predetti e con tutti gli altri) “a pie’ veloce”, ecco – in questo senso l’accostamento può andare.
Per dire, una volta di più, che i franciosi vanno forte, e che levatevi di mezzo che, loro, la grandeur, ce l’hanno in esclusiva e guai ai vinti, a quelli cioè che sono indietro, di un minuto o di dieci ore.
Jean Marc è l’eleganza d’oltralpe applicata alla più dura delle competizioni. Ha le phisique du rôle nel senso più compiuto. Giusta altezza (il baricentro non è cosa da prendere sottogamba), il giusto peso, la giusta testa, cioè la tigna di volere, volere più del secondo e di tutti gli altri.
Jean Marc corre con un berrettino al quale, sul retro, è applicato un panno bianco, come quello della “Legione Straniera”, ma – lui – non è un legioner, cioè un mercenario venuto da chissà dove. Lui, francese, è un ufficiale, anzi il comandante en chef.

1987

Io, Jean Marc Bellocq

Sono venuto in Italia l’anno scorso tanto per gareggiare in questa gara di cui mi avevano detto meraviglie, ho vinto, ma soprattutto mi sono esaltato. Così quest’anno non ho neanche valutato la possibilità di vincere il titolo francese e mi sono preparato per il Passatore. Vincerlo mi avrebbe dato più gloria di qualsiasi altra 100 chilometri. Con me ho portato Bernard Rossetti e Monique Fornari, secondo e quarta nell’ultima edizione, ed ho convinto a venire anche Christian Roig, uno dei migliori centisti francesi. Bernard ha confermato la sua seconda posizione, Monique, che è poi la mia allenatrice, ne ha guadagnata una salendo sul podio, mentre Christian è giunto quinto. Tutti i miei connazionali erano entusiasti: se si sparge la voce in capo a qualche anno il Passatore parlerà francese… Io ho trent’anni, sono laureato in farmacia e lavoro in un’azienda farmaceutica che rifornisce di medicinali tutti gli ospedali di Parigi. Abito a La Celle Saint Cloud (ricordate l’Editto di Saint Claud che ispirò i Sepolcri al Pascolo?), paesino alla periferia sudoccidentale della capitale francese, e gareggio per l’A.C. Bally Noisy. Mi alleno tutti i giorni per un totale di 200 chilometri alla settimana; nella maratona valgo 2:27’. Come vedete non è trascendentale quello che faccio; ed è per questo che dico che quando un maratoneta da 2:15’ deciderà di dedicarsi alla 100 chilometri con serietà e dopo aver verificato la sua attitudine per le lunghissime distanze farà sfracelli.

1988

Io, Normanno Di Gennaro

Le cronache, gli albi d’oro, la gente, di un avvenimento sportivo ricordano solo il vincitore.
Personalmente, sono convinto che la storia di uno sport è fatta da tutti, cioè, da tutti coloro che si identificano in quella disciplina.
Carissimo amico, per una volta mi conceda l’aggettivo, mi chiede 40 – 50 righe di ricordi e sensazioni, ma Le sembra possibile che si possa riassumere, in tanto poco spazio, il “pathos dei 100.000 metri”?
Lo escludo: ne verrebbe un quadro sterile e privo di significato.
La mia penna non è così erudita e leggera da saper profondere le tante, tantissime sensazioni provate lungo i tornanti e su per i pendii di quell’habitat meraviglioso.
Prima della partenza fui assalito da panico, paura di non farcela.
Poi… Pronti… Via…, 30 Km… 40 Km…, i muscoli trovavano la giusta carburazione, il cuore si calmava, l’orgasmo scompariva e il posto delle sensazioni sgradevoli era preso dall’ottimismo che mi aveva accompagnato durante la fase di avvicinamento alla gara stessa.
Da quel momento, salvo imprevisti, sentivo di aver la vittoria a portata di mano.
Infatti, non ebbi mai problemi fisici, a sette chilometri dal traguardo, rompevo gli indugi e in crescendo andavo a vincere.
Certo, non dimentico quel pubblico meraviglioso dal volto amico e plaudente.
Anche a loro devo il risultato di tanta impresa. Ma lo è stata? A loro la sentenza!

1989

Moi, Roland Vuillemenot

Je suis venu “en connaisseur” cette fois – ci mais la chaleur est au rendez – vous. Je resterai donc discret dans le peloton de tête mené par Di Gennaro bien décidé à gagner à nouveau. Un Di Gennaro bien encadré par entraîneur, un coureur “lièvre”, etc. mais bien trop nerveux lorsqu’il regarde sa montre (il fait trop chaud pour maintenir les temps de l’année précédente). Par réaction, il accélère, en prenant une centaine de mètres mais je reviens tranquillement sur le groupe qui l’accompagne. Je n’ai en tête que cette côte de Casaglia car je ne veux pas me faire doubler comme l’année précédente. Je mène un train régulier en montant sur Ronta et je sens Di Gennaro faiblir. Alors j’accélère un peu, il perd une centaine de mètres, ce qui le contraindra à l’abandon. Dépassant un échappée de la première heure, dans les premiers lacets, me voilà seul en tête dans la côte de Casaglia, accompagné de la voiture de tête sur laquelle est juché le speaker au chapeau qui va devoir prononcer jusqu’à la fin “Vuillemenot, Francia !”
Au moment d’aborder la descente, j’ai envie de vomir mais finalement, je reprends mon allure car je veux creuser un écart afin de décourager mes poursuivants. A 30 km de l’arrivée, je sais que je vais gagner mai j’ai deux heures de course encore et les jambes me font mal. La télévision m’aveugle avec sono projecteur, je ne sais plus où je cours. Puis c’est la traversée de Brisighella au milieu de toute cette foule qui m’assourdit les oreilles. Enfin, c’est Faenza qui m’applaudit sur ses 2 km avant cette montée triomphale sur le podium d’arrivée. Je n’ais jamais vu autant de monde m’acclamer. Un moment qui restera gravé dans ma Mémoire. Mon temps : 7h 01’31’’.

1990

L’Est vince

Giovanni Paolo II (e mi stupisce e mi dà fastidio sentirlo chiamare “Papa Woitila” o addirittura – con una libertà maleducata, addirittura “Woitilia”) ha fatto tante cose prodigiose e la prima, certo, è quella di aver portato un Papa non italiano –Lui– sul soglio di Pietro dopo 500 anni di ininterrotta italianità… e qualcuno dice che – dopo di Lui – ne passeranno altri 500 prima che ciò abbia a verificarsi ancora…
Ma sia, e non teniamo conto di tutto il resto e del grande capitombolo politico che sta sconvolgendo parte delle terre emerse, un uomo dal nome che qualcuno dice impossibile (e quindi polacco…) si iscrive, viene a Firenze, passa per Fiesole, Borgo S. Lorenzo, Passo della Colla, Marradi… senza mettersi in particolare evidenza (forse perché l’impronunciabile nome lo aiuta a questa sapiente mimetizzazione…) poi si fa sotto e alle porte di Faenza si verifica il fatto grande (grande, grandissimo fatto è quello di eternarsi vincendo una “100 del Passatore”) e il polacco, il conterraneo del Papa, “l’Uomo di Woitila” – il compito dei titolasti delle pagine sportive è così enormemente facilitato – si presenta in Piazza del Popolo.
Il “fatto vero” era che il muro (la terribile, inumana, sconcia, lubrica, indefinibile cosa) era crollato non solo per la Germania e Berlino ma per tante nazioni che assaporavano emozioni di libertà e dal varco di quel muro era passato anche Jamont Przemyslaw e così veloce che aveva battuto tutti, da arrivare addirittura a Faenza.

1991

Io, Valmir Nuñes brasileiro

Ho cominciato a correre a 15 anni, a scuola, e subito mi sono sentito portato a questo sport. La mia prima corsa, da 100 km fu Uburaba, Minai Gerais, in Brasile, nel luglio del ’90, quando arrivai primo. Poi ho corso a Santander, Rio de Janeiro, ancora terzo. Poi ho avuto la mia più grande soddisfazione alla Firenze – Faenza, quando ho vinto il campionato del mondo.
Mi ha molto impressionato la perfetta organizzazione della corsa, il rilievo che dà la stampa, la partecipazione del pubblico, i patroni, il governo. Quanto differente dal mio paese, dove gli atleti sono assolutamente soli “per combattere per un posto al sole!”.
Prendete me, come esempio, che sono solo, senza allenatore, senza nessuno con il quale impostare la mia preparazione. Di regola io corro tutti i giorni, di corsa al paese, sulle colline, sulla spiaggia. Leggo molto, libri e giornali, su questo sport e mi sforzo di mantenermi sano e forte, mangiare sano, non bere e non fumare. Certo di stare bene, insomma, di mantenermi in forma fisicamente e mentalmente.
Io non dimenticherò finché campo la “100 del Passatore” per un fatto più di tutti gli altri: i luoghi che la corsa attraversa da Firenze a Faenza. Il panorama, il paesaggio, tutto è così bello che quasi non si avverte la fatica nei muscoli. Io debbo dirvi cosa mi ha aiutato a vincere la “100 del Passatore”: mi sentivo solo; sperduto in un paese nel quale nessuno mi capiva e nessuno io capivo. In più, mi sono sentito un po’ male nell’Hotel prima della partenza e quindi capirete come mi sono presentato al via. Ma appena iniziata la corsa mi sono detto che dovevo arrivare primo: era il modo per battere la mia indisposizione e la paura.

1992

Ancora io
Valmir Nuñes
nell’anno di Cristoforo Colombo

Non volevo venire, non mi piace fare il bis, e in questo sono come il vostro Paganini… Poi mi avete detto che era il 500° del discoprimento del Nuovo Mondo, che avevo il dovere morale di esserci, perché sarebbe venuto anche lo statunitense Vassili Triantos di fresca cittadinanza stelle e strisce proveniente dall’antico popolo bretone che ha insegnato molto a molti, e veniva perché aveva vinto la “100 del Passatore” di Washington e allora non me la sono sentita di fare un torto a quella che anch’io dico essere la “100 più bella del mondo”…
E così eccomi qua… e non sarebbe stato se non si fosse intromesso il buon Cristoforo e chissà poi dove sarei io adesso senza la sua scoperta! Non ho battuto il record del ’91 anzi 20 minuti in più, che per me sono tanti ma credetemi che, comunque, vincere la “100 del Passatore” è sempre grande cosa.
Sono già due le belle targhe ceramiche assegnate al vincitore e adesso che ho fatto il bis faccio un pensiero per eguagliare il record di Vito Melito (che ne ha 4) e sarebbe bello farne una in più… Vedremo.
Intanto un caro saluto a Firenze, alla Romagna, a tutti i centisti del mondo e anche all’Alteo che ha interpretato questi miei pensieri…