BRISIGHELLA

Brisighella – km 88 – Ristoro N° 20

E’ la cittadina più caratteristica della Valle del Lamone. Il suo abitato è protetto da tre spuntoni gessosi che sorgono maestosi da una grossa rupe calcarea e fanno da suggestiva cornice al paesaggio sottostante. Sul primo colle detto “Monticino” ( un tempo chiamato “Calvario” per la sua forma a teschio) sorge un santuario del XVIII° secolo, dedicato alla Madonna, molto venerata dai brisighellesi e dai romagnoli. L’immagine della Vergine è rappresentata da una ceramica di tipo popolare (forse di scuola imolese e faentina) datata 1626. Sul secondo colle domina un piccolo torrione costruito dai Manfredi del secolo XIV° e, vicino, una possente torre eretta dalla Repubblica di Venezia che dominò questa valle dal 1503 al 1509. Sul terzo colle, una torre del 1850 dove un tempo era collocato il primo torrione di quadroni di gesso eretto da Maghinardo Pagani da Susinana.

Villa degli Spada

giungendo dalla Pieve in Ottavo, verso Brisighella, sulla destra, circondato da un grande parco, si scorge un antico edificio: è Casa Spada,  costruita e poi ampliata sui resti di antica fortificazione, da Paolo Spada (1541-1631). Il terreno era stato acquistato dal padre di Paolo, Giacomo (+1566), nell’anno 1561. Infatti Giacomo vi si trasferì con la famiglia prendendo stabile dimora a Brisighella. Gli Spada, una delle più antiche e storiche famiglie della Romagna, annoverano autorevoli personaggi che hanno dato gloria, specie a Brisighella. Ricordiamo fra questi Paolo, tesoriere pontificio, uomo non colto, ma in compenso in possesso dell’arte di amministrare i beni al punto da diventare l’uomo più ricco non solo di Brisighella, ma di tutta la Romagna. Morì novantenne, nel 1631 e fu padre, fra l’altro, di due illustri personaggi: Bernardino (1594-1661), nato a Villa Spada e battezzato a Pieve Tho. Nominato nunzio da Urbano  VIII° (Maffeo Barberini) alla corte di Luigi XIII° di Francia. Nel 1626 Urbano lo nominò cardinale. Bernardino si distinse come Legato del Papa, per la fermezza e grande generosità quando Legato a Bologna, nel 1630 all’orchè la città venne colpita dalla terribile peste (di manzoniana memoria), suo fratello Virgilio, prete dell’Oratorio di s. Filippo Neri (1596-1662), elemosiniere di vari Papi, fu artefice e creatore di grandi opere a Roma e altrove. Allievo del padre domenicano Domenico Paganelli (secolo XVII°), fu collaboratore dei celebri architetti e artisti Bernini e Borromini. La famiglia Spada, vanto di Brisighella è ricordata da sempre per la grandezza e la generosità  Spada, specie nei confronti  dei poveri.

Il monastero di San Bernardo dei Cistercensi (secolo XVII°)

Proprio di fronte all’antico ingresso di villa Spada, si nota il complesso dell’ex ospedale di San Bernardo di Brisighella, in origine, cenobio dei Padri Cistercensi. Nella biblioteca vaticana sono conservati vari progetti dovuti all’estro di Virgilio Spada (1594-1662), fratello del cardinale Bernardino, riguardanti la chiesa di San Berardo. I padri crearono il loro monastero in seguito all’eredità di Paolo Recuperati (nato 15.., morto nel 1614), che desiderò che il suo cospicuo patrimonio fosse destinato a monaci che con le loro opere e le loro preghiere servissero di esempio ai cittadini. Dopo complesse vicende i frati scelsero, non una sede entro le mura di Brisighella, ma una zona ai margini del paese, ricca di verde e di acqua, adatta soprattutto “al silenzio e alla preghiera”. I cistercensi rimasero lì fino al 1789 (il convento era stato elevato ad Abbazia), quando vennero cacciati per la ventata rivoluzionaria francese, la comunità di Brisighella decise che questo luogo fosse trasformato in ospedale a beneficio della popolazione. E tale è rimasto fino agli anni sessanta quando , per le riforme sanitaria che conosciamo, l’ospedale venne soppresso. Oggi il complesso è adibito ad ambulatori e ad una sezione psichiatrica diretta dall’USL di Faenza.

BRISIGHELLA PRE-ROMANA

In anni ormai lontani la sovrintendenza alle antichità di Ravenna, durante una campagna di scavi nella grotta della “Tanaccia” (poco oltre il colle del Monticino di Brisighella) ritrovò resti di una civiltà di tipo “Polada” localizzata all’incirca fra il periodo neolitico e l’età del bronzo. Si comprende che, con ogni probabilità, gli abitanti di questa spelonca erano Liguri. In seguito si scoprì che la zona di Brisighella e valle erano state invase dai Celti (Galli), popolazione che ha lasciato varie testimonianze, specie in nomi di alcune località. Brisighella e la valle del Lamone furono poi conquiste dei romani. Tutti sono a conoscenza che l’intera vallata era attraversata da una strada, ricordata anche nell’itinerario di Antonino Pio, forse il percorso, poco più di una mulattiera, che univa da tempo immemorabile, la Romagna con la Toscana. Restano ancora varie indicazioni di luoghi che ci testimoniano tutto questo. Partendo da Faenza verso Firenze incontriamo toponimi, rimasti nei secoli, che testimoniano la presenza di Roma nel territorio. Il nome indicante “Quartolo” (quarto miglio), Rio Quinto (quinto miglio), la Pieve in Ottavo (ottavo miglio), Undecimo (undicesimo miglio), ecc. non sono altro che una conferma su quanto in precedenza affermato. Stanziamenti romani restano in nomi di certe località della valle del Lamone come “Baccagnano” che deriva dalla famiglia proprietaria di un fondo (fundus Baccani),Fognano (fundus funii-fundus funianus) ecc. La conferma a quanto si è detto in precedenza viene sottolineato dal rinvenimento di tombe romane, fatto a fine ottocento ed inizio del novecento, a Brisighella, quasi alla periferia, in un luogo detto podere “Celletta” (oggi parco dedicato a Giuseppe Ugonia). Si è pensato allora, vista la scoperta di questa piccola necropoli, che un gruppo di famiglie romane di cavatori di gesso possa avere avuto stabile dimora in un piccolo, insignificante luogo, che poi assumerà il nome di Brisighella.
La prima menzione del nome di “Brassichella”, risale all’anno 1178; secondo molti storici, sarebbe stata fondata dai conti Belmonte delle Camminate. Lo storico Francesco Lanzoni(1862-1929) sottolinea che questa notizia non è attendibile e non fondata su documenti. Nemmeno oggi si può accettare l’ipotesi dello storico Antonio Metelli che fa risalire l’origine di Brisighella all’anno 1192, allorché il castello di Baccagnano nella vicina riva destra del Lamone venne distrutto dai faentini. Ricerche recenti fanno risalire l’origine della cittadina diBrisighella certamente all’epoca romana e forse pre-romana. Il suo territorio ricco di gesso, sembra essere stato inizialmente abitato da una piccola colonia di romani, soprattutto di “cavatori di gesso”, materiale duttile che ben si lavorava e che può essere usato per gli usi più vari. Sembra invece accettabile l’ipotesi che nell’anno 1290 Maghinardo Pagani da Susinana costruisse una forte torre fatta di quadroni di gesso (Castrum Gipsi) da cui gli era possibile controllare il castello di Baccagnano, sulla riva destra del fiume Lamone, dove Francesco Manfredi si era rifugiato. Maghinardo distrusse il castello e, secondo una leggenda popolare, dalla sua torre, suonò la campana a rintocchi che diede l’inizio della distruzione di Baccagnano e del suo fortilizio. Successivamente e precisamente nell’anno 1308, su un altro spuntone gessoso detto “Frisone”, Francesco Manfredi nel secolo XIV° edificò altra torre o meglio una “Rocca”: oggi la più antica, detta dai Brisighellesi “Il rocchino”, mentre sulla destra si erge l’altro torrione, edificato dai veneziani (che dominarono Brisighella e la valle dal 1503 al 1509). Questi due colli, il Castrum Gipsi e il Castrum Brassichella, erano quasi uniti un tempo fra loro e cinti da mura, mentre oggi sono ben divisi a causa del lento scavare per l’estrazione del famoso materiale edile. In località “Trebbio”, ai piedi del colle della rocca, forse da tempo immemorabile, certamente fin dal 1301, era in funzione una piccola cappella alle dipendenze della Pieve del Tho. La cappella aveva come santo protettore l’Arcangelo Michele, ancora oggi titolare, assieme a San Giovanni Battista, della chiesa collegiata. Era tradizione onorare l’arcangelo Michelein luoghi scoscesi e particolarmente montuosi o rocciosi. Tre porte chiudevano l’abitato dell’antica Brisighella fortificata: porta Gabalo o “delle gabelle” che accoglieva chi proveniva dalla via Faentina, porta Fiorentina che si apriva a chi proveniva dalla Toscana ed infine porta Buonfante o Bonfante che si apriva dal lato nord verso la campagna, in direzione oggi di Riolo Terme, Castelbolognese ed Imola. Brisighella fu soggetta per lungo tempo ai Signori di Faenza, IManfredi. Nell’anno 1356 il cardinale Egidio Albornoz, mandato in Romagna dal Papa che voleva sbarazzarsi dei signorotti che spadroneggiavano nello Stato Pontificio, tolse Brisighella ai Manfredi e per breve tempo occupò i due fortilizi. Nel 1371 Brisighella passò sotto il dominio del Cardinale Anglico, rimasto celebre per la realizzazione di un “Censo” su tutta la Romagna. Da questo risultava che la forte rocca di Brisighella era vigilata da dieci uomini al comando di un castellano che riceveva uno stipendio mensile di trenta fiorini. La torre del gesso invece, che dominava il lungo tratto della via che da Faenza porta in Toscana, era sorvegliata da otto uomini comandati da un capo che percepiva uno stipendio mensile di venti fiorini. Nell’anno 1376 Astorgio Manfredi, figlio di Giovanni, occupò il castello di Brisighella per trattato con Paolo Orsini. Successivamente passò poi alla chiesa e di nuovo tornò a lui, ma avendo mancato ai patti stabiliti col Cardinale Legato Cossa, fu decapitato nella pubblica piazza di Faenza. Giungiamo così all’anno 1404 quando i Manfredi riebbero dal Pontefice il governo della valle e del castello di Brisighella, ormai divenuto il più importante centro di tutta la vallata del Lamone. Papa Gregorio XII°, per allontanare dalla Romagna, il terribile Cardinale Cossa, concesse Brisighella e territorio, oltre a Faenza, come vicariato, a Giovanni Galeazzo Manfredi. Il vicariato brisighellese di Galeazzo si estendeva da Quartolo fin verso l’Appennino toscano; venne eretta allora a Contea Brisighella. Galeazzo staccò così Brisighella da Faenza e diede a questo territorio degli Statuti (Leggi) che furono accettati e seguiti da tutti i valligiani. Astorgio II°, nel 1457, restaurò la Rocca antica di Brisighella ed innalzò attorno ad essa una nuova cortina di solide mura, specie dove il tempo aveva reso poco sicure le antiche; invece la primitiva torre di Maghinardo fu restaurata e rinforzata l’anno seguente, cioè nel 1458. Nel 1466 venne edificato un grosso torrione di entrata alla terra. Forse quello che esisteva vicino alla Porta Fiorentina (oggi nei pressi dell’ ex albergo-ristorante “Gigiolè”) e che venne atterrato verso la metà dell’800. Nel 1500 Dionisio di Naldo, noto capitano di ventura e capo dei “Brisighelli”, essendosi posto al servizio del Duca Valentino con Vitellozzo Vitelli, espugnò la vecchia Torre del Gesso e costrinse ad arrendersi anche gli occupanti della “Rocca” (Castrum Brassichella), dopo accordo con il castellano di Astorgio. Nel 1503 i Veneziani entrarono ed occuparono la valle del Lamone, si insediarono nella vecchia rocca che è nel medesimo luogo dove ancora oggi si vede, così ci racconta il Galegari nella sua “Chronica” del secolo XVII°. Il 12 gennaio 1504 i dominatori Veneziani fortificarono nuovamente Brisighella, riconosciuta ormai come territorio chiave della valle del Lamone. Nei “Diari” del veneziano Marin Sanndo troviamo scritto che il governatore Ser Pietro Balbo ottenne dalla Repubblica di Venezia il restauro e la trasformazione della “Rocha” fortissima e ben ordinata di Brisighella. Il Duca Francesco Maria della Rovere, agli ordini del Papa Giulio II, già citato “papa guerriero”, marciò, allora su Brisighella e nonostante la difesa ad oltranza del capo veneto Iacopo Loredan e del condottiero Vincenzo Naldi, cugino di Dionigi, la rocca fu costretta a cedere. Siamo nell’anno 1507 al tempo della Lega di Cambray. Fece seguito un atto di ferocia inaudito: i soldati del Duca, i terribili lanzichenecchi, uccisero più di duemila brisighellesi, saccheggiarono, stuprarono, rubarono, diedero fuoco ad ogni cosa, rendendo la cittadina quasi un campo deserto, dove regnavano il silenzio e la morte. In seguito Brisighella risorse, tolta la parentesi del periodo napoleonico e restò per secoli sotto il dominio della chiesa, fino all’annessione al Regno d’Italia di Vittorio Emanuele II° nel 1859.

LA COLLEGIATA DI SAN MICHELE ARCANGELO

L’attuale Chiesa Collegiata ubicata al centro della piazza “Carducci” fu realizzata verso la metà del XVII° secolo, fuori dalle storiche mura, su disegno dell’architetto fiorentino Gherardo Silvani. La vecchia chiesa parrocchiale (divenuta Collegiata nel 1601 con decreto del Papa Clemente VIII°) si trovava nel luogo ove ora sorge la chiesa del Suffragio (secolo XVIII°). Come essa fosse strutturata mancano notizie; forse crescendo il numero degli abitanti del luogo, o per le precarie condizioni edilizie del tempio si venne realizzando il progetto di una nuova chiesa. Dopo varie possibilità venne scelto un luogo fuori dalle mura urbane. Fu Monsignor Andrea Giovanni Calegari, brisighellese, (1527-1613) nunzio in Portogallo, Polonia, Austria, infine Vescovo di Bertinoro, a destinare parte del suo patrimonio affinché la terra natale avesse una chiesa degna della sua storia. Il Cardinale vescovo di Faenza, Carlo Rossetti, pose nel 1659 la prima pietra; i lavori di costruzione si protrassero per ben trentasei anni. Nel 1697 Innocenzo XII° concesse al Vescovo di Faenza di trasferire i privilegi dell’antica Arcipretale alla nuova Collegiata. L’inaugurazione dell’edificio avvenne però solo tre anni dopo (1700) mentre la consacrazione ebbe luogo nel 1738 per il ministero del Vescovo di Perugia Francesco Riccardo Ferniani, faentino, ma di stirpe brisighellese. Il progetto originale per cause imprecise venne modificato; infatti la cupola, molto alta, all’improvviso crollò (difetto di costruzione ? imperizia nell’eseguire il disarmo?). Inoltre nella notte fra il 4 e il 5 aprile 1871 per una forte scossa di terremoto la cupola venne di nuovo lesionata ed i due graziosi campanili che rendevano più leggiadra la facciata, subirono gravi lesioni e dovettero essere atterrati. Si pensò allora, specie per mancanza di fondi, di realizzare un progetto di spesa limitata, come si presenta la facciata attuale. I restauri della cupola, molto ridimensionata, si devono invece all’architetto Pietro Tomba faentino. L’interno della chiesa è a croce greca, presenta otto altari. Di particolare interesse quello della Madonna delle Grazie realizzata in scagliola policroma dagli artigiani edili brisighellesi guidati da Luigi Galassini su disegno del maestro Luigi Parini (1930-32): l’altare custodisce una pala, dipinta a tempera, di forma rettangolare, che rappresenta la Vergine con le frecce in mano, ai suoi piedi San Domenico con la dalmatica e nei lati due gruppi di angeli. L’opera in origine è stata attribuita a certi pittori Mengarelli che operarono nel 1450 circa. Recenti studi della nota studiosa Anna Tambini sembrano invece attribuire l’opera ad un pittore faentino di quel periodo, quasi sconosciuto. Nell’altare di fronte un suggestivo crocifisso in legno d’olivo, qui spostato dall’oratorio della Confraternita di Santa Croce, in via Spada, che può essere datato del secolo XVI°. In una cappella laterale, a destra entrando, protetta da vetrata, una grande pala del pittore forlivese Marco Palmezzano (secolo XVI°) che proviene dalla vicina Pieve di Rontana: opera suggestiva, di grande effetto artistico che rappresenta “l’Adorazione dei Magi”. Essa venne commissionata all’artista da Giovanni Naldi, fratello del celebre Dionigi. Se ne è trovato di recente il contratto (atto notarile) fra committente ed artista. Altre realizzazioni di pregio esistenti nella Collegiata: la vasca battesimale con lo stemma dei Malatesta e due angeli in bronzo del secolo XVIII°. L’altare maggiore, quello successivo, opera dell’architetto bolognese Rivani, realizzato nel 1953 (dono del brisighellese Cardinale Gaetano Cicognani) rivolto verso il popolo, realizzato di recente, è opera del ceramista artista Goffredo Gaeta, faentino. Nella Collegiata di San Michele sono ricordati con monumento il cardinale Michele Lega (1860-1935), i due fratelli Gaetano Cicognani (1881-1962) e Amleto Giovanni (1883-1973), che fu segretario di stato di Giovanni XXIII° e Paolo VI°. Altri prelati sono menzionati con iscrizioni ricordo. Nella sagrestia si conservano due preziosi mobili (cassettoni) del XVII secolo e il mobile del XVIII° secolo. Inoltre realizzati dallo scultore Angelo Biancini, tutti gli stemmi in ceramica dei tanti prelati brisighellesi. Infatti Brisighella è celebre nella storia per aver dato alla chiesa ben otto cardinali, dei quali due tuttora viventi (cardinali Silvestrini e Monduzzi) ed una lunga schiera di prelati che l’hanno onorata nel tempo. Da notare il grande portale di bronzo all’ingresso centrale di San Michele, dono dei fratelli cardinali Gaetano ed Amleto Giovanni Cicognani nell’anno 1962 alla loro terra d’origine. Il portale è opera dell’architetto Antonio Savioli (che l’ha disegnato), mentre la parte bronzea è ornata con opere dello scultore Angelo Biancini, già ricordato. La Collegiata di San Michele, la chiesa dell’Osservanza (del secolo XVI°), (non ricordata, ma che rappresenta un complesso monastico di non comune valore, fra cui una seconda tavola di Marco Palmezzano datata 1520, altre opere di Pietro Melandri, preziosi stucchi del secolo XVII°, ecc. ), le chiese di Santa Croce (secolo XV°) e di San Francesco (secolo XVIII°), del Suffragio (secolo XVIII°), meritano anch’esse un accurata visita per le “cose” artistiche che conservano. Infine nella piazza Marconi, attiguo allo J.A.T., il museo intitolato al litografo faentino, ma brisighellese di adozione, Giuseppe Ugonia (1881-1944) le cui opere sono presenti nei più grandi musei del mondo come Washington, Londra, Tokio, Leningrado, Ottawa, Dresda e in molte raccolte d’arte italiane, come Firenze (Uffizi – gabinetto stampa), Roma (gabinetto nazionale delle stampe), Ravenna, Faenza, Bologna, Siena e privati collezionisti. Il museo Ugonia, al piano superiore, presenta una raccolta di opere di artisti fra cui Guercino, scuola veneziana del ’600 e di oggetti di culto e non, provenienti da raccolte pubbliche e di privati. Sono qui conservate anche pregevoli sculture dell’artista brisighellese Giuseppe Rosetti (1862-1939), detto il “Mutino” che operò in varie parti d’Italia raggiungendo buona fama.

Piero Malpezzi 

UNA CASA – LA STORIA DELL’UOMO

Conoscere i momenti precedenti, averne conoscenza, valutarne il significato, vuole dire conoscere noi stessi e la società di cui siamo parte. La storia è parte di noi, appassionata quando ci aiuta a capire da dove veniamo, come viviamo, chi siamo, chi sono gli altri uomini. A partire dalla media età del bronzo, (circa 1800 A. C.) si sviluppa in Italia una civiltà sub appenninica caratterizzata da una attività prevalentemente pastorale e da una ceramica nera con decorazioni incise. Alcune grotte nella “vena del gesso” (Tanaccia, Re Tiberio, Banditi) testimoniano, attraverso i molti reperti rinvenuti, la presenza di questa civiltà. Le tipologie sono ricorrenti, il modo di aggredire la roccia è lo stesso. Nelle grotte si osservano: nicchie, sedili, vaschette. Relativamente alla sfera religiosa è archeologicamente dimostrabile l’esistenza di un culto delle sorgenti delle acque.
Brisighella nel Medio Evo era una cittadella fortificata, addossata al monte, uno sperone di gesso formatosi dall’evaporazione del Mediterraneo in lontane ere geologiche. In alto si innalzavano un’antica fortezza medioevale e una torre di avvistamento edificata dal celebre condottiero Maghinardo Pagani da Susinana.
Da questi due fortilizi scendevano lateralmente due muri di fortificazioni che si congiungevano con le estremità del Borgo (ora Via Degli Asini), un documento storico del secolo XIV, giunto a noi quasi inalterato per la formazione gessosa su cui poggia, una roccia plastica che ha attenuato da sempre i danni delle scosse sismiche.
Questa via rimane un “unicum” al mondo. Una strada inserita in un nucleo abitativo, sopraelevata e coperta, costruita per difesa. Mentre nel Medio Evo le mura cingevano le città, a Brisighella erano le case che, con la loro parte bassa, non collegata con i piani superiori, offrivano un bastione di difesa. In alto correva la strada, visibile dall’esterno per la lunga sequenza degli archi. La via, lunga in origine quasi trecento metri, andava da est ad ovest senza soluzione di continuità, da Porta Gabalo a Porta Bonfante, chiudendo l’intero borgo fortificato. In caso di pericolo venivano chiuse e sbarrate le uscite e allestita la difesa. All’interno della cittadella non esisteva una piazza, la sua funzione era sostituita dalla stessa via, mezzo di comunicazione, spazio economico e sociale. Qui si aprivano le botteghe degli artigiani, i forni, i banchi dei commercianti, qui sedevano le donne filando e ricamando, protette dal freddo invernale e dal calore estivo.

Situata al termine della “Via degli Asini” si trova CASA BOSCHI, una antica torre medievale, dove archeologia, arte, architettura e design si intersecano dando vita ad un vero e proprio percorso che ci conduce in un viaggio ideale dalla preistoria ai giorni nostri. L’abitazione si sviluppa su sette piani in un caratteristico sistema verticale che è tipico degli edifici dei borghi fortificati. Il nostro viaggio ideale nella storia comincia dalla parte più bassa e più antica della casa. Dalla galleria d’ingresso in cui si trovano esposti alcuni reperti archeologici e una collezione di ceramiche medioevali da sempre arredo della casa, si giunge poi ad una grande grotta scavata nel gesso. In questo vano alto più di dieci metri si possono osservare una vasca per la raccolta dell’acqua sorgiva, cinque nicchie più piccole su due livelli, un sedile arcaico, l’impronta di un focolare.
Lo stesso locale, sappiamo, fu utilizzato fino ad epoca moderna, come ghiacciaia del paese: (“La Conserva”).
La grotta veniva riempita di neve durante l’inverno, la neve trasportata nell’interno a cesti veniva pagata prezzi diversi a seconda della purezza. Il ghiaccio si conservava fino alla stagione successiva. La casa prosegue fino ai piani superiori dove si possono osservare suggestivi particolari del paesaggio fino a giungere all’esterno, ai giardini terrazzati che terminano nella rupe gessosa base dell’orologio. Nel giardino, sostenuto da muri a secco, si può vedere un particolare insolito: l’inizio di uno strato di gesso posizionatosi in verticale nella formazione della catena appenninica, dove sono presenti lunghi cristalli lanceiformi formatisi lungo la direttrice dei filamenti delle alghe marine. La casa, recuperata al degrado nel 1982, quando un crollo stava per cancellarla per sempre, è stata resa abitabile con un rigoroso rispetto delle forme originarie e di tutti gli interventi che l’uomo ha lasciato nel lungo volgere degli anni. La casa, offre, nell’unità del luogo, testimonianze precise per la ricostruzione del passato, evidenziando la scansione dei periodi della storia.

Pier Franco Boschi