FAENZA

Faenza – Arrivo

Via Firenze Scendiamo per la via Faentina (via Firenze), dove oggi, sulla destra, si trova, collocata in un grande parco di verde, la villa “Bentini” e tante altre costruzioni che ormai hanno cancellato lo spazio che un tempo era terra piena di ortaggi, che venivano portati in città, specie nei giorni di mercato, con tipici carretti trainati a mano. Fra le costruzioni ricordiamo, sulla sinistra, Villa Fregua (secolo XIX°) . Poco oltre, sempre sulla sinistra, troviamo una solitaria chiesetta ben architettonicamente concepita, detta “chiesetta dei Bertoni”. Essa non è altro che una cappella settecentesca, alle porte della città, legata ad antica abitazione patrizia (villa Benedetti – costruita dall’ing. A. Gallegati nel 1870), che compare nel fondo.

Proseguendo, sulla destra, scorgiamo, preceduto da ampi spazi verdi, la Chiesa e il Convento dell’Osservanza(secolo XV°) trasformato nel cimitero comunale. Inizialmente questo luogo fu sede di abati commendatari di Santa Perpetua, appartenenti ai canonici regolari di San Marco di Mantova, ordine che abbandonò questo luogo verso la prima metà del secolo XV°. Nell’anno 1444 subentrarono i francescani osservanti; così detti perché vollero mantenere integra la regola che il loro fondatore San Francesco, aveva stabilito. Anche i signori Manfredi di Faenza onorarono ed amarono questo luogo, al punto che alcuni di essi lo scelsero come sepoltura. Nel 1501 il Valentino qui stanziò, in attesa che Faenza cadesse sotto il suo assedio. Della chiesa antica manfrediana non resta oggi che l’abside e il grazioso campaniletto, perché nel 1800 l’edificio venne rinnovato in forme neoclassiche dall’architetto Pietro Tomba, mentre l’emiciclo che lo fiancheggia è opera del Galli. L’interno, pur non avendo particolare valore artistico ci dà ampia idea dell’arte funeraria fantina neo-classica con opere di Giovan Battista Ballanti Graziani (secolo XVIII°) e del successore Collina Graziani (secolo XIX°). Da rilevare di particolare interesse la cappella sulla sinistra entrando perché conserva preziose decorazioni di Antonio e Romolo Liverani, famosi pittori del secolo XVIII° e XIX°. Qui ha termine via Firenze ed inizia viale Marconi.

Viale Marconi. Proseguendo lungo il viale, giungiamo quasi nei pressi della Porta Montanara, una delle porte settecentesche, scomparsa durante il secondo conflitto mondiale.

Sulla destra, la nostra attenzione, è attirata da una costruzione ecclesiale.

E’ la chiesa di San Sigismondo con la facciata di Pietro Tomba, noto architetto faentino del secolo XIX°. E’ un edificio elegante soprattutto nell’interno per l’armonia delle sue linee e la decorazione pittorica in gran parte dovuta al pittore faentino dell’800, Romolo Liverani (1809-1872), assai noto nella sua terra e oltre come paesaggista e creatore di grandi scene per opere liriche. Anche la Scala di Milano conserva alcuni suoi bozzetti e scene. E’ tramandato da tradizione popolare che la chiesa in origine fosse sede dell’ordine dei Templari. Oggi, di proprietà privata, è stata restaurata.

Porta montanara. Giungiamo così alla piazza dedicata ad Antonio Fratti, sulla destra della quale si scorge un alto muro in mattoni, innalzamento delle mura manfrediane: qui aveva ed ha sede l’antico gioco del pallone a bracciale che i fantini hanno praticato per secoli. Sulla sinistra invece ci immettiamo nell’ampio “Stradone” , costruito nel 1816 come luogo di passeggiate per il patriziato ed il popolo di Faenza. Sullo sfondo compare una costruzioni alquanto scenografica con bella prospettiva con una nicchia centrale e due fontane ai lati. In alto un’epigrafe che ricorda la costruzione e la dedicazione dell’opera, dovuta sempre al Tomba (1824).

Entriamo in città per quella che un tempo era la porta montanara e si apriva nelle mura mafrediane e proseguiamo per il corso dedicato oggi a Giacomo Matteotti (+1924), martire antifascista.

Chiesa di Sant’Agostino. Sulla destra incontriamo la chiesa di Sant’Agostino, già dedicata a San Giovanni Evangelista. Qui ebbero dimora i frati agostiniani che già nel secolo XIV° avevano chiesa e convento, di cui rimane traccia in alcuni reperti di stile gotico. All’inizio del 1700 si ebbe una ricostruzione sia della chiesa che del monastero, ignorando spesso le preziose parti preesistenti da conservare. Molti architetti posero mano a questo edificio, da Cesare Scaletta (1666-1748), a Gian Battista Boschi (1702-177…); non è da escludersi anche l’intervento del Campidori (1691-1754). Era sempre del 1700 il grande e massiccio campanile fatto saltare dalle truppe tedesche in ritirata alla fine del secondo conflitto mondiale. Questo atterramento potò alla distruzione di un importante ciclo di affreschi del 1400. Un frammento di questo è oggi conservato nella pinacoteca comunale. Poco distante, sulla sinistra incontriamo la facciata settecentesca dell’imponente palazzo Ginnasi-Ghetti. Sempre dalla stessa parte, la chiesa di San Bartolomeo (XI° – XII° secolo), le cui parti veramente originali che conserva tutt’ora, sono il campanile e l’abside di età romanica. La facciata e l’interno sono stati in parte modificati. Restano affreschi recentemente restaurati che danno una certa suggestività al tempio. Dalla fine della prima guerra mondiale questo tempio è dedicato ai caduti di tutte le guerre. Di fronte il palazzo Gucci-Boschi con facciata di Achille Ubaldini in cui sono conservati sculture del plasticatore riminese Antonio Trentanove (1745-1812). A lui si deve la decorazione plastica di alcune statue e bassorilievi del Teatro Comunale, opera dell’architetto Giuseppe Pistocchi (1744-1814), dedicato al grande tenore Masini, collocato nella piazzetta oggi dedicata a Pietro Nenni, ma da sempre detta dai faentini, piazzetta della Molinella.

Piazza della legna. Siamo ormai all’inizio della suggestiva piazza della città, ma prima incontriamo la piazza cosiddetta “della Legna” in quanto un tempo essa rappresentava il luogo di vendita del prezioso materiale per i riscaldamenti. Sulla sinistra il palazzo detto un tempo “della posta” inaugurato negli quaranta da Rachele Mussolini.

Dalla parte opposta il palazzo Zauli-Naldi, appartenuto un tempo alla storica famiglia dei Naldi da Vecciano, (provenienti da “Vezzano”, località del Comune di Brisighella), però del ramo faentino. Questa celebre famiglia è ricordata per aver dato alla Repubblica di Venezia due condottieri di ventura, Dionisio e Vincenzo Naldi. La famiglia Naldi si estinse nel ‘700 in quella dei Zauli che ne assunsero il cognome. Il caratteristico portico della facciata è del secolo XVII°, più tardi ha subito vari restauri. Da rilevare nell’atrio ingresso peducci quattrocenteschi, la bella scala barocca con decorazioni a stucco. Qualche altro reparto antico si trova in un ambiente del piano terra proprio nell’angolo verso via Torricelli. Qui un tempo esisteva la chiesa di Santa Croce, oggi scomparsa.

Voltone della Molinella. Alla piazza Pietro Nenni di accede attraversando il cosiddetto “Voltone della Molinella” con decorazioni a grottesche eseguite nel 1566 dal pittore Marco Minghetti che in questo genere di decorazioni ha lasciato testimonianze non solo nella città natale, ma in Vaticano e a Firenze. Da notare nel mezzo dell’affresco lo stemma del Papa Pio V° (1566-1572).

La suggestiva piazza oggi detta del Popolo, una delle più belle d’Italia.

Essa è fiancheggiata sui due suoi lati maggiori da un doppio ordine di loggiati che le conferiscono un carattere scenografico. L’aspetto attuale, voluto nell’ottocento, rispecchia l’immagine di come era stata ideata nel corso del settecento. I due portici nascondono, in parte, i due palazzi detti del Podestà a destra e del Comune a sinistra. Essi richiamano entrambi l’origine medioevale. Il palazzo del Podestà rivela forme del duecento; purtroppo è stato largamente restaurato agli inizi del novecento, per di più con l’aggiunta di merlatura. Nel sottostante voltone conserva vari capitelli romanici.

ll palazzo del Capitano del Popolo e sede della signoria manfrediana, a sinistra, attualmente sede dell’amministrazione comunale, rivela struttura muraria del duecento, parte della merlatura e un grande salone superiore di epoca rinascimentale con soffitto ligneo e con un’elegante bifora in pietra di tipo toscano che risale al tempo di Carlo II° Manfredi. Questo complesso subì radicale trasformazione nel settecento quando divenne sede del governo pontificio. Si accede al piano superiore attraverso una scala settecentesca a due rampe, raggiungendo le sale di rappresentanza affrescate dai due pittori bolognesi Bigari e Orlandi nel 1728. In questa piazza hanno luogo le manifestazioni di alto livello, artistico, culturale, sportivo e folcloristico. Qui ha termine la “cento chilometri Firenze-Faenza” detta del Passatore.

Sulla destra in fondo si erge la torre dell’orologio ricostruita nel 1953 perché fatta saltare dai tedeschi in ritirata nel 1944. Essa era di origini seicentesche, disegnata sempre dal Paganelli, a cui si deve anche la fontana monumentale poco più oltre. La ricostruzione attuale si rifà a quella originale e consta di vari ordini sovrapposti su basamento a forte bugnato. Da notare nel primo ordine una artistica ringhiera in ferro che contiene una statua seicentesca della Madonna con Bambino, opera dello Scala (secolo XVII°), ricomposta dopo la distruzione del 1944.

Piazza della Libertà. Passiamo ora alla terza piazza, quella della Libertà a cui fanno da contorno il duomo con la caratteristica scalinata dell’ottocento, la monumentale fontana del padre domenicano Domenico Paganelli (secolo XVII°) e il loggiato detto “portico dei signori o degli orefici”, con la bella casa “Albonetti” che l’architetto bolognese Giulio Casanova realizzò negli 1909-10. E’ un elegante esempio di ecclettismo con parti in terracotta e ceramica dei fratelli Minardi, noti ceramisti faentini e i balconi in ferro battuto dovuti a Francesco Matteucci, che appartenne ad una celebre famiglia di fabbri dal secolo XVIII°.

La fontana monumentale venne ideata dal domenicano padre Domenico Paganelli (1545-1624) ed inaugurata nel 1621. E’ realizzata con pietra d’Istria e bronzo. E’ un notevole esempio di plastica barocca; la figure dei leoni e dei draghi, che alludono alle immagini araldiche del Comune di Faenza e di Paolo V° Borghese furono disegnati da Domenico Castelli, detto “il fontanino” (1582-1657), mentre la fusione si deve a Battista Vitali e ai fratelli Jacometti di Recanati (secolo XVII°). Sembra che collaboratore del Paganelli sia stato il padre Virgilio Spada (1596-1662), che diverrà famoso come consulente economico del Bernini e del Borromini nella realizzazione di celebri monumenti romani. Diventerà poi egli stesso famoso architetto.

Il Duomo. Sulla bella scalinata dell’ottocento si eleva la grande ed incompiuta facciata del Duomo, dedicato all’apostolo Pietro. In origine la prima cattedrale faentina non era in questo luogo, ma fuori delle mura medioevali; il nome ce lo indica, “Sancta Maria foris portam”. Questa chiesa dedicata alla Madonna nell’ottavo secolo passò all’ordine benedettino e la cattedrale venne spostata nell’attuale sede. La facciata primitiva però era posta ad oriente, preceduta da un piccolo portico. Nei sotterranei del duomo sono ancora ben visibili tracce della prima cattedrale faentina a forma basilicale, a tre navate. L’attuale complesso si deve alla magnificenza dei Signori faentini, i Manfredi. La prima pietra venne posta dal Vescovo Federico nell’anno 1474. Federico era fratello di Carlo II° e di Galeotto Manfredi. La struttura architettonica dell’edificio sacro è dovuta al celebre architetto Giuliano da Maiano, fiorentino (1432-1490), di cui si ricordano importanti realizzazioni sia a Firenze che a Siena. Solo in parte il grande architetto seguì gli schemi brunelleschi del San Lorenzo e di Santo Spirito. Infatti egli, pur adottando la pianta del San Lorenzo, risolse in maniera nuova e diversa il problema della divisione tra la navata principale e le due secondarie. Infatti nel duomo faentino non si hanno solo colonne tra navata e navata, ma esse si alternano ad altrettanti pilastri con il risultato di minore effetto e snellezza nei confronti del modello del Brunelleschi. Giuliano si allontana anche dal modello fiorentino sostituendo il piatto soffitto con volte a vela. Le complesse vicende storiche di Faenza in quel tempo portarono alla lunghezza dei tempi di erezione di questo edificio. Per tale causa Giuliano da Maiano morì e non ebbe la soddisfazione di vedere la sua opera realizzata completamente. Sarà soprattutto Lapo di Pagno Portigiani, fiorentino anche lui, continuare l’opera di Giuliano (I° decennio del XVI° secolo). La cattedrale non risultò finita prima dell’anno 1515 e la sua consacrazione avvenne solo alla fine del secolo, 1581.

L’interno. Lungo 80,10 metri e largo 25,64, altezza della navata centrale metri 21 (m. 26 nella cupola sopra il transetto). La misura delle due navate laterali è di metri 12,60. Un vivo senso di pace, di serenità, di spirituale avvincimento, si prova entrando nella chiesa. Nella volta sopra l’altare maggiore appare uno splendido medaglione policromo robbiano con l’impresa manfrediana, il tutto circondato da festone di frutta e foglie. Da ricordare anche i medaglioni nelle due volte del transetto che hanno in maiolica solo i festoni del contorno e che rappresentano altre imprese dei Manfredi. Altri medaglioni, sempre in ceramica, sono presenti in altre volte della navata maggiore e delle laterali. Entrando nella navata di destra una bella acquasantiera di Pietro Barilotto, noto scultore faentino. Un importante monumento dell’arte funeraria barocca è rappresentato dal monumento che è dedicato al generale Evangelista Masi (o Massi), deceduto nel 1664. L’autore è ignoto. Tante le cappelle che ornano le due parti laterali (sinistra e destra) della cattedrale. Segnaliamo quelle di un certo rilievo sia artistico che devozionali come la seconda cappella (a destra entrando), un monumento sepolcrale di Pietro Barilotto dedicato al giureconsulto G.B. de Bosi. La quinta cappella a destra con l’altare neoclassico dell’architetto Tomba. Le terracotta e gli stucchi; le prime opere di G.B. Ballanti-Graziani. L’opera più significativa di questa cappella è dovuta all’arca quattrocentesca di San Terenzio, protettore della città. I bassorilievi, ambientati in uno sfondo rinascimentale di alta fattura e di grande finezza esecutiva, rappresentano episodi della vita del Santo. Non si conosce l’autore di questa opera; essa è stata da eminenti studiosi d’arte, attribuita variamente (ad Agostino di Duccio, ad ignoto scultore toscano, a Pietro Lombardo). Di relativa importanza la tomba di Andrea Severoli, opera toscana del XV° secolo, alla parete opposta altro monumento funebre dedicato ad Africano Severoli, forse, per le sue linee eleganti, per le sue proporzioni, può essere considerato un capolavoro della scultura decorativa di Pietro Barilotto. Ricordiamo ora la cappella di San Savino (a sinistra dell’altare maggiore), protettore della città, con stucchi e pittura del Marini e del Fenzoni. Dietro l’altare l’urna del santo, scolpita dal grande artista Benedetto da Maiano, fratello dell’ideatore del Duomo. L’opera fu realizzata per la volontà di Giovanna Vestri di Cunio, vedova di Astorgio II° Manfredi, scolpita negli anni fra il 1474 e il 1476. Poco lontano dalla cappella di San Savino, sulla sinistra, quella dedicata alla Madonna delle Grazie, principale protettrice della città e diocesi di Faenza. Essa si presenta molto fastosa e ricchissima di varietà di marmi. La volta è affrescata dal pittore parmense Milani (morto nel 1798). La cappella conserva un’immagine del ‘400 della Madonna venerata non solo dai faentini, ma dall’intera popolazione della diocesi. Da notare le due grandi statue di marmo che rappresentano gli apostoli Pietro e Paolo, ritenuta opera di un seguace di Giusto Le Court, del secolo XVII° e due angeli a figura intera. Queste opere avrebbero dovuto abbellire l’altare maggiore, ma qui collocati. Ricordiamo la sesta navata (di sinistra entrando), dedicata a San Pier Damiano. Il grande santo morì a Faenza nel 1072. Le reliquie vennero qui trasportate nel 1898 e racchiuse in un’urna dello scultore Maioli. Le pitture alle pareti, con episodi della vita del santo, sono decorazioni ad affreschi, opere del pittore faentino Tommaso Dal Pozzo (1862-1906). l’architettura si deve al Pritelli e altra opera all’intagliatore Castellani Francesco (secolo XIX°-XX°). Sempre nella navata, a sinistra entrando (VIII° cappella), un altare neo-classico con stucchi dei Ballanti-Graziani. Qui è contenuta l’arca marmorea di Sant’Emiliano, altro protettore di Faenza, che proviene da una sconsacrata chiesa dedicata al santo. Dell’arca marmorea sono presenti solo alcune parti originali, altre invece sono in un museo di Parigi. L’autore è, forse, un seguace di Agostino di Duccio.

Nel nostro escursus all’intero della cattedrale faentina, ricordiamo ancora il monumentale altare centrale, opera settecentesca di notevole pregio. Nelle cantorie di destra e di sinistra alcune artistiche tavolette (forse frammenti di opera dispersa), attribuite a Guglielmo di Guido di Petruccio (prima metà del secolo XV°). Di grande imponenza il coro dei canonici dietro l’altare, in particolare da notare i primi due stalli con tarsie che rappresentano le teste dei santi Pietro e Paolo (attribuite a due intarsiatori bolognesi, Tideo e Biagio da Bologna). Infine ricordiamo la quarta cappella ( a destra entrando) con la pala di Innocenzo da Imola (1494-1550), una delle più significative realizzazioni d’arte di questo pittore.

Il Duomo di Faenza rappresenta una delle più rilevanti opere d’arte della città e merita una visita accurata.

 Storia

Si giungerà all’inizio del III° secolo a.C. quando i Romani si renderanno padroni dell’agro faentino e “Faventia” (così chiameranno essi la città), acquisterà l’autonomia di comune romano. Molti storici sono propensi a sostenere che la città abbia seguito le parti di Mario nella storica guerra civile fra patrizi e plebei contro Silla e che i nell’anno 83 a.C. i seguaci di Mario subirono nei pressi della città, una grande sconfitta. La storia della città al tempo di Roma è interessante, ma di una Faenza a quel tempo resta ben poco; soltanto chi abbia molto familiari gli antichi autori romani e greci può testimoniarci quanto essi scrissero, può far parlare i pochi monumenti rimasti (ignorati dal grande pubblico), può illustrarci le non molte epigrafi (iscrizioni). Antonio Archi, noto studioso, nella “Guida di Faenza” (Lega Faenza 1958), sostiene che qualche traccia di popolazioni preistoriche venne trovata fra l’attuale città e le prime colline a sud. A queste è probabile, facesse seguito un’occupazione del territorio da parte degli etruschi. All’inizio del III° secolo a.C. i romani divennero padroni dell’agro faentino dando origine così a “Faventia” che acquistò l’autonomia di comune romano. Per quanto concerne la storia ecclesiastica della città bisogna risalire al III° secolo. E’ certo che un vescovo di nome Costanzo, nel 313, partecipò ad un Concilio, indetto a Roma dal Papa Melchiade. Caduto l’impero d’occidente, Faenza subì tutte le vicissitudini della Romagna di quei tempi. Seguì poi l’occupazione degli Eruli e dei Goti. Infine la città dopo la riconquista Bizantina, entrò a far parte dell’Esarcato di Ravenna. Fecero seguito lotte fra Bizantini, Longobardi e Franchi. Fu in questo periodo che Faenza fu sottoposta a lungo assedio e distrutta. Durante la dominazione carolingia, la città passò al dominio della Chiesa. Farà seguito all’inizio del 1100 l’epoca comunale, che si distinse per due epoche: quella dei Consoli, poi quella dei Podestà. Quando Federico Barbarossa pretese di imporre la sua autorità sui Comuni, Faenza, inizialmente per mezzo del vescovo Ramberto, aderì alla dieta di Roncaglia (1158) sostenendo l’imperatore, ma in seguito se ne staccò e partecipò alla pace di Costanza, che ne suggellò i risultati. Alla caduta dell’impero romano d’occidente (475 d.C.) Faenza subì tutte le vicissitudini della Romagna di quei tempi. Più certezze storiche le abbiamo con l’età carolingia, in cui si ricorda che la città è entrata a far parte del dominio della Chiesa; non dimentichiamo le lotte nel lungo periodo feudale, dove potere civile e quello religioso si affrontano di continuo e che Faenza ne risulta assai coinvolta. All’inizio del 1111 si hanno i primi segni della vita comunale con al centro lotte fra le fazioni cittadine e nei confronti delle vicine città. La prima notizia certa che abbiamo è quella della magistratura cittadina dei Consoli che risale all’anno 1141. Farà seguito il periodo dei Podestà, documentato dal 1155. Faenza aderirà poi, nella lotta delle rivendicazioni imperiali tedesche sull’Italia, per la parte imperiale. Invierà addirittura il suo Vescovo Ramberto, nel 1158, alla celebre dieta di Roncaglia. Federico II° nella sua lotta per la riconquista dell’Italia contro i Comuni sarà addirittura ospite della città nel 1167. In seguito la città, conoscendo a fondo le mire imperiali, se ne distaccherà e prenderà parte alla Lega Lombarda per sostenere i diritti dei Comuni nei confronti dell’autorità imperiale. I nobili comandano da tempo la città, poi lentamente il potere passerà nelle mani del popolo: l’istituzione di una Comunanza di genti d’arme, avvenuta nel 1218, è testimonianza di tutto questo. Nel 1226 Faenza è fra le prime comunità ad aderire alla seconda Lega Lombarda. La storica sconfitta a Cortenuova nel 1226 porta ad un risveglio della fazione ghibellina, guidata dalla storica famiglia faentina degli Accarisi. Ma la fazione guelfa riprenderà il predominio della città. Fra le famiglie si distingue quella dei Manfredi, già noti e temuti da oltre un secolo. Federico II°, il 14 aprile 1241, cingerà con duro assedio la città che sarà costretta a capitolare e a cadere preda delle orde del vincitore. Ma la lotta fra le fazioni dei guelfi e ghibellini a Faenza e nelle città vicine riprende con accanimento. Emergono allora personaggi eccezionali che anche il sommo Dante ricorda nel suo capolavoro “La commedia”. Fra questi si cita Tibaldello, il famoso frate Alberico Manfredi e la frutta del “Malorto” ( “rispose adunque: Io sono frate Alberigo,/io son quel delle frutta del mal orto,/ che qui riprendo dattera per figo”), Maghinardo Pagani di Susinana, (“Demon dei Pagani”, famoso perché tenne per un certo numero di anni il potere della città). Nel frattempo nella città avranno vita nuove magistrature, ricordiamo quella del Capitano del Popolo nell’anno 1256 a cui fece seguito quella degli Anziani nel 1280. Emerge in questo tempo la figura di Francesco Manfredi che verrà eletto Capitano del Popolo nel 1313. Questo segna per Faenza la vittoria definitiva della parte guelfa e l’avvento della Signoria dei Manfredi che terranno sotto il loro potere la città per quasi due secoli. Nel 1400 vi furono ben poche soluzioni di continuità nel dominio manfrediano, combattuto però da un lato dai seguaci e sostenitori delle antiche libertà comunali, mentre dall’altro, con più insistenza, dai legati del Papa. La morte di Francesco Manfredi, avvenuta nel 1343 sembra segnare il tramonto della signoria manfrediana (Giovanni di Riccardo muore lontano dalla città, a Pistoia, esule e abbandonato). Siamo nell’anno 1372. E’ questo il momento più terribile, quando la Signoria dei Manfredi sembra avere definitivo tramonto perché il Papato vuole riaffermare la sua supremazia, per mezzo di Legati pronti a tutto pur di ridare il potere alla Chiesa. Ma il figlio di Giovanni, Astorgio I°, pone fine in maniera sollecita perché appena trascorsi tre anni, siamo nel 1375, riesce a togliere Faenza agli estensi a cui la Chiesa l’aveva venduta, dopo le sanguinose gesta di Giovanni Acuto. Ecco allora che Papa Urbano VI° riaffida nuovamente il governo della città ai Manfredi e per loro ad Astorgio I° che si definiva “Magnifico Signore della città e Capitano Generale”. Non dimentichiamo che Astorgio, come usanza dei tempi, aveva fondato una compagnia di ventura, detta “della stella”. Come capitano di ventura aveva prestato il suo servizio specie a Barnabò Visconti in lotta contro Genova. Ma Astorgio avrà una fine ingloriosa, in quanto, accusato dalla Chiesa di tradimento nella lotta per la riconquista da parte di essa di Forlì, verrà decapitato per ordine del Cossa, Legato Pontificio, nella piazza principale della città. Figura molto interessante Astorgio, perché oltre all’abilità nell’uso delle armi, nell’astuzia nel guidare trattative politiche, sarà anche uomo che ammira la cultura. Fu egli stesso discreto compositore di rime e amico di uomini celebri per il loro sapere. Accolse con grandi onori a Faenza il celebre novelliere Franco Sacchetti (…..) . Dovranno trascorrere ben cinque anni perché i Manfredi riprendano il possesso della città. Sarà il figlio di Astorgio I°, Gian Galeazzo, a rientrare in possesso di Faenza nel 1410. Sarà questo un periodo d’oro per i Manfredi. Gian Galeazzo doterà di Statuti la città, rielaborandone i vecchi; sarà osannato da letterati, artisti. Per di più darà vita alla Contea di Val d’Agone (con territorio da Quartolo alla Toscana), un dominio “particolare”, per i Manfredi, che doteranno Brisighella e la Valle di suoi particolari Statuti. Gian Galeazzo viene quasi a risolvere antiche diatribe fra faentini e brisighellesi. Questi ultimi infatti avevano sempre mostrato il desiderio di essere autonomi da Faenza e dalla sua politica ed economia. Il titolo di “Conte della Val d’Amone” viene a rendere più potente Gian Galeazzo che, come abbiamo detto, è anche Vicario di Faenza per il Papato. Ma breve sarà il dominio di questo Manfredi che nel 1417 muore e la vedova Gentile Malatesta, donna energica e saggia, assumerà la reggenza in nome dei suoi tre figli: Guidantonio, Astorgio II° e Gian Galeazzo II°. Astorgio II°, capostipite delle ultima generazione dei Manfredi, porterà la sua casa al fulgore della potenza. Governerà per ben venti anni (1448-1468) la città; sarà ricordato sempre come grande signore del suo tempo; verrà menzionato anche per i rapporti culturali che avrà con altri signori della sua epoca. Fece seguito il figlio Carlo, che però fu sempre dominato dalla forte personalità del fratello, il Vescovo Federico. I due fratelli furono entrambi mecenati delle arti e protettori di grandi uomini della cultura. Furono loro che diedero incarico a Giuliano da Maiano per la costruzione del duomo, un monumento di grande rilievo artistico che ancora oggi osserviamo intatto nella sua bellezza. Nel 1477 altri due figli di Astorgio II°, Galeotto e Lancillotto si impadroniscono del potere; Galeotto resta però unico signore. Fu uomo di un certo rilievo, in quanto seppe sempre essere abile nella professione delle armi e seppe ben destreggiarsi nelle complicate questioni politiche del tempo. Purtroppo non sempre ebbe dalla sua la fortuna. Chi di noi non ricorda che l’artefice delle sue rovine fu il Giovanni Bentivoglio, signore di Bologna. Infatti Francesca, figlia di Bentivoglio, che Galeotto aveva sposato soprattutto per ragioni politiche (il suo amore era per Cassandra dei Pavoni, ferrarese, da lui amata sempre fin dalla giovinezza), per gelosia, lo fece atrocemente uccidere in un agguato da lei stessa diretto, il 31 maggio 1488, poco dopo mezzogiorno. Cassandra, divenne suor Benedetta dell’ordine camaldolese e fu sepolta nella chiesa di San Ma gloria nel 1513. Il figlioletto di Astorgio e Francesca, Astorgio III°, fu l’ultimo signore di Faenza ed essendo in tenera età, fu guidato da una reggenza di anziani, diretta in gran parte dal Magnifico. Nel 1501 il giovane Astorgio dovette, dopo eroica resistenza, cedere alle forze di Cesare Borgia, smanioso di crearsi un regno in Romagna alle spese dello Stato della Chiesa. Morirà affogato nel fiume Tevere a Roma, insieme al fratello Giovanni Evangelista, prigionieri del Papa. Breve fu il dominio successivo dei veneziani, cui la Romagna aveva sempre rappresentato un desiderio di espansione. Nel 1509 però Faenza ritornerà definitivamente sotto il dominio della Chiesa. Da questo momento, in tre secoli, essa godrà di un relativo benessere, soprattutto per l’operosità dei suoi abitanti. Nel 1598 venne firmata a Faenza la nota “Convenzione faentina” per la quale Ferrara, quando il ramo primogenito di Casa d’Este si fosse estinto, sarebbe tornata in diretto dominio della Chiesa. Nelle guerre di successine per il ducato di Parma (secolo XVIII), Faenza fu vittima di invasione da parte delle truppe dei vari contendenti e subì varie angherie nei confronti del suo territorio e della sua gente. Da ricordare ancora che nel 1782 Pio VI° inaugurò il Canal grande “Naviglio”, ideato e voluto dal conte Scipione Zanelli. Era di passaggio, recandosi a Vienna quale “Pellegrino Apostolico” all’imperatore d’Austria. Nel periodo della rivoluzione francese Faenza e il suo territorio subirono le sorti di tutte le altre città della Romagna. Venne occupata dai francesi nel febbraio del 1797, dopo lo scontro nel Senio fra pontifici e rivoluzionari. Fece poi parte della Repubblica Cisalpina. Successivamente venne rioccupata dagli austriaci; nel 1801 venne di nuovo presa dai francesi che l’inserirono nella repubblica italiana, poi nel regno d’Italia, guidato dal figliastro di Napoleone, Eugenio Bouhermais. E’ in questo momento che Faenza, oltre a subire la soppressione di tanti conventi, confraternite, istituzioni religiose, subì un danno , come del resto gli altri centri romagnoli, nel suo patrimonio artistico. Nel 1814 ritornò nel possesso della Santa Sede. Nel 1815 Gioacchino Murat l’occupò, nel tentativo di dare vita ad un regno italico, ma tutto fallì. E’ in questo periodo, quello dei moti per la riunificazione d’Italia che molti faentini di distinsero. Ne ricordiamo alcuni, come il generale Giuseppe Sercognani, capo della spedizione del 1831 (contro lo stato pontificio), Raffaele Pasi che nel 1846 alla “Balze” di Marzeno si comportò eroicamente, Francesco Laderchi (1855), Vincenzo Caldesi, ”Leon di Romagna” come lo esaltò il Carducci. Nel 1848 (prima guerra d’indipendenza) molti faentini combatterono valorosi a Monte Berico. Nel 1959 Faenza volle, con plebiscito, entrare a far parte del nuovo regno d’Italia sotto la guida di Vittorio Emanuele II°. Faenza nella II° guerra mondiale subì gravissimi bombardamenti aerei, subì anche una lunga sosta del fronte bellico, dopo la sua liberazione avvenuta il 17 dicembre 1944, che si prolungò fino alla successiva primavera.

Piero Malpezzi