Decido di mettermi il tutore, perdiamo un po’ di tempo e da quel momento anche un po’ di passo. Albeggia e questo ci incanta, una carezza sulla pelle sudata che dura giusto il tempo di una foto. Al ristoro di strada Casale devo sedermi qualche secondo, la mia compagna preferisce rimanere in piedi perché teme di non riuscire a rialzarsi.
Si ferma la navetta scopa. Le chiedo: “vogliamo salire?”, ma è una domanda retorica. Vorremmo, si, la tentazione è fortissima, ma non lo faremo mai al mondo, dobbiamo arrivare a Faenza: manca “poco”. Ormai il ritmo è sceso vertiginosamente, siamo già in ritardo di 20 minuti sulla tabella di marcia: Laura ha paura del cancello di Brisighella, ma cavoli quello è alle nove e mezza, non sono neanche le sei. C’è margine e questo in qualche modo la solleva; almeno così credo.
Al cartello “Fognano” le dico che manca poco a Brisighella, che c’è un detto Romagnolo che dice che tra i due paesi c’è “una pisciata di cane” proprio per raffigurarne la vicinanza. Dopo 20 minuti mi chiede quanta pipì fanno i cani romagnoli perché Brisighella ancora non si vede; ci arriviamo alle sette e mezza circa. Siamo in riserva.
Aggiorno la famiglia. Mi scrivono: “noi usciamo!”. Ho tenuto botta fino a quel momento pensando a loro, a mia moglie che sicuramente non aveva dormito cercando di seguire i miei progressi dai messaggi che le mandavo di tanto in tanto compatibilmente con la ricezione e alle mie figlie che sarebbero arrivate ad accogliermi, quindi non c’era più spazio, se mai ce ne fosse stato, per mollare perché stavano arrivando loro Tutti ci dicono che manca poco, ma in quei momenti il concetto di poco è dannatamente relativo. Sono ancora ”solo” 11 fottutissimi chilometri, ma quello che ci separa dal centro di Brisighella al cartello dei “90” sembra essere lungo come tutti quelli percorsi fino a quel momento. Ormai ci siamo è vero, ma ho saputo di gente che si è ritirata al cimitero di Faenza, quindi mai dire mai; intanto si è alzato il sole ed è già caldissimo.
Camminiamo (io maluccio) a un passo ormai blandissimo e il mio sguardo controlla ogni auto che sale verso Brisighella con la speranza di vedere quella di Ottavia, mia moglie. Lei mi chiama e dice che ci aspetteranno al ristoro di Errano, un altro chilometro eternamente lungo! Che festa però, ci sono loro, i miei amici Ireneo e Stefano, Fabio in bicicletta. Mi prendono in giro per il mio passo sbilenco, ridiamo, è uno sfottò pieno di amicizia e rispetto e mi dà la spinta per muoverci verso Faenza. Per un tratto le mie donne ci accompagnano prima di andare in piazza, pochi km dopo si uniscono al gruppo di supporto Paolo e Filippo, che fresco di Cresima indossa la maglietta che gli abbiamo regalato, incontro anche i miei zii Luciano e Lina.
Arriviamo al cartello dei 99km. Io e Laura facciamo un’ultima incredula foto di “gruppo”. Ormai è fatta.
Arriviamo in piazza, vedo tra la folla le mie donne, mia sorella, tutti gli altri.
Sbircio Laura a fianco a me: ha gli occhi gonfi di lacrime. A pochi metri dal traguardo faccio un passo indietro, è la sua prima Cento e deve tagliare il traguardo da sola, avere la sua foto a testimonianza e premio della sua fatica; poi a dirla tutte le ho già rovinato troppi scatti fino a quel momento.
Passo io.
Ce l’ho fatta; di nuovo. Un secondo e non capisco più niente. Dovrei piangere, abbracciare moglie e figlie, ma sono sopraffatto dai pensieri, dalla fatica, dalla gioia. Prendo la medaglia, il vino, corro a togliermi scarpe e calzini.
Saluto la mia compagna di avventura e la ringrazio, fare fatica in due è stato più facile. “Ci vediamo alla prossima”, “non credo” dice lei, “vedremo” rispondo io.
Poi mi godo l’abbraccio della famiglia, degli amici, della piazza festante. La colazione.
Finalmente mi riposo. I dolori passeranno in fretta. La soddisfazione rimarrà per sempre. Anche questa volta IO C’ERO!
Mi trovo a leggere i racconti di altri finisher, spesso leggo i commenti di podisti centrati che si chiedono cosa spinga gente con poca preparazione a fare la 100 km del Passatore per arrivare semmai all’ultimo minuto, sofferente, spesso malandato.
Per lo più sono corridori di altre zone. Chi è di queste terre sa che la Cento è, prima ancora di una gara podistica, una sfida, ma anche viaggio, un cammino in un paesaggio bellissimo, in mezzo a persone incredibilmente fantastiche, dai volontari ai ristori che ci ringraziavano (loro a noi?!), all’anziana alla finestra che batteva le mani alle 5 di mattina a tutti i partecipanti, in viaggio con se stessi, mai veramente soli, una prova della propria determinazione, della propria “ignoranza”.
E’ per queste emozioni, per gli occhi gonfi di Laura, che sono anche i miei occhi gonfi, per gli amici nuovi che ho incontrato lungo lo strada, per quelli che mi hanno aspettato al traguardo, per gli affetti che mi hanno sostenuto magari con un filo di preoccupazione, per chi (e so che c’è) ha pregato perché riuscissi nell’impresa, per l’abbraccio orgoglioso di mia moglie e delle mie figlie, per la fatica e il male che mi hanno accompagnato e la determinazione che è servita per andare oltre, per quella sensazione che ancora oggi mentre scrivo ancora sento dentro di me, per tutti quelli che incontrandomi prossimamente mi diranno “ho saputo che hai fatto la Cento, complimenti”; per tutto questo ho rifatto la 100 km del Passatore Un misto di emozioni che passata la fatica ti fa sentire grato, forte, guerriero, sostanzialmente felice e anche un pochino migliore.
“La prima volta per scommessa, la seconda (quest’anno) per desiderio di riprovare; la terza sarà nostalgia di tutto (nostalgia è il periodo da adesso al ’77)”. Così scriveva Marino Maccina, 29 anni di Riccione nel 1976 (tratto da “La 100 km del Passatore”). Così davvero potrei scrivere io oggi; quindi ora chiedo: sapete quando aprono le iscrizioni per la prossima?
Derek ZoliInformazioni sul ritiro pettorali












