100 km a botte di Gaviscon e cocciutaggine

Ci sono tanti modi per affrontare una sfida come, ad esempio, prepararsi con costanza (non mi riferisco alla mia cara amica, anche se sarebbe servito) nei mesi precedenti, oppure provarci come il più grande degli incoscienti.

Da fine stratega ho ovviamente scelto la strada peggiore presentandomi al cospetto del mio personale "Boss di Fine Livello", la gara del Passatore che si sviluppa da Firenze a Faenza coprendo una distanza di 100km, con alle spalle qualche sporadica corsetta fatta nei mesi precedenti, una sola maratona corsa nella mia vita alcuni anni prima e – per migliorare la situazione – un piccolo infortunio avuto un mesetto prima della partenza e che mi aveva costretto a sospendere gli allenamenti.

Ma partiamo dall'inizio: l'idea del Passatore risale a diversi anni fa ma era rimasta come un sogno (leggasi incubo) nel cassetto per anni e per svariati motivi finché, approfittando della congiuntura astrale favorevole e di aver trovato dei compagni di sofferenza – Mary e Rob – mi ero deciso a iscrivermi.

Ma poi per vari problemi non c'era stato tempo per allenarmi e così eccomi, con un balzo avanti, a Firenze la mattina della gara. Il nostro albergo dista ca 30 minuti a piedi dal punto in cui si ritirano i pettorali, e questo ci costringe a un primo giro per prenderli e a un secondo per consegnare le borse che avremmo ritrovato a Faenza.

Alla fine della mattinata, il contapassi segnava già quasi 9km percorsi che, considerando l'obiettivo di conservare il più possibile le forze in vista della gara, non era un buon inizio.

Dopo aver mangiato un panino arriviamo alle 14 di sabato 23 maggio in una ROVENTE Piazza Duomo a Firenze pronti alla partenza che viene data alle 15.

I primi 16km sono devastanti: la salita per Fiesole (Firenze km 0 – Vetta le Croci km 16,6), che inizia subito al 5° km, è ripida e l'asfalto infuocato. Ai ristori (uno ogni 5km) i runner – il gruppo è ancora abbastanza compatto – si gettano sull'acqua e sul cibo come reduci da un naufragio e poi si riparte, sempre in salita con brevi tratti di pianura e discesa.

Prima di partire avevo un po' studiato il ritmo da tenere e con Roberto stavamo cercando di rispettarlo alternando la corsa, nei tratti in discesa, alla camminata veloce in salita ma alla fine dei 16km eravamo già in ritardo rispetto alla nostra tabella di marcia.

Arrivato ai 20km ho pensato – e non sarà l'unica volta che avrò questo pensiero durante la gara – di ritirarmi: le energie erano quasi esaurite e davanti avevo ancora la bellezza di 80km. Ma poi ho pensato che provarci ancora non mi costava nulla (a parte l'infarto, la perdita permanente dell'uso delle gambe e lo sforzo mentale di resistere alla tentazione di buttarmi dai ponti) e che lo avrei potuto fare in qualsiasi momento (in verità ho incontrato qualche runner ai ristori che chiedeva ai volontari come farsi recuperare dall'organizzazione ma questi non sapevano come aiutarli).

Il tratto successivo di 16km (Vetta km 16,6 – Borgo S. Lorenzo km 32) mi restituisce un pelo di fiducia: la strada è spesso in discesa – a volte anche ripida – e le gambe vanno anche se per qualche tratto chiedo l'ALT a Roberto per riprendere fiato.

Tra noi si era instaurato questo codice per chiedere una pausa dalla corsa (codice usato solo da me, ovviamente): per consumare meno fiato possibile poco prima della morte chiamavo il RIP e ci fermavamo. Il RIP poteva stare per RIPoso ma anche per Riposa In Pace. Rob, la cui presenza è stata determinante per farmi arrivare alla fine, era invece quello che proponeva di riprendere a correre, sempre "addolcendo la pillola" con proposte del tipo "riprendiamo dall'angolo di quella casa laggiù" così da darmi tempo di riaccendere il diesel.

Arrivati a Borgo S. Lorenzo c'è il tratto peggiore, la fantomatica Salita della Colla (Borgo S. Lorenzo km 32 -Colla km 48). E' oramai notte, la stanchezza è tanta e la monotonia del paesaggio non aiuta: non c'è Luna e si corre circondati da buio. I lati della strada fanno intravedere un po' di vegetazione oltre la quale regna il buio popolato da cinghiali, passatori passati a miglior vita, sangue e disperazione (quella più nei nostri cuori).

Durante la corsa scambiamo qualche chiacchiera con i folli (come noi) che incontriamo: ad uno chiediamo quanti passatori avesse già fatto e il tipo ci risponde "L'UNICO". E' una risposta che ho fatto mia!

Dopo la Colla arriviamo a Casaglia percorrendo una ripida discesa che poi si addolcisce. Casaglia è un paesino in festa in cui l'organizzazione è più presente, essendo il punto in cui i camion hanno trasportato – per chi l'ha chiesto – un piccolo zaino con il materiale che si è deciso di trovare lì. Io ho optato per qualche cambio d'abito (maglietta e calzini) ma la cosa che agogno maggiormente sono i cerotti contro le vesciche che mi aspettano nello zaino. Con questi medico un piede già fortemente provato dalle ferite, ma decido di applicarli anche sull'altro per prevenzione. La vescica sul piede destro ha già cominciato a viziare la postura tenuta nella mia corsa-camminata e infatti già da un po' avverto anche un forte dolore al ginocchio e piede sinistro che, in occasione dei ristori, tampono con la tachipirina.

La strada prosegue per Marradi (Colla km 48 – Casaglia – Marradi km 65) e mentre ci accingiamo a completare il tratto inizia ad albeggiare. I dolori sono tanti e mi fermo a diverse tende mediche lungo la strada per chiedere ghiaccio spray da usare su ginocchio e caviglia sinistri. Ho già messo una fasciatura poco dopo la Colla ma si rivelerà una pessima idea visto la vescica grande come una rosetta con la mortadella che ci troverò sotto una volta tolta. Ad una tenda medica chiedo una tachipirina per il dolore ma loro hanno solo l'OKI e, pensando di avere lo stomaco sufficientemente pieno decido di prenderla. Il dolore effettivamente diminuisce ma sconto la cosa con una gastrite potente che cerco di combattere – con poco successo – a botte di Gaviscon. E' così alle 5.30amcon lo stomaco infuocato come il nucleo del Sole e imbottito di farmaci più di una farmacia – riprendiamo la nostra avventura.

Da Marradi si arriva a Brisighella percorrendo in piano, quasi interamente camminando, poco più di una mezza maratona (Marradi km 65 – Brisighella km 88). E' forse, in questo tratto, che giungo a due consapevolezze: la prima è quanto possa essere forte la mente – il mio corpo avrebbe mollato, molto saggiamente, diversi km prima – e la seconda è che ce l'avremmo fatta. Oramai avevamo molti più km alle spalle di quelli davanti e seppur in pessime condizioni (ad una tenda medica mi avevano invitato a ritirarmi) eravamo fiduciosi.

Da un punto di vista di "tecnica" io sono passato dall'alternanza corsa-camminata alla sola camminata veloce sulla quale sono leggermente più performante di Rob mentre lui corricchia in avanti e poi – camminando lento – aspetta che lo raggiunga; procedendo in questo modo alla fine arriviamo a Brisighella.

L'ultimo tratto (Brisighella km 88 – Faenza km 100) è solo e pura testa (o cocciutaggine), abbiamo perso i piedi e al loro posto camminiamo su enormi vesciche che hanno acquisito il dono dell'intelletto e ci considerano i loro genitori. Ricomincia a fare caldo e la strada è particolarmente brutta essendo una statale condivisa con il traffico. Di contro avvicinandoci a Faenza incrociamo tantissimi faentini sinceramente contenti di vederci che ci incoraggiano in tutti i modi. Molte famiglie hanno messo un banchetto fuori casa e ristorano i runner (noi non siamo più runner da diverse ore!) con prodotti commerciali e fatti in casa.

Quando entriamo a Faenza abbiamo gli occhi che ci sanguinano e "il grasso del cuore finito" (un modo di dire di un mio amico per evidenziare gli effetti di una attività particolarmente faticosa), proviamo anche ad ipotizzare di corricchiare nel passaggio sotto gli archi dell'arrivo ma poi desistiamo per paura (mia) di cadere a causa del cedimento delle ginocchia e finalmente avviene: abbiamo finito il Passatore!

Presa la medaglia ci sdraiamo per terra e rimaniamo inerti per almeno 30-45', se non di più. Al primo tentativo di rialzarci, solo per evitare il sole che spostandosi ci stava cuocendo, rischiamo di cadere rovinosamente a causa dei giramenti di testa per cui – con più cautela – ci riproviamo e ci installiamo per una oretta nella vicina tenda medica.

All'arrivo di Mary – che con una forza di volontà straordinaria ha fatto la gara tutta camminando – e dopo averla fatta riposare un poco, decidiamo di andare a farci la doccia ma scopriamo che la palestra è vicina alla chiusura. Riusciamo a prendere l'ultima navetta per la palestra e – dopo la doccia – l'ultimo bus per la stazione di Faenza. Arrivati a Bologna, però, ci toccano parecchie ore di attesa e il doverle passare seduti – dopo tanta fatica – è una pena infinita.

Finalmente alle 18.45 saliamo sul treno agognando il sonno che da tanto aspettavo ma finisco "immerso" da una famiglia in viaggio e miei vicini di posto, che tra interazioni tra loro e suonerie alte non mi facilitano il progetto ma che – comunque – riesco a portare a compimento.

Arrivato a casa esamino le ferite e curo quello che posso e la notte passa in un soffio.

Il Passatore è la più bella del mondo? (slogan che l'organizzazione scrive ovunque) Per quanto mi riguarda la risposta è No, il percorso si dipana principalmente lungo una interminabile statale che attraversa, a volte, bei posti ma che riesci a vedere di sfuggita correndo contro il demone del risultato (non nel caso nostro) o la paura di infrangere un cancello.

E' sicuramente un viaggio dell'anima, una esperienza utile, folle, ambiziosa, faticosa ed estrema per conoscere se stessi, rafforzare amicizie e capire che poi – alla fine – un po' di forza di volontà la si possiede veramente.

E' stato il tuo primo Passatore? L'UNICO! 🙂

Strava https://www.strava.com/activities/18637011960

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