Concedersi il lusso di stare 100km da soli con se stessi

Concedersi il lusso di stare 100km da soli con se stessi

Loris BerardiConcedersi il lusso di stare 100km da soli con se stessi
Nella presentazione dell’album Anime Salve composto insieme a Ivano Fossati, Fabrizio De Andrè descrive il significato del titolo dell’album partendo dall’etimologia delle parole che lo compongono, “anime solitarie”.
È un elogio alla solitudine il suo, e dice bene quando parla del fatto che la solitudine è un lusso che non tutti si possono permettere. Aggiunge anche che stando da soli si ha una migliore percezione di ciò che è il circostante, si affrontano e si individuano meglio i problemi e non è raro raggiungere migliori soluzioni.
Condivido il pensiero di De Andrè, umanamente profondo ed è sicuramente da una profonda necessità di solitudine e di riflessione con me stesso che ho iniziato a correre e a allenarmi per la 100km del Passatore.
È stata un’esigenza nata spontaneamente, da qualche recesso del cuore, una voglia di riscatto probabilmente, nutrita anche dalla rabbia, non lo nascondo, dovuta a alcuni aspetti che trovavo e che trovo difficili da accettare della mia vita.
Ognuno ha le sue motivazioni, i suoi demoni, i suoi pensieri, le sue delusioni a alimentare le proprie gambe, forse mentre si corre si immagina una realtà differente, si vive in una sorta di meditazione intorno a se stessi e che coinvolge anche le persone che fanno parte della propria vita.
Il circostante appunto appare sotto altre vesti, più incline a soddisfare i nostri desideri a volte, in altri casi con sfumature più nefaste e giudizi più severi per ciò che ci riguarda.
E questa solitudine diventa un fabbisogno quotidiano, un fabbisogno per lo spirito, un respiro del quale la corsa si alimenta e una strada che la mente percorre più e più volte riproponendosi attraverso nuovi e antichi pensieri. In una lingua di asfalto, nella sera dopo il lavoro che spesso è la vetrina attraverso cui ci si mostra alla fatica, si mangiano chilometri e pensieri senza nessun disturbo, procedendo in una continua discussione con se stessi.
E a volte in noi stessi troviamo l’interlocutore più difficile da ascoltare.
Mi sono concesso il lusso di stare da solo con me stesso per 100km, abbracciando con forza la fatica, la solitudine e tutti i suoi pensieri, tutti i suoi ragionamenti, tutte le sue fantasie.
Prosegue il percorso, mentre si credeva impossibile realizzarsi in una tale distanza, con numerose difficoltà e ostacoli, ci si ritrova già un passo più avanti rispetto a quello che si credeva possibile poter realizzare.
Scoprire di essere la sorpresa per se stessi e di se stessi è uno degli aspetti che più mi affascina della corsa e che più si è manifestato nel Passatore.
Sentirsi lo strumento di realizzazione della propria forza di volontà, una completa sintonia con essa, a dimostrazione che se si vuole, se davvero si desidera, allora si può fare, allora ci si riesce.
Non sono arrivato impreparato, nonostante mi mettessi per la prima volta alla prova su questa distanza.
Questo posso dirlo solo dopo essere riuscito a portare a termine la gara, prima non ne ero molto convinto e credo sia normale non ritenersi sufficientemente preparati per correre 100km.
Mi sono allenato molto, alternando con continuità e costanza la corsa, la palestra e la piscina; con pazienza, umiltà e spirito di sacrificio.
Per più di un anno ho pensato ogni giorno all’obiettivo che mi ero prefissato, il traguardo della Firenze – Faenza, e l’obiettivo stesso mi dava la forza di uscire a allenarmi quando non ne avevo assolutamente voglia, di alzarmi presto la domenica mattina per partecipare alle gare in previsione del “vero” arrivo, di sopportare anche aspetti non legati alla corsa, lasciandoli passare e rifugiandomi poi nel mio tentativo, nella personale costruzione della “mia” centochilometri.
In tutto questo percorso di avvicinamento al Passatore ho imparato a conoscermi, a sentirmi, a capire quali fossero i miei limiti, a accettarli senza soffrirne, rispettandoli e mettendomi nella condizione di imparare non solo da me stesso, ma anche dagli altri, ascoltando i consigli dei podisti più esperti e di chi aveva affrontato questa gara numerose volte senza problemi e anche con qualche decina d’anni in più di me sulle spalle.
Sono sicuramente cambiato, ho maturato una visione del mondo differente rispetto a prima, una Weltanschauung più approfondita, arricchita da altre e preziose sensazioni.
Ho detto qualche “no” che non ero abituato a dire, forse, o anche senza il forse, mi sono un po’ allontanato dalla quotidianità precedente, cambiandola, trasformandola in qualcosa di diverso e, a mio avviso, più utile e appagante.
La preparazione per il Passatore è sicuramente stata educativa, un’esperienza importante e che come tutte le esperienze che segnano (e insegnano) passa attraverso la sofferenza, il dolore, la fatica, la disciplina e l’apprendimento.
Si cerca di non lasciare nulla al caso, e così facendo, con l’ausilio sempre ben accetto di quel po’ di fortuna che spesso viene in soccorso degli audaci, ma mai dei prepotenti, si ottengono buoni risultati. E i frutti migliori sono pronti per essere raccolti da chi bene ha seminato.
Conserverò per sempre un ricordo bellissimo di questa corsa, non dimenticherò la notte che avvolgendosi rapidamente tutta intorno accompagnava i miei passi nella discesa dal passo della Colla verso Marradi, offrendomi una luna quasi piena, silenzi interrotti dallo scorrere dell’acqua dei torrenti e dai versi degli animali notturni, le luci intermittenti delle lucciole ai bordi della strada e gambe leggere da farmi sentire solo il mio respiro, come se non stessi calpestando nulla, nessun terreno, nessuna strada; come se fosse l’unica cosa che potessi percepire.
In quel preciso momento ho pensato che fosse bello essere lì, che fosse giusto fare parte di quell’istante, che fosse doveroso ringraziare per riuscire a provare quelle emozioni.

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