Da Zero a 100… di Zoli Derek

Da Zero a 100… di Zoli Derek

Nel mio caso niente di pù vero. Fisicamente Ero Zero. Una vita senza sport a parte un po’ di basket amatoriale 25 anni fa;  di sicuro non un runner. Odio correre, l’ho sempre detto e continuo a dirlo.
Sono un pò Faentino, essendo di Solarolo nato a Faenza e avendoci studiato, e la 100km è un mito per noi faentini.
Ho amici che da anni la fanno e i loro volti sconvolti ma incredibilmente felici delle foto all’arrivo anno dopo anno mi hanno sempre fatto pensare di volerci provare, di voler vivere quella emozione che sembrava così genuina ed intenta.
Volevo correre per mia nipote Franci qualche anno fa, ma l’idea mi venne troppo tardi, mi ero detto di provarci per i miei 45 anni, ma proprio lo scorso anno in quel weekend c’era un evento famigliare a cui non si poteva mancare. Una volta che ti viene l’idea questa continua a martellare dentro di te piano piano. 


Succede che lo scorso Ottobre il mio nuovo medico di base non mi ha voluto fare il certificato per la palestra senza farmi fare prima un Ecg: “sai non ti conosco, ormai hai passato i 45 anni, meglio fare qualche controllo extra”. “Ok, allora faccio il certificato agonistico già che ci sono”. Quando la dottoressa di Villa Maria Cecilia mi ha chiesto il motivo della richiesta non ho menzionato la palestra, le ho detto subito che avrei voluto fare la 100km. Dopo 10 minuti di cyclette mi ha detto “se la vuoi fare è bene che inizi ad allenarti e che perdi qualche chilo, così non arrivi da nessuna parte”. In pratica mi ha detto che ero una merda leggermente sovrappeso. Grazie Doc. E’ lei là prima persona che devo ringraziare.
Da quel giorno tutte le mattine o quasi in palestra a cercare di allungare il tempo su quel dannato tappeto rullannte, fino a pensare di avere una pseudo-forma per iniziare a correre sull’argine dietro casa. E poi i dolori. Tanti. Il corpo m
ai sottoposto a certi sforzi (niente di eccezionale per chi fa sport, per lui si però) mi mandava segnali chiari: “non rompere le balle, torna sul divano, smettila!”. E la tentazione c’era. Allora mi sono iscritto e ho pagato subito. Adesso cazzo ero iscritto, non si tornava più indietro.

I dolori sono rimasti anzi sono aumentati (ginocchio e coscia sinistra) ma sono arrivati consigli preziosi da ogni dove. L’amic

o centista Vanni è stato il primo a consigliarmi dove andare a prendere le scarpe e così ho scoperto di essere “pronatore”. Ecco che serviva una scarpa adatta. Fatta la scarpa molto meglio davvero. Qualche piccolo risultato in allenamento cominciava ad arrivare e intanto perdevo peso il che non era male, Mia moglie Ottavia in quei giorni ha fatto di tutto per incoraggiarmi, regalandomi le cuffie per correre senza intralci durante i noiosissimi allenamenti (che rottura di balle correre da soli) e il Garmin per monitorare i progressi anche se coso bastardo dopo ogni allenamento mi ha sempre detto “scarso” senza pietà.

 

A cavallo di Aprile qualche stop di troppo, per il lavoro, i dolori, gli impegni, e per questo nell’ultimo mese ho aumentato il ritmo pur sempre nei miei umani limiti. Vedevo i post dei miei amici Davide e Pasquale che si allenavano con tempi e distanze che non avevo raggiunto neppure per 1 minuto e mi prendeva davvero male, ma ero iscritto quindi sarei arrivato in fondo, ne ero certo, o quasi. A pochi giorni dalla corsa capitò la cena abituale con i vecchi compagni di scuola e questa mi ha dato una nuova energia, tra le prese per i fondelli tutti mi hanno a loro modo incoraggiato mentre tra i miei amici di sempre serpeggiava per lo più incredulità.
Avvicinandosi al giorno zero mio cugino Ivan (pluricentista) mi consiglia di contattare un professore di Alfonsine (Rossetta a dire il vero), dicendo che lui faceva un gruppo per farla in 18 ore.
Ecco: il tempo. L’obiettivo. Il mio obiettivo fino a quel momento era di arrivare nelle 20 o
re per essere in classifica, entro le 11 del mattino. L’idea di farcela in 18 ore “di passo” ha iniziato a stuzzicarmi. Allora ho cercato il prof Daniele Zoli su facebook e gli ho detto che avrei provato a stare con lui. Pochi giorni prima gli ultimi acquisti. Qualche capo intimo per la fresca notte  consigliato dal mio amico Davide (centista anche lui) e un impermeabile (visto che hanno messo pioggia a catinelle) costosissimo che però si rivelerà fondamentale.
Finalmente arriva “IL” Sabato mattina, (lo zaino e la borsa erano pronti da un paio di giorni), mia moglie porta a Faenza a prendere il bus e appena salito in auto mi sento come sulle montagne russe, quando sei nella prima lenta inesorabile rampa di salita all’inizio: quella che sale piano piano e mentre sale ti guardi intorno e vedi il vuoto sotto di te e inizi a chiederti chi cazzo te l’ha fatto fare. Solo che il mio giro di giostra non sarebbe durato 1 minuto ma almeno 18 ore. E’ vero che in questo caso si può scendere in ogni momento ma non era tra le opzioni. Il tragitto verso Firenze lo passo accanto a Toni da Chieti che mi racconta delle sue fatiche e del suo obiettivo di battere il suo tempo passato (alla fine ci riuscirà: grandissimo). A Firenze mi aspetta il mio amico Michele alla sua settima edizione, ha avuto un inverno difficile dal punto di vista fisico, non si sente prontissimo, ma non ho dubbi che ce la farà come sempre. Prima di pensare alla fatica però c’è il pasta party e un caffè. Lasciamo le borse e ci incamminiamo verso la partenza. Due chilometri da aggiungere alla nostra 100..ma quelli non contano. Entriamo nella gabbia, troviamo amici e compagni: foto, in bocca al lupo e si parte.

Non trovo nella calca il prof con cui mi ero prefissato di fare la corsa, decido che semmai lo avrei aspettato. Sopravvivo alla ressa dei primi chilometri affrontando la Fiesole con Ivan e Elisa una ragazza sarda come me alla prima 100km. Il marito Luca voleva correre lei no. Al km 18 lo rincontriamo e fino al 25esimo cammino con loro. Complice un ristoro, un cambio di maglia (iniziava il fresco), l’impermeabile (iniziava a piovigginare) e una corsetta “fisiologica” li perdo e continuo da solo (ho scoperto che sono arrivati anche loro, evviva!). Arrivo a Borgo San Lorenzo (un terzo) con le cosce durissime, ritiro il borsone, mi faccio un massaggio con l’Arnica e riprendo il passo. Non ricordo di essere passato sopra il cancello che rileva i tempi, quindi con grande fatica (e gli sguardi increduli di qualcuno) torno indietro, non posso non esserne certo. Passo (o ripasso nessuno lo saprà mai) sulle pedane e mi rimetto in moto. Piano piano si fa buio e la salita verso il passo della Colla è dura. Fino a quel momento avevo avuto un ritmo superiore alle aspettative, mandavo aggiornamenti ogni 5 km alla famiglia e gli amici, poi spegnevo i dati per non consumare batteria. Leggevo il loro incitamenti con 5km di ritardo. Al 45km scrivo “è durissima”: Poi il telefono non ha più’ ricezione e per 15 km non mando messaggi e non ricevo incitamenti. Nel buio pesto tra i tornanti bagnati dalla pioggia che era caduta, tra le tante lucine che serpeggiavano ne avevo scelta una. Mi ero accodato a “Ringhio”, un barese che saliva verso la Colla con un passo che riuscivo a tenere. Il suo lumino è stato un punto di riferimento prezioso per mantenere chiaro l’obiettivo e non perdere la concentrazione. Poi la vetta. Non si è ancora metà ma intanto qui ci siamo arrivato. Saluto idealmente Ringhio (ovunque tu sia spero tu ce l’abbia fatta) e mi regalo un massaggio tonificante. Bevo il brodo (e mi bricio la lingua), mangio la solita fetta di pane e marmellata e incontro il prof.
Da quel momento inizia la discesa insieme a Daniele e Fabio. “Evvai ho preso il treno delle 18” mi sono detto. Ma il treno era in ritardo (sigh) e Daniele non poteva mancare all’appuntamento con sua moglie in piazza alle 9 meno 30 secondi. E quindi bisogna recuperare. Come? correndo qua e 
la “fino a quel palo”, “Quale palo?”, “Quello tondo”, “ah”.
Daniele è spettacolare, tiene alto lo spirito come pochi, e così arriviamo a Marradi che mi stavo spataccando dalle risate e quasi non sentivo la fatica. Abbiamo recuperato tutto lo svantaggio e ci siamo concessi un altro massaggio. Marradi è un nome così famigliare che ti senti a casa. Peccato che manchino ancora 35km poco meno di 7 ore al nostro passo. Ma si fanno. Si devono fare in qualche modo. Quando ho un problema mi immagino al traguardo con la famiglia che mi aspetta. E non voglio per nessun motivo che questo non accada. Camminiamo con corsette “fino a quel palo” o “quel lago” (non esiste nessun lago lo sappiamo tutti) fino a Brisighella dove un amico di Daniele si aggrega per farci compagnia. Lui ha fatto già la 100km ma quest’anno ha un altro progetto. Mi chiede quante ne ho fatte io: “è la mia ultima” rispondo; “come?”, “la prima e ultima”. Lui ride. Daniele ride. “vedi, tu arriverai distrutto. Ti andrai a letto, dormirai, mangerai, avrai male dappertutto. Poi tra un paio di giorni quando i dolori si attenueranno, cercherai sul calendario la data della prossima edizione”. “Vedremo, intanto portiamo a casa questa”. 

Nel tragitto infinito tra Brisighella e Faenza la sorpresa più grande. Ottavia e le ragazze mi avevano cercato lungo la strada, e quando mi hanno riconosciuto mi hanno incitato dalla macchina per poi fermarsi poco più avanti e urlarci il loro incoraggiamento prima di tornare in centro ad aspettarci. La più grande flebo di energia che potessi ricevere a 7-8 km dall’arrivo e a 4-5 minuti dal violentissimo temporale che ci ha letteralmente annegati. Ho lasciato Daniele e Fabio a Errano, non ne avevo più per fare le corsette “fino a quel palo” e dovevo anche fare pipì. Ma il crono era buono, il passo era accettabile. Potevo chiudere davvero in 18 ore. A poco più di un km dall’arrivo vedo venirmi incontro Ireneo, amico di scuola di sempre, con l’ombrello aperto. Dice che l’altro nostro compagno mi era venuto incontro a piedi fino a Persolino ma non ha mi ha visto. Immagino perché diluviava ed ero incappucciato. Mi chiede se voglio stare sotto l’ombrello, ma ormai la voglio finire così e rispetto a prima mica piove più cos’ forte. La gente a porta montanara ci incoraggia, ci batte il cinque. Ci dice “bravi”. 

Io ho male ovunque e rispondo ridendo “Scemi. Siamo scemi, non bravi”. All’inizio di corso Matteotti mi aspettano i miei genitori,  mia Zia Lina e mia figlia Alice.
Sono felici, ma io di più.
Mia figlia mi dice che manca poco alle 18 ore, che devo sbrigarmi. Allora ok, gli ultimi 500 metri li farò correndo. E sento le urla di Ottava, Camilla (l’altra mia figlia) la nostra amica Elisa. Arrivo così, felice, come non mai.
Passo il traguardo.
Mi metto le mani nei capelli.
Ce l’ho fatta.
17,57.
Neppure nei miei sogni più rosei a ottobre potevo pensare una cosa simile. E ritrovo Daniele che è arrivato 3 minuti prima di me. Lo abbraccio perché mi ha aiutato. Tanto. Ma abbracciando lui abbraccio tutti quelli che sono stati con me anche solo mandando messaggi a mia moglie durante la notte e chi era all’arrivo.
Non so perché ho fatto la 100km senza aver mai fatto neppure una mezza maratona prima. Forse volevo dimostrarmi che posso superare i miei limiti, forse volevo la che le mie figlie avessero un esempio per non mollare difronte alle difficoltà. O forse perché, semplicemente sono scemo.
Ho le caviglie che sono grosse come i polpacci. Ma sono pieno di gioia e gratitudine.
Ho terminato la mia prima e ultima #100kmdelpassatore. Per ora.

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