I miei primi 100 km: il Passatore

I miei primi 100 km: il Passatore

111La partenza da Firenze è un carnevale. Davanti a me c’è un signore con un bandierone sulle spalle pieno di date, ogni data per ogni edizione del Passatore che ha corso. Le ha corse tutte, la prima volta 43 anni fa . Donne e uomini, giovani e meno giovani, con parrucche, campanelli e fischietti . Da ogni parte c’è un sorriso. Il più sorridente è proprio mio padre. Poi lo sparo, si parte. “Ce la farò?”

I primi chilometri nel centro città passano veloci, i marciapiedi sono gremiti di gente festosa e urlante.
Al 5° km si comincia a salire verso Fiesole, con alcuni tratti dell’8%. Fa caldissimo e ho paura di forzare troppo. Qualcuno comincia a camminare, rallentare il passo tenta pure me, tuttavia mio padre insiste nel correre, vuole mettere fieno in cascina. Mi fido e corricchiamo fino al paese, dove c’è il secondo ristoro,  all’altezza del 10°km. Il primo punto di rifornimento lo avevamo praticamente saltato e adesso ho un grande bisogno di bagnarmi e bere.

Passato il 10°km comincia un falsopiano caratterizzato da vari saliscendi. Il paesaggio attraversato è molto bello, si può svagare la mente osservando lo splendido panorama. Dal 20°km fino al 23° comincia una modesta salita che porta al passo di Vetta delle Croci (518m slm). La salita è sotto il sole e fa davvero caldo. Sembra di essere al giro d’Italia. Ai bordi delle strade ci sono decine di persone che incoraggiano, incitano e fanno i complimenti. Con un po’ di orgoglio penso tra me e me che sono senz’altro tra i più giovani in gara.

Dopo aver scollinato si entra in una zona ombreggiata e si comincia a scendere verso Borgo San Lorenzo. A Borgo si arriva al 32°km. Il centro storico è molto carino e c’è un’ottima accoglienza di pubblico.
Tuttavia, appena superato il paese entro in crisi profonda. Gambe pese, respiro corto, gran sete, gran caldo. Davanti a me si snoda una salita di 16 km fino al Passo della Colla (913m slm). Il pensiero mi affligge. “Chi ci arriva lassù? Voglio camminare. Voglio bagnarmi. Mi fanno male le gambe. Voglio bere. Sarà come salire sul Serra, ma ho già corso una trentina di chilometri.”

Mio padre mi fa da pacer. Mi corre accanto in silenzio, non si preoccupa, non si allarma. Tratta la mia crisi come una crisi qualsiasi. Mi dice che passerà presto, e cosa ancora più importante, prende al ristoro del 35° una bottiglia d’acqua e se la porta con sé. Posso bere e bagnarmi quanto e quando voglio. Continuiamo a salire correndo. Dalla partenza non abbiamo ancora camminato. Babbo mi dice che i chilometri più duri sono gli ultimi 6 prima del Passo. Fino ad allora denti stretti e passetto di corsa. Ripeto come un mantra il suo consiglio: “arrivare bene e il prima possibile sulla Colla”. Il nostro obiettivo era ripartire dalla Colla alle 21.00. Intorno al 42° km la pendenza si fa rilevante e cominciamo ad alternare camminata e corsa. Svoltato un tornante vediamo un ragazzo sdraiato a terra con un suo amico che lo assiste. “Avete acqua?” chiede. Gli cedo senza esitazioni la mia mezza bottiglia. Lui ne ha più bisogno di me.

Arriviamo sulla Colla alle 20.48.  Andiamo alla tenda delle borse per cambiarci e ci fanno aspettare un po’. Lo zainetto di babbo era sepolto sotto tutti gli altri.
Ci prepariamo per la notte: maglia a maniche lunghe, gilet, lampada frontale.
“E’ fatta” dico a mio padre. “Lo hai detto tu, basta arrivare bene sulla Colla e poi è tutta discesa, il resto vien da sé”. Mi guarda non troppo convinto ma sorride. Io sto bene, so che ce la farò. Ormai è il tramonto.

Alle 21.02 lasciamo la Colla e cominciamo a scendere in fretta. Alcuni tratti di discesa sono piuttosto ripidi e mi provocano qualche doloretto alla schiena. Avevamo entrambi un marsupio con fazzoletti di carta e cellulare, io nel mio avevo anche la vasellina. Il marsupio dopo un po’ rompe le scatole. Si sposta, sobbalza un po’. La vasellina è estremamente utile, alla prima sensazione di irritazione possiamo subito rimediare. Sia io che babbo la usiamo diverse volte, soprattutto sui capezzoli e nell’interno coscia. Anche il cellulare è utile, non tanto per chiamare i soccorsi (praticamente onnipresenti), quanto per telefonare a casa. Ho sentito molti “passatori” telefonare alla fidanzata, ai figli, ai genitori. L’incoraggiamento dei proprio cari è un grande tonificante per i momenti più duri. Anche i fazzoletti si sono rivelati indispensabili, a meno che non si vogliano usare le tradizionali foglie di fico.

Avevo cominciato a mangiare dal secondo ristoro. Prevalentemente biscotti secchi e uva passa. Qualche fetta di pane e nutella. Ho bevuto di tutto: acqua, tè, succo di frutta, coca cola. C’era anche del vino ma non mi sono azzardato. “Mi rifarò all’arrivo!” dicevo tra me. Al primo ristoro dopo la Colla, a Casaglia, troviamo della pasta in bianco. Sia io che babbo ne mangiamo un piattino con molto parmigiano. Si riparte, ormai è buio. Si corre bene, la temperatura è ottimale e la discesa permette di sciogliere un po’ le gambe.

Dobbiamo stare attenti alle macchine. L’unica nota stonata del Passatore: i numerosi accompagnatori in auto e addirittura in camper. Almeno 3 volte dei camper hanno rallentato un’ambulanza che procedeva a sirene spiegate. Per non parlare delle colonne di auto ferme che ci ha costretto più volte a respirare i gas di scarico.

E’ buio. Si vedono solamente decine di lucine e catarifrangenti davanti a noi, gli altri compagni di avventura. Per il resto, l’oscurità. Non ci si può distrarre. Non si può osservare nulla. Non si può svagare la mente su un paesaggio, su un orizzonte. Il buio costringe a pensare solamente alla propria corsa. Ogni tanto cercavo di concentrami su qualcosa per non pensare alla fatica. Per non pensare che mi aspettavano ancora almeno 6 ore di corsa.

E allora la mente volava pensando ad una ragazza, alla tesi, al prossimo viaggio in Australia, all’impegno in politica.. ma nulla. Tornavo puntualmente a pensare alla fatica. Alla strada ancora da percorrere. Guardavo costantemente l’orologio. Avevo cominciato a fare il conto dei minuti che mi separavano dal prossimo ristoro. “Stiamo andando ad un passo di 7m/km” mi dico, “quindi ogni 45 minuti si beve”. “L’ultimo ristoro lo abbiamo superato 25 minuti fa. Ancora 20 minuti”. L’unico rumore i nostri passi sulla strada. Clap clap clap clap clap clap.

Procede tutto bene fino al 60°km. Mio padre mi rassicura ironico “manca solo una maratona!” Sorrido, ma il ginocchio destro non risponde come dovrebbe. Comincia a fare i capricci, sento dolore sul lato esterno. “Una maratona con questo dolorino” penso tra me e me, “ce la farei ma ci sarebbe da patire, speriamo passi”. Non dico nulla a mio padre, è stanco anche lui e sicuramente ha i suoi problemi, inutile farlo preoccupare. Il doloretto però non passa, anzi.

Al 65° km arriviamo a Marradi. Finisce la discesa e d’ora in poi la strada spiana.
Quando ricomincio a correre dopo il ristoro il ginocchio non collabora. E’ quasi bloccato, farlo ripartire è doloroso. Lo dico a babbo, lui mi dice che passerà. Io gli dico che “si senz’altro, tra poco passa”  ma non ci credo neanche un pò. Mi sforzo a mantenere il solito passo. Attraversiamo altri paesini, stringo i denti, chiedo il ghiaccio ad ogni ristoro. Arriviamo all’80° km e miracolo! Il ginocchio non fa più male. Però ho un dolorino sotto la pianta del piede sinistro. “Strano. Però meglio così, sarà un po’ di semplice fascite plantare”.
Lo dico a mio padre tutto contento: “Il ginocchio non fa più male, ho solamente un po’ di fascite al piede sinistro”.

Abbiamo ormai corso due maratone di fila. Metro dopo metro il dolore aumenta. Il piede comincia a farmi male davvero. Capisco che non sentivo più il dolore al ginocchio solamente perché il piede faceva molto più male. Appoggiarlo a terra è un tormento. Il dolore si irradia fino alla caviglia. Comincio ad alternare la corsa con brevi tratti a passo, ormai zoppicante.

Arriviamo a Brisighella, 90° km, e siamo entrambi in crisi. Babbo ha lo stomaco chiuso. Non beve e non mangia da un po’, si va a sedere tranquillo su uno scalino. Io gli vado accanto con tre bicchieri d’acqua e gliene porgo uno. Prova a berne un sorsino ma me lo restituisce. Io al contrario ho fame e sete. Mi sento bene, se non fosse per il piede dolorante e il ginocchio che è tornato a farsi sentire. Si riparte, ma ormai non riesco più a correre per più di qualche centinaio di metri di fila.

Ci vorranno praticamente due ore per fare gli ultimi 10 km. Lui mi viene dietro, sembra tutto sommato stare meglio di me. Quando io corricchio lui corricchia, quando io cammino lui cammina. “Mi dispiace” gli dico “potevamo fare un grande tempo, potevamo arrivare in 12 ore e qualcosa. Tutta colpa del mio piede. Tutta colpa mia”.  Lui non risponde.  Mi innervosisco. Ho bisogno che mi dica qualcosa. Lo ammetto, volevo essere compatito. Mi sento in colpa perché lui non mi avrebbe mai abbandonato e lo stavo facendo rallentare, gli stavo rovinando la gara.  Mi sento tremendamente responsabile. Voglio che mi dica qualcosa. Qualsiasi cosa.

“Non ce la faccio più babbo. Non ce la faccio più a sopportare. Sono quasi 4 ore che soffro, più di 30 km. Mi sta scoppiando la testa. Non riesco più a pensare a nient’altro. Solo dolore. Dolore e basta. Perché devo patire così? Per che cosa?”

Lui non dice nulla. Dietro di me solo il silenzio. Io quasi gli urlo. “Hai capito? Mi senti? Non ce la faccio più! Non riesco più a correre!”

Dal buio oltre le mie spalle mi arriva una sola parola. Con voce tranquilla e ferma. “Fermiamoci.”

Mi giro, lo guardo. Che stronzo. E quanto mi conosce. “Io a Faenza stanotte ci arrivo. Dovessi  arrivarci strisciando”. Mi rigiro e sorrido. E’ fatta. Ormai è fatta. E siamo insieme. Mi segue con una bottiglia d’acqua che ha preso al ristoro del 85°. Quando prendo la bottiglia per bere è pesantissima, e lui ci cammina, ci corre. E lo fa solo per me, lui infatti non beve più dall’80°km. “Ma come fa?” mi chiedo. Forse dovrei essere padre per capire.

Ormai sono 13 ore che siamo partiti da Firenze. Da 13 ore siamo in piedi, in viaggio.

Arriva il cartello del 95°km. Poi 96, 97, 98. I chilometri sono diventati lunghi lunghi.
Altri podisti fanno la cordicella come facciamo noi. Corrono, camminano, ricorrono, ricamminano. Ci incoraggiamo l’un l’altro. “Forza che è fatta”, “ormai manca poco”, “ci siamo, ci siamo!”.

Siamo ormai in vista del centro di Faenza.
“Qual è il tuo record babbo?”
“13 ore e 37”.
“Andiamo” gli faccio “un ultimo strappetto e migliori il tuo personale”.

Il dolore è forte, ma per me era importante che migliorasse il proprio tempo. Perché siamo una grande coppia. Perché insieme andiamo più forte che da soli. Perché non siamo solo padre e figlio ma anche atleti, amici, compagni di viaggio, e questo regalo dovevamo farcelo.
L’ultimo chilometro lo corriamo tutto. Arriviamo in piazza a Faenza mano nella mano in 13 ore, 29 minuti e 24 secondi. Appena arrivati ci abbracciamo e scoppio a piangere. Piango perché ho fatto qualcosa di straordinario. Piango perché mi sono regalato un sogno.

La prima parte della corsa, fino alla Colla, è una gara come tutte le altre. Si deve correre con la testa, risparmiandosi ma non troppo. La seconda parte si corre col cuore.  Arrivare in fondo è una prova di amore.

Ogni podista la dovrebbe fare almeno una volta nella vita. Esperienza unica.

Francesco Bertelli

 

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