IL MIO PASSATORE E QUELLA “MEZZ’ORETTA DI CORSA AL PARCO” … di Luigi Villanova

IL MIO PASSATORE E QUELLA “MEZZ’ORETTA DI CORSA AL PARCO” … di Luigi Villanova

IL MIO PASSATORE E QUELLA “MEZZ’ORETTA DI CORSA AL PARCO”

Sono passati tre giorni. Mentre scrivo mi trovo nel silenzio di un appartamento a Mainz, in Germania. Fa caldo, le finestre aperte mi permettono di “sentire” la notte. Poco più in là scorre il fiume Reno che, come il Lamone lungo la strada verso Faenza, accompagna dolcemente con il suo scorrere il fluire dei miei pensieri. Pensieri a cui ancora non riesco a dare un ordine, una sequenza. Come se non riuscissi a realizzare quello che è successo.

Allora scriverne, perché no, può aiutare.

A ripensarla oggi, una delle esperienze più intense mai vissute. E’ stato il mio primo Passatore. Soprattutto, la mia prima gara su questa distanza, io che ho corso la mia prima ultramaratona di 50km appena tre mesi fa, sotto una copiosa nevicata da San Gimignano a Siena. Io che, non più tardi di due anni fa, uscivo dalla stanza di un medico del CONI con le sue parole che mi riecheggiavano in testa: “ma sì, puoi continuare a correre, una mezz’oretta al parco ogni tanto e non di più”. Io, che avevo il sogno di “correre” questi cento kilometri sulle orme di Giorgio Calcaterra, un sogno che pareva destinato a rimanere tale.

E invece.

Invece questi cento kilometri hanno, per me, il sapore della rivincita. Una rivincita resa possibile da una persona che, come me, crede nei sogni ed ha la forza per realizzarli. Che mi ha portato, quasi per mano, alla partenza, in un caldissimo sabato di fine maggio, alle spalle del Duomo di Firenze. A me, che sono sempre stato un uomo tutto di un pezzo. Che non lascio trasparire le emozioni. Ma che quel giorno ero teso e agitato, come non ero mai stato. Lei mi ha portato lì, e mi ha detto: “Vai. Goditi il viaggio. E’ il tuo viaggio”.

Il mio viaggio.

Sono stato giorni ad immaginare non la strada, non i cento kilometri, non i paesini affollati né i paesaggi incantati, ma il momento della partenza. L’inizio del viaggio. E il suono dello start, esattamente come avevo immaginato, fa sciogliere d’incanto la paura. Inizio a muovere le gambe, lentamente, a cercare quella postura che mi consenta di correre nella maniera più “economica” possibile. La strada è tanta, ed io non voglio bruciarmi. Anche perché, a quello ci sta pensando questo caldo sole toscano.

Iniziano ad affiancarmi i volti amici. Roberto, Massimiliano. Scambiamo due chiacchiere e li lascio andare, non voglio condizionare né farmi condizionare. Continuo al mio passo tranquillo. Inizio a bere ed integrare da subito, oggi più che mai ce ne sarà bisogno. Dopo il ristoro del terzo kilometro, inizia la prima salita. Io sto bene, ma decido di iniziare da subito ad alternare corsa e camminata, in salita il passo è buono anche quando cammino soltanto.

Mi sento chiamare, è Daniela.

Correremo insieme, o a breve distanza l’uno dall’altra, circa dieci kilometri. Attraversiamo Fiesole. Dopo un po’ affianco anche Alessandro. Lui è uno veloce, uno di quelli che chiudono la maratona sotto le tre ore, ma è il primo Passatore anche per lui e non sa bene come gestirsi. Sento che chiacchierare può essergli d’aiuto, allora corriamo un bel pezzo insieme, attraversando Vetta le Croci, intorno al sedicesimo kilometro, dove la prima, dura, salita termina, e l’atmosfera è fantastica. Sembra un gran premio della montagna di una tappa del giro d’Italia. La gente festante ci dà un “boost” di energia.

Proseguiamo il viaggio.

Si inizia a scendere, dolcemente. Continuo da solo. Passo da Polcanto, Fallona, e arrivo, al trentunesimo kilometro, a Borgo San Lorenzo. Proprio lì, all’ingresso del paese, vedo Magister che incita tutti con il suo inconfondibile megafono. Lui è un grande, abbiamo poche occasioni di vederci, ma ogni volta che lo incrocio quel ragazzo è in grado di trasmettere emozioni.

Lo abbraccio, proseguo.

Do il cinque a Oriana, che mi chiama a gran voce proprio sotto il primo mini-traguardo. Sono lì, ai piedi della Colla. E’ da Borgo San Lorenzo che si inizia a salire verso il punto più alto, prima dolcemente, poi inesorabilmente. Affianco un ragazzo in difficoltà, provo ad essergli d’aiuto, purtroppo vanamente.

Si sale.

Ronta. Razzuolo. Affianco Paolo, che ha fatto il pacer con me alla Maratona di Roma. “Luigi, che ci fai qui? Dovresti essere più avanti”. “Stai tranquillo Paolo, è qui che devo essere. Sto bene, mi sto gestendo”. Chiacchieriamo mentre camminiamo sulla salita più dura, affiancando anche Max.

Arriviamo insieme alla Colla. Da lì, ognuno ripartirà per sé.

Lisa me lo aveva detto. “Prendi il tuo tempo alla Colla. Non guardare il tempo che passa. Il tempo che dedichi a te stesso, lassù, ti tornerà indietro”. Ed io così faccio. Recupero il mio zaino, con tranquillità, mi cambio maglietta, indosso un antivento. Non fa freddo, ma sono le nove di sera, sta per scendere la notte, meglio coprirsi un po’. Mi rilasso, chiamo mia mamma. “Sono a metà strada mamma, sto bene, è tutto OK. State tranquilli”. Faccio il ristoro, bevo il brodo di pollo. Lisa mi aveva raccomandato anche questo. Ed in effetti quel brodo caldo mi rimette al mondo.

Riparto. “Inizia un’altra gara da cinquantadue kilometri”, penso.

Le gambe girano, sto benissimo. Non mi sembra di aver corso quarantotto kilometri, per di più in salita. Si scende, ma non è vero che fino a Faenza è tutta discesa, come alcuni dicevano. La cartina altimetrica inganna. Anche su questo, ero preparato. Incrocio nuovamente Max, che era ripartito prima di me dalla Colla. “Vai benissimo, Gi’! Daje!”. Supero un altro mini-traguardo a Colla di Casaglia, km 52,5. Circa quattro kilometri dopo c’è Crespino.

Al ristoro trovo Liliana e Mauro.

Stanno aspettando Amedeo, al suo quinto passatore. Lo accompagneranno a Faenza a prendere il piatto. Mi fa piacere vederli, scambio due parole anche con loro. “Lisa è passata più o meno un’oretta fa”, mi dice Liliana, “è un po’ in sofferenza per via del caldo, ma sta bene, è contenta”. Quelle parole mi danno energia, proseguo. Marradi, km 65, è vicina.

Le gambe girano davvero bene, corro sciolto e con una freschezza che non immaginavo.

Alle porte di Marradi ritrovo Alessandro, che mi aveva raggiunto e superato sulla salita della Colla. E’ in difficoltà, provo a dargli una mano parlando e scherzando un po’. Entriamo a Marradi, c’è un altro mini-traguardo, l’atmosfera è meravigliosa. Facciamo il ristoro, da lì riparto solo. “Provo a raggiungerti dopo”, mi dice Alessandro. In realtà non ci incroceremo più. Me l’avevano detto in tanti, tutti:

“Il Passatore inizia a Marradi”.

Perché lì la discesa finisce, perché hai sessantacinque kilometri nelle gambe ed altri trentacinque, quasi una maratona, da correre. Perché lì il gruppo si è sgranato, la notte è scesa portando il fresco ma anche l’incognita del buio. Perché adesso rimani solo tu, la tua fatica, i tuoi fantasmi. Io continuo a correre, come se niente fosse, freschissimo, con un buon passo. Senza faticare. Sono stupito e felice per le sensazioni che sto provando.

Continuo a correre.

Inizio a superare tanti concorrenti, sembrano fermi, o forse sono io che sto correndo bene. La gente ai bordi della strada mi incita, forse arrivati a questo punto non ne vedono tanti correre così, mi dicono a gran voce che sto andando bene e di continuare. Passo Sant’Adriano, incrocio nuovamente Paolo, anche lui era ripartito prima di me dalla Colla. “Vai Luigi, vai benissimo!”. E’ vero, vado benissimo. Non un lamento, non un dolore, non una smorfia di sofferenza. A tutti quelli che incrocio e mi chiedono come sto dico sempre le stesse due parole:

“Da paura”.

La fine si avvicina, ma io non sono così stanco da dover pensare al countdown. Continuo ad andare, inizio a pensare che questo primo Passatore potrei anche chiuderlo con un tempo discreto. Al ristoro di San Cassiano vedo seduti Massimiliano ed Alessio, il primo purtroppo un po’ in difficoltà, il secondo con il solito sorriso e la solita verve “Vai Luigi! Io sto qui altri dieci minuti e riparto, tranquillo!”.  Poco prima di Strada Casale, vedo un albero di Natale che corre…

è Armando. Mi giro per salutarlo.

“Luigi, vai alla grande, guarda come stai! Non fermarti che la chiudi sotto le dodici ore!”. Sottoledodiciore. Dette da Armando, quelle quattro parole acquistano improvvisamente autorevolezza. Se l’ha detto lui, se mi ha visto bene lui, allora posso davvero farcela. Strada Casale. Fognano.

Brisighella.

Siamo all’ottantottesimo kilometro, faccio il ristoro, riparto. Da qui inizia il pezzo mentalmente più duro, un “drittone” di dodici kilometri, intervallato solo dal ristoro di Errano, nell’oscurità più completa. Io vado, ancora e ancora. Continuo a superare tutti, dalla Colla in poi nessuno mi ha mai superato. Incrocio Daniela, mi sento chiamare, con le luci frontali puntate non la riconosco. “Chi sei?”. E scoppiamo a ridere. Vado.

Vedo Faenza, ci sono.

Poco prima dell’arrivo mi affianca Uacchino in bici. “Luigi, ti rendi conto di cosa hai fatto? Hai fatto una cosa grande! Bravissimo!”. Ascoltando quelle parole, inizio a rendermi conto che è finita, ho gli occhi lucidi, la piazza illuminata e ancora piena di gente (sono quasi le tre di notte…) si apre davanti a me.

Taglio il traguardo.

Ho anche le energie per fare il mio solito saltello. Undici ore, cinquantadue minuti e quarantotto secondi. Sono fiero di me. Do il cinque a Calcaterra, che dopo dodici anni ha abdicato il trono, ma in piena notte è ancora lì ad incitare gli arrivati, pazzesco. Un esempio. Mi fermo al ristoro, mangio e bevo tutto quello che trovo. Mi dirigo verso il ritiro delle borse.

Un abbraccio forte, con gli occhi gonfi, chiude il cerchio.

La mia prima cento kilometri del Passatore finisce qui. Meravigliosa. Intensa. So già che ci rivedremo l’anno prossimo, caro Passatore. Per un’altra “mezz’oretta di corsa al parco”.

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