Io c’ero… di Restuccia Veronica

Io c’ero… di Restuccia Veronica

Come nelle favole…

 

30 giorni per metabolizzare.

Il Passatore è come un uomo che ti dice “la parola fine con te non esiste”, e come all’uomo a cui non bisogna chiedere mai, con il brigante devi far lo stesso.

Pazienza: una gara nata per uno strano scherzo del destino, con un biglietto di Natale. Cristina voleva festeggiare il suo cuore guarito, con me e suo marito Stefano, lungo il viaggio Firenze – Faenza. Camminando con pazienza. La stessa che mi ero ripromessa di avere quando mi avvisava che, a causa di un guidatore distratto alla guida, con conseguente schiena devastata dall’incidente, non sarebbe potuta essere con me. Ma io dovevo correre anche per lei. Pazienza.

 

Attesa: un anno dopo, senza le mie carrozzine, da sola con le mie gambe. Un’attesa a tratti straziante, dove negli occhi rivedevo tutti i passaggi, ripetevo alle mie gambe di non esagerare nella prima parte, di dare del gas dopo la Colla. L’attesa dell’ora X, che scatta ben prima del sabato pomeriggio, quasi due settimane prima, quando inizio a mettere da parte ogni cosa reputo fondamentale avere con me. Come il fischietto. Lui è il mio portafortuna. Attesa di non attendere nessuno all’arrivo, perché non voglio che nessuno aspetti invano.

 

Salute: con qualsiasi condizione atmosferica, con qualsiasi condizione fisica. Un mantra che sa di Rebecca, un’amica ora, psicoterapeuta di professione. Sarebbe capace di farti arrivare alle Olimpiadi senza che tu possa accorgertene. Si presenta sotto casa la mattina del sabato, con un sorriso nervoso come se volesse correre con me. Ha puntato la sveglia all’ora stabilita, per accertarsi che tutto vada come stabilito, ha scaricato endu, è una mia follower. Salute è conoscersi, così a fondo da voler ostinatamente guardare superop e leggere 44%. Perfetto. A Noto mi sono svegliata con 11% di ricettività organica. Voi direte cos’è questa roba? Chiedetelo ad Adazin #ovunqueada. Salute c’è, andiamo.

 

Sapere: sapere di non sapere. Un meteo studiato alla perfezione, consapevolezza che la pioggia sarebbe arrivata, prima o dopo, in quantità variabile. Sapere che alla tenda c’era tutto il necessario per arrivare all’arrivo. Sapere che al di là della salita, la situazione è tutta in discesa, quella di un ghiacciaio che si sta per sciogliere, e tu vuoi salvarti la pelle. Sapere che c’è un limite, il tuo, diverso da quello di qualcun’altro. Sapere.

 

 

Amicizia: le Cascine salutano i futuri passatori con un abbraccio silenzioso e sincero. Lo stesso scambiato con Poz, per me #dadbabypoz. Si narra di lacrime non versate, di una stretta intensa da sgretolare il muro della crisi di Brisighella. Riusciamo solo a dirci “forza eh” come se una parola è troppa, e due sono poche.

Amicizia sono le Pink (chiamasi Pink triatlete ed aspiranti tali con una S spartana tatuata sul cuore, ognuna specialista in uno sport diverso, tra cui mangiare durante la gara): chi in gara, chi attaccata al pc, chi ingessata a bordo di un’auto altrui. Cristina, Paola e Priscilla: sveglie tutta la notte per festeggiare un arrivo trionfale. Correre saltando tra le pozze non cadendo è un trionfo.

Cristina: non ho avuto il coraggio di dirtelo, ma questa gara è tua. Ci ho messo 30 giorni per metabolizzare la cosa, ma le promesse sono debito, e io sola non ti lascio nel tuo sogno.

Paola: il gesso non ti ha fermato e non ti fermerà. Io credevo fossi una tosta, ho scoperto che sei molto di più.

Priscilla: un entusiasmo pari ad un bambino che vede la neve la notte di Natale mentre apri i regali. “Salta tra le pozze, è divertente”, mi ripeteva. Un abbraccio forte sotto il cartello 99 km. “Ciao ragazzi, andate a prendere la medaglia, quest’ultimo km è tutto vostro”.

Voi siete l’Amicizia.

 

Testardaggine:  se cercate nell’enciclopedia Treccani questo sinonimo troverete “Testardaggine è la sintesi di Simone Pera e Andrea Apicella”.

Simone l’ho incontrato qualche anno fa alla Maratona di Parma, ricordo la sua folta barba che nascondeva il ghigno. Ricordo che non parlava tanto, ma quando lo faceva, ripartivo con una carica da far invidia a Bolt. Unico uomo del gruppo “only100”, ha imparato a mettere lo smalto per salvare le unghia, a spalmare la vaselina per evitare le vesciche, a tirare su il morale quando era venerdì ma sapeva di lunedì. Abbiamo imparato a camminare all’indietro, a dormire a braccetto continuando un passo dopo l’altro, ho imparato di lui che fa le Spartan Race con dislivelli che neanche in cartolina, e prove fisiche da Uomoragno.

Superiamo, superiamo, non facciamoci rovinare la foto. 3,2,1, salta! Dobbiamo ancora lavorare sul timing, ma una cosa era certa: partire e arrivare insieme.

Andrea Apicella: l’uomo che si è riscoperto Superman. Chi è Andrea? Un uomo fantastico, gioca a pallavolo, calcio, corre. Insomma, mette a dura prova i suoi legamenti. Ripetente al Passatore, perchè l’anno scorso ha dato forfait a Borgo San Lorenzo. Lui era la nostra vera missione: fargli superare Borgo e buttarlo giù dalla Colla. Futura moglie alla guida, e futura suocera che per l’occasione si trasforma in una spassatrice di emozioni.

“Simone, fai sentire questo messaggio a Veronica: io oggi mi sono levato una grandissima soddisfazione e l’ho costruita grazie a lei, a voi. Quindi ora mi deve rendere il favore: deve prendere e ci deve essere solo la linea d’arrivo, il resto si sistema dopo”. Lacrime, silenzio e lacrime. Arrivare è sinonimo di testardaggine.

 

Occasione: il Passatore è la mia occasione di rivincita, rinascita, di consapevolezza.

Un’occasione di star zitta, e far riposare le orecchie altrui, per sentire il rumore dei passi sull’asfalto, per vedere le torce intrecciarsi tra la nebbia. Correre il passatore per non pensare, per fare ordine tra i pensieri, per decidere progetti futuri. Ci sono occasioni che capitano una volta nella vita, il Passatore c’è ogni anno, e non ci costringe nessuno a farlo, ma chi resta seduto a guardare non sa cosa si perde. Occasione, unica.

 

Replicare: chiusa una porta si apre un portone dicono. Mi sono detta all’arrivo mai più.

Non sarei disposta a replicare una sofferenza simile, dieci ore sotto il diluvio universale con lo stomaco che decideva di ballare l’alligalli, per poi planare felice su un piatto di amatriciana e una pizza ai frutti di mare.

Replicare, oggi, ho capito cosa vuol dire: accettare la mano di chi si è offerto di aiutarmi, di chi in realtà l’ha fatto anche questa volta, di chi è d’obbligo ringraziare.

Lorenzo, Federica e Nicolas: se tu ti fidi, noi ci fidiamo. Mai parole più vere.

Matteo: due piedi, quattro mani e zero vesciche.

Replicare, osare, replicare.

 

Emozioni: l’emozione è l’urlo prima della curva, prima del tappeto rosso che la pioggia ha fatto diventare rosso fuoco, come il fuoco che vorresti spegnere con la voce.

Emozione è fermarsi allo scoccare delle dieci ore e qualche minuto e urlare “la nostra Paoletta è arrivata”.

Emozione è famiglia: sapete, la famiglia non la scegli, è quella che ti capita. Il mio babbo sogna di fare il Passatore, così come sognava New York. Messina – Bologna – Faenza e in valigia una bottiglia di Passito di Pantelleria. Dimenticavo, e la medaglia: la mia! Il suo scatto felino per mettermi la medaglia gli è valso lo sprint finale delle prossime dieci maratone.

Emozione: Vasco canta “quello che potremmo fare io e te, non lo puoi neanche immaginare”.

Un piano studiato nei dettagli, dal fuso orario, al giocare sul conteggio dei ristori finali. Un volo Dubai – Bologna, con 48 ore di “giochiamo a nascondino” annesse. Come nelle favole, tu sei la mia favola.

 

E’ stato il quarto passatore, la quinta 100 km. Non so quando ci rivedremo Faenza, ma ci rivedremo, io e te abbiamo un conto in sospeso, dalla Colla al cartello, dal brodo al desiderio incontrollato di parmigiano e pocket coffee.

 

“Ci sono due giorni l’anno in cui non puoi fare niente: uno si chiama ieri, l’altro si chiama domani, perciò oggi è il giorno giusto per amare, credere, fare e, principalmente vivere”.

 

#verarunner

 

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