Ma io ne ho fatti centouno!

Ma io ne ho fatti centouno!

Ma io ne ho fatti centouno!

Per raccontare una maratona, o un’altra gara podistica, si inizia quasi sempre dalle sensazioni che precedono lo sparo del via e poi si prosegue con la cronaca sportiva ed agonistica.

Per raccontare il Passatore bisogna invece evitare con cura di sciorinare i tempi dei passaggi, le medie, le tabelle, i confronti con le edizioni passate.La gara è lunga, lunghissima e la cronaca potrebbe diventare … mortale!

Ma almeno una data e un’ora ci vogliono, ecco, è il 30 maggio 2015. Sono arrivato in treno alle 10:20, scendendo alla stazione di Rifredi, poi col bus e a piedi mi dirigo verso il centro della città, senza fretta, facendo un po’ il turista e un po’ … l’umarell.

Infatti, per ammirare i palazzi storici e gli scorci dei giardini interni, devo per forza stare attento anche agli infiniti cantieri che stanno sconvolgendo Firenze per la realizzazione di due nuove linee di tram.

Così, dopo una mezz’ora di zig-zag urbano, nei pressi della Fortezza da Basso,imboccouna strada che, secondo i miei calcoli, va verso il centro, dove è allestito il centro servizi della manifestazione.

Potrei sceglierne almeno un’altra decina, di strade per il centro, ma quella evidentemente mi “chiama”. Che emozione leggere l’insegna e capire che si tratta di “Via Faenza”:un nome, una strada, una meta!

Sono sul percorso ideale del Passatore senza ancora essere partito!

Ecco il mio personalissimo centounesimo chilometro!

Ma le sorprese non sono ancora finite. A circa metà della strada, noto un grande portone aperto e, sulla soglia, una signora in divisa da usciere. Incuriosito, butto l’occhio dentro al portone e scorgo in lontananza i colori tipici di un affresco rinascimentale. E’ fatta, non posso resistere, devo entrare!

Si tratta di un piccolo museo (gratuito!) allestito nel refettorio dell’antico convento delle Monache di Foligno,dove è presente un grande affresco del Quattrocento, attribuito al Perugino, raffigurante l’Ultima Cena.Nella stessa sala che ospita il Cenacolo, sono raccolti anche numerosi quadri risalenti allo stesso periodo, oltre ad uno bellissimo Crocifisso ligneo.

A questo punto ho già “fatto giornata”: sto bene, c’è il sole, sono di nuovo a Firenze (città che ho sempre amato e nella quale ho vissuto un anno durante il periodo militare) e ho appena scoperto un nuovo capolavoro. Con tutti questi “crediti” parto già vincitore, non posso più perdere, non posso più avere paura di questi mitici 100 chilometri, il mio primo Passatore!

Così ben determinato svolgo le veloci formalità di ritiro del pettorale, mi alimento e cerco lo “spogliatoio” che in effetti è un piccolo gazebo, rigorosamente uni-sex, con deliziose finestrelle di plastica trasparenti sulle 4 pareti, molto comode per proteggere la privacy!

Ma tutto quanto qui intorno, poco, molto poco, ha a che vedere con la privacy e il rispetto dei luoghi in cui ci troviamo, essendo tutti noi bivaccati ovunque sotto i portici e nei marciapiedi attigui a Piazza della Repubblica. E duemilacinquecentobivaccati ne occupano di spazio!

Inizio la routine pre-gara, controllo l’abbigliamento, il materiale e gli alimenti che porterò con me. Mentalmente mi scansionoda capo a piedi: cappello, “OK!”; frontale, “OK!”; maglietta, “OK!”, cerotti, “cerotti?”, … i “cerotti!!!!”. Mi sono dimenticati i cerotti, non ci posso credere! Io che vivo di check list (ne ho una per le corse su strada, una per i trail, una per i triathlon) riesco a dimenticare una cosa così fondamentale! Mi crolla il mondo addosso, non faccio nemmeno una mezza maratona senza i cerotti di protezione per i capezzoli, figuriamoci come faccio ad arrivare a Faenza!Panico. No! Niente panico! “Fabio, è un mezzogiorno di un sabato in una grande città, ci sarà pure una farmacia aperta!” Culo, questo è culo, è proprio lì, all’angolo della piazza! E c’è la fila, sono tutti i podisti vittime delle check-list. E chiedono di tutto: vaselina (io ce l’ho); crema solare (ce l’ho), salviettine rinfrescanti (ce l’ho), benda elastica (ce l’ho). E’ il mio turno, “tre euro e sessanta”, sono salvo!

Ora sono a posto, che lo spettacolo inizi!

Alle 15:00 scocca l’ora della partenza che avviene al passo, poi ci si mette a corricchiare e subito dopo di nuovo al passo: cos’è successo? Siamo giunti in Piazza Duomo ed è naturale il rallentamento,necessario per “bucare” quell’umanità variopinta e sorda, che non si è accorta di quel colpo di pistola appena sparato, tutta presa dai selfie di gruppo, da scattare proprio dove dobbiamo passare noi. Ma io, ma noi tutti, rallentiamo per forza, ci manca già il respiro, ci gira la testa: come se non fossero bastate via Calzaiuoli, le altre eleganti vie del centro e la struttura massiccia e armoniosa di Orsanmichele,ora Firenze cala l’asso di briscola –Battistero, Duomo, Campanile, Cupolone – come fare a negare che questa sia “la corsa più bella del mondo”?

Rimaniamo intruppati, non si può andare veloci, così ho modo di ripetere e metabolizzare i consigli di tanti veterani: cammina in salita, corri quando puoi e rallenta, sempre!Conta la disciplina del passo, del respiro, dell’idratazione e dell’alimentazione ma soprattutto il divertimento che provi in quello che stai facendo. E quello che sto facendo non è una gara.

Non è una gara contro il tempo, contro altri corridori; per me è un viaggio, una transumanza, un andare a piedi “da … a…”.

Non è una gara: avete mai visto un maratoneta che scrive SMS mentre corre? O che, sempre col cellulare,  saluta la nipotina? Questo al Passatore succede!

Non è una gara, e c’è chi ne fa anche un pellegrinaggio, come don Luca Ravaglia, che ogni anno al Passatore unisce lo sport e la spiritualità dei luoghi che incontra sul percorso (http://www.100kmdelpassatore.it/?p=4919 ).

Non è una gara, non con tutta l’improvvisazione che noto: scarpe nuovissime, ancora col cartellino del prezzo e zaini enormi, più adatti a un trekking himalayano che a una corsa che fa dell’assistenza capillare uno dei suoi punti di forza (3 punti intermedi con zona cambio, 21 ristori, 20 punti dotati di ambulanza, 12 con posto medico fisso, 10 con il servizio massaggi).

Non è una gara. Come si fa a correre per 10-15 ore indossando solo maglietta e pantaloncini ma con il cellulare in mano? Si vede che il resto glielo fornirà l’assistenza personale e il cellulare serve per sincronizzare il proprio passaggio con la posizione del gruppo di supporto.

E già, l’assistenza. Questa cosa a me non piace, ma visto che questa non è una gara (dove sarebbe vietata, ovviamente) allora va bene anche il bravo gruppo al seguito, che all’occorrenza soccorre, sprona, consiglia, rifocilla, idrata, cambia maglie e calzini, massaggia, asciuga, tampona.

Credo che il Passatore sia veicolo di tanto immaginario non solo per quel numero magico e “impossibile”, centochilometri, ma anche per il coinvolgimento di amici, parenti e famiglie. Perché anch’essi fanno la loro bella fatica! I ciclisti alla fine stanno in sella molte più ore di quelle a cui sono abituati, e la salita c’è anche per loro! Molti li ho visti spingere a mano nei punti più ripidi. E mogli/mariti/figli in macchina devono sfidare code, intasamenti ai passi, mancanza di parcheggi e vigili inflessibili, per poi essere pronti, con la sincronia degna di un pit-stop ferrarista, nei servizi al parente podista.

Mi sono preparato una tabellina per i primi 32 Km, fino a Borgo S. Lorenzo, perché è la parte con più variabili da gestire: il caldo, i diversi cambi di pendenza e perché il primo terzo di corsa è quello che può dare le giuste indicazioni sullo stato delle gambe,del fiato e della capacità di concentrazione.

Rispettata perfettamente la tabellina iniziale, il resto del percorso lo voglio correre molto a sentimento.

Fino al valico della Colla la gara è simile alle altre maratone e ultramaratone a cui ho partecipato: è giorno, si sale e si scende con bella variabilità, si vedono panorami bellissimi e c’è gente, tanta gente. Innanzitutto i concorrenti intorno a te ma c’è anche la festa degli spettatori.

Poi c’è tanta salita, come piace a me! Nel tratto più temuto, i dieci Km tra Ronta e il passo, nessuno osa correre, tutti sono al passo. Ed io, di passo, vado bene e mi prendo anche un po’ di soddisfazioni sportive, recuperando più di 200 posizioni.

Quasi in cima alla Colla raggiungo Francesco e Loris, anche loro della Pol. Porta Saragozza. Dopo i preparativi e le foto pre-gara, sarà l’ultimo momento “di gruppo”. Saliamo per un po’ insieme ma ci separiamo presto durante le operazioni di cambio, dove io me la prendo comoda (molto comoda), impiegandoci più di mezz’ora e perdendo tutte le posizioni che avevo guadagnato in salita.

Riposato, con un cambio completo che mi fa sentire come se fossi appena partito e senza particolari segni di stanchezza, ora inizia la vera novità, come volevo che fosse e che non avevo mai vissuto: una lunga discesa a passo leggero, nel buio, in silenzio, tra i boschi e i suoi profumi. Non essendoci molto da vedere e da fare  la mente inizia a giocare e il profumo dell’erba, dell’acqua del torrente là più in basso, dell’aria stessa, sono i canali di relazione più intensi. Mi sento come il testimone del commissario Montalbano che, in un omonimo racconto, misura il tempo con “l’odore della notte”.

Anche se di concorrenti ce ne sono tanti, mi sento solo, non riconosco più nemmeno quelli che avevano corso di fianco a me nelle ore precedenti. Siamo tutti trasformati, irriconoscibili, con maglie e giacche diverse, con cappelli e scaldacollo, con le lucine rosse agganciate allo zaino per farsi notare da autisti e ciclisti, con la luce frontale che accende le strisce rifrangenti di scarpe, giacche e zaini, nascondendo i profili dei corridori e isolandoli ancora di più.E gli spettatori, spariti!

Per un paio d’ore circa, fino a Marradi (Km 65), tutto questo incanto funziona molto bene. Poi sopraggiunge un po’ di noia ma per una decina di chilometri resisto senza difficoltà. Dal km 76 all’88 ho un momento di appannamento, non posso dire di crisi. Sento meno stimoli e mi accorgo che il passo che avevo in salita sulla Colla era più veloce di quello che riesco a fare adesso. Allora decido che è meglio provare a correre.

Dopo dodici ore e dopo 90 kilometri mi accorgo che sono ancora in grado di correre, non certo velocemente, ma è pur sempre una corsa, continua, senza affanno e senza dolori muscolari. Mi tornano in mente tutti i resoconti che ho letto e che, immancabilmente, raccontano di battaglie epiche contro gambe legnose, articolazioni in fiamme e intestini in rivolta. Ed invece io sto bene, sto proprio bene, sto correndo e mi sto godendo la parte finale di questo viaggio.

Adesso vorrei che non finisse, taglio il traguardo, esulto, e vorrei continuare. So che potrei proseguire ancora. Ma il mio viaggio è finito, e anche qui c’è una sorpresa: pochi passi dopo l’arrivo sono in Piazza della Libertà,ma ame sembra di essere già in Piazza Maggiore, a Bologna. C’è lo stesso grande duomo, con la facciata grezza, proprio come ha San Petronio, la stessa scalinata di marmo bianco e anche la fontana sembra quella del Nettuno,ma la statua del dio del mare l’hanno portata via!

Non so se sia la nostalgia di Bologna oppure la stanchezza di una notte passata in bianco ma credo sia proprio ora di tornare a casa!

Fabio Cristofori, pettorale 1325, tempo finale 13:08:58

Condividi questo post