“Ma quelli lì sono matti…” E’ iniziata così la mia avventura al Passatore 2017

“Ma quelli lì sono matti…” E’ iniziata così la mia avventura al Passatore 2017

“Ma quelli lì sono matti…”

E’ iniziata così la mia avventura al Passatore 2017.  Ne senti parlare una, due, tre volte e poi cerchi instancabilmente le testimonianze di chi lo ha già percorso e ti appassioni sempre di più, e ti assale la voglia irrefrenabile di provarci anche tu.

Oddio, non è proprio che basti la voglia, ti devi guardare dietro, al percorso che hai fatto e dentro per cercare di capire quanto sei disposto a metterci perché l’impresa riesca.

Sono un runner di lunga data con grande passione per la corsa e la distanza, non ho mai cercato la prestazione tanto è vero che, anche per limiti tecnico-fisici, ho raggiunto a 54 anni compiuti il tempo di 3.45 sulla maratona, però ho sempre avuto il sogno della lunga distanza, quel limite non per tutti pur concedendo alle lancette di correre per molto più tempo rispetto ai grandi runner che le fermano molto prima di me.

E così dopo aver studiato meticolosamente il programma migliore per me, il tracciato palmo a palmo con l’aiuto di google.maps.streetview ed essermi allenato percorrendo 1300 km in tre mesi, mi sono ritrovato nella caldissima Firenze con il mio pettorale 2020 in mezzo ad un lunghissimo serpentone di altri fanatici che ci stavano provando per la prima o l’ennesima volta a sfidare il percorso che li avrebbe portati dopo 100 lunghissimi km in piazza del Popolo a Faenza.

La giornata era cominciata con un’alzataccia alle 3,30 e trasferimento a Milano per prendere il Frecciarossa per Bologna e poi il regionale per Faenza. Sbarco un po’ assonnato e cerco lentamente di orientarmi per trovare la palestra da dove partono i bus per Firenze. Me la faccio a piedi – riscaldamento muscolare – e salgo sul bus in mezzo ad un vociare assordante. C’è un posto libero vicino a Massimo con il quale condivido le sue prime esperienze. Lui, il Passatore, l’ha già fatto due volte. E’ alto e pesante, non correrà molto ma è un gran camminatore. Mi da qualche consiglio mentre si intersecano nell’aria le esperienze dei veterani.

All’arrivo a Firenze, andiamo a recuperare il pacco gara che facciamo nostro solo dopo oltre mezz’ora sotto il sole cocente. Prima di cambiarci e consegnare le borse, ci dirigiamo verso il ristorante, dove ci dedichiamo all’alimentazione, senza esagerare. Sappiamo quanto è importante avere benzina disponibile durante lo sforzo non da poco che affronteremo a breve, ci buttiamo sui carboidrati che uniscono energia ad alta e veloce digeribilità.

E’ arrivato il momento di cambiarci. Cerchiamo un angolo dove farlo. E’ un processo lungo, meticoloso, non lasciamo niente al caso. Durante la gara, un calzino fuori posto può voler dire grandi vesciche. Mettiamo le creme dove servirà, indossiamo il cinturone porta pettorale in modo che non dia fastidio. Scatta il selfie per immortalare il tutto.

Consegnamo le borse che ritroveremo alla Colla e a Faenza e altra foto di rito di fronte all’auto con il Passatore ancorato sopra ed una con il grande Giorgio Calcaterra che compare all’improvviso in mezzo ad un gruppetto di tifosi ed è particolarmente disponibile.

Manca ancora quasi un’ora allo start. In una vietta all’ombra, ci sediamo a terra per una telefonata alla famiglia e per raccoglierci con i nostri pensieri cercando la massima concentrazione. Antonio, sulla destra che non vuole tornare a casa a mani vuote (l’anno scorso ci ha già provato ma non ce l’ha fatta), mi versa un bicchiere di birra che fatico a rifiutare. E’ fresca ed è ulteriore benzina. Speriamo che non mi faccia male.

E rieccoci allo start. Che calca, mamma mia, siamo in tantissimi. Adrenalina a manetta, stiamo tutti fremendo mentre lo speaker alza l’incitamento. Attorno, sguardi allegri, non tesi ma concentrati, alcuni alzano il braccio con l’orologio GPS alla ricerca del segnale satellitare.

Via!

Dopo pochi metri, perdo Massimo, e dopo il Duomo incontro Andrea; lui è delle mie parti ma non ci siamo mai visti prima. Parliamo del caldo infernale e mi spiega che bisogna già bere al primo ristoro perché da lì il percorso si inerpica subito verso Fiesole. Cerco di ricordare la cartina altimetrica ma la realtà cui mi trovo di fronte è ben più dura. Sale di brutto e il caldo aumenta. Ci sono appassionati che, appoggiati ai muri di cinta delle loro case o dai balconi, impietositi per l’afa, ci danno un po’ di sollievo con fresche docce che vengono sparate dalle lance che tengono tra le mani. In piazza a Fiesole mi imbatto in Claudio Guidotti con il suo enorme pettorale personalizzato che ricorda la sua 30° edizione. Un vero veterano. E’ sorridente, lui è di queste parti. Scherza col pubblico astante ed elargisce battute e incoraggiamenti a tutti gli atleti. Lo passo ma lo reincontrerò più avanti lungo il percorso e all’arrivo.

Uscendo da Fiesole il tracciato sale più dolcemente e si snoda su colline gradevoli che regalano a sinistra uno splendido panorama. Raggiungiamo il primo GP della montagna a Vetta le Croci che superiamo agevolmente. Il percorso degrada impercettibilmente fino a Borgo San Lorenzo che raggiungo prima delle 18:30. Fa sempre molto caldo ma sorprendentemente sto molto bene. Ho già 32 Km sulle spalle e ora inizia il bello. Da qui è tutta una tirata in fino alla Colla. Mi disseto, mangio e riparto. Mentalmente ripasso il tracciato e mi raccomando di proseguire con il mio passo senza avventurarmi con andature che non posso tenere a lungo e che si faranno sentire con forza più avanti. A Razzuolo, si fa veramente dura, cedo la corsa al passo svelto ma le pendenze sono forti e si fanno sentire. Arrivo alla Colla che le gambe sono a pezzi. Il resto no, ma le gambe sono proprio uno straccio. Sono le 20:50, fa freddo e mi convinco in breve di non poter continuare per molto. Decido allora di entrare nella tenda massaggi. Sono l’unico in mezzo ai tanti addetti liberi; ci sono tanti giovani e alcuni esperti. Ci prova prima un ragazzo a farmi sdraiare sul lettino: mamma che dolore! Polpaccio destro gonfio. Mi tira il piede e riproviamo. Appena provo a flettere la gamba, altro giro. Dolore pazzesco. Mi prende in consegna uno che deve averne fatte di battaglie. Avrà suppergiù la mia età e mi dice di provare a mettermi sul lettino a pancia in giù. Ci riesco ma appena l’uomo appoggia le sue mani sul polpaccio salto come una molla giù e mi rimetto in piedi. Mi guarda perplesso e a quel punto gli dico: “Devi farmelo in piedi”. “Ma come si fa?” risponde. Ci pensa un attimo e poi: “Proviamo”. Affonda le sue dita enormi e callose nei muscoli tesi e un po’ alla volta me li scioglie. Dopo cinque minuti di lavoro mi ha rimesso a nuovo. Prima di andarmene, lo ringrazio tanto e gli chiedo se ce la farò. Scuote lievemente la testa lasciandomi poche speranze. Ma ci voglio provare, esco e vado alla tenda del cambio. Sono troppo sudato e fa freddo devo vestirmi con indumenti asciutti e un antivento. Siamo una marea a spogliarci in mezzo ad una nebbiolina che sa tanto di maschio. Entra anche una atleta che esclama: “Mai visto tanti uomini nudi in una sola volta!” e giù a ridere… Faccio in fretta, riconsegno la borsa che ritroverò a Faenza e vado al ristoro che precede di qualche metro il controllo chip. The caldo e piadina con la mortadella. Non va giù tutto, lo stomaco si è chiuso. Accendo la lampada frontale e riparto piano, pianissimo nel buio della notte che nel frattempo è scesa con prepotenza.

Il percorso è in discesa, con una certa pendenza nei primi 6/7 km che corro trattenendo la velocità. Non posso rischiare di rovinare tutto bloccando gli arti inferiori. Ritroverò un passo più rapido appena le condizioni della strada me lo permetteranno. Ora l’obbiettivo è Marradi al km 65. Ci arrivo passando in mezzo a collinette basse con una volta piena di stelle che mi fanno compagnia. Che spettacolo! Sono solo con i miei pensieri, davanti c’è la flebile luce di un altro atleta, dietro di me il vuoto. Devo ritrovare tutte le motivazioni per andare avanti e concentrarmi su me stesso e sul mio corpo che mi da tanti segnali. Bisogna ascoltare ogni muscolo, ogni terminazione e capire lo stato di usura di ogni organo per trovare gli aiuti e le contromisure giuste e necessarie a portare a compimento l’impresa.

Raggiungo alcuni atleti entrando a Marradi. Ci sono tante persone ad aspettarci, anche se è già tardi. Vicino al banchetto del ristoro ci sono tre dell’organizzazione che hanno carta, penna e qualche medaglia d’argento. Sono lì per quelli che sono partiti per questa destinazione e per chi non ce la fa più e decide di dire basta anziché proseguire e poi ritirarsi.

Rivaluto velocemente la mia situazione, ho davanti 35 km ma non sono messo male, ce la posso fare. Decido di ripartire. La testa è già al prossimo ristoro che ritroverò fra 5 km e poi al successivo e via così fino all’ultimo.

A Brisighella c’è tanto pubblico ad applaudirci e a incoraggiarci, con me arrivano altri quattro atleti. Un uomo mi batte la mano sulle spalle e mi dice: “Ma chi te lo ha fatto fare? ” e poi “Beh, dai, dopo 90 km non vorrai mica fermarti qui, vero? “ Annuisco e vado avanti ringraziando per il supporto.

Passo Errano, non sono stanco, ho superato tante piccole crisi e forse oramai il mio corpo ha smesso di lamentarsi eccetto le gambe che si stanno indurendo di nuovo. Ho alternato tanta corsa e passo svelto ma adesso devo frequentemente far riposare il bicipite femorale posteriore destro. Non manca molto, sento di essere vicino alla meta, quando arrivo alla rotonda della 100 km del Passatore con la sua statua lì ad accogliere gli atleti. Una ragazza dell’organizzazione mi urla “dai che mancano solo due km”, in realtà sono quasi tre ma non importa. Stringo i denti e quando arrivo al 99simo, mi si stampa un bel sorriso in faccia mentre indico il cartello giallo.

Infine eccola là, piazza del Popolo illuminata a giorno. Con le ultime forze accelero perché voglio entrare là dentro dando onore all’impresa e taglio il traguardo con le braccia alzate!

Ce l’ho fatta! Guardo la gente che applaude e  in alto verso il cielo. Mi gira la testa e ho mille pensieri. Faccio fatica a rendermi conto che ho portato a termine il Passatore e con immensa gioia proseguo fino al banchetto di fronte a me, dove una ragazzina mi infila al collo l’ambita medaglia. “Wow! Che bella!”

Telefono a casa, è notte fonda ma so che mia moglie non sta dormendo. Dopo un solo squillo, risponde. Solo due parole per dirle che sto bene e che può riposare.

Mentre mi rifocillo, arriva il Claudio Guidotti che ha portato a compimento il Passatore per la 30° volta! Chapeau!

Nell’euforia, non mi sono reso conto subito che mi sto raffreddando velocemente e c’è un venticello mica da ridere a peggiorare le cose. Recupero rapidamente le borse e aspetto il bus per la palestra, dove potrò fare la doccia e dormire un po’ prima di tornare a casa.

La doccia è una tortura. Acqua gelata. Faccio più in fretta che si può, mi rivesto e vado sul tatami della palestra a cercare un posto tra decine di corpi distesi doloranti,  senza un ordine. Un ragazzo mi passa una coperta. Mi serve, ho bisogno di riscaldarmi. Non dormo ma resto a terra a riposare le membra stanchissime, devo recuperare un po’  di energie per tornare. Alle 8 mangio qualcosa e salgo sulla navetta per la stazione dove prenderò il treno per casa.

Ciao Faenza.

Il viaggio è ancora lungo ma non importa. Sprofondato nella poltrona, ripenso a questa avventura. La medaglia che sfoggio al collo è la ricompensa. Qualcuno mi chiede come è andata, la capotreno mi chiede se ho vinto: “Sì, ho vinto la mia sfida” rispondo con un sorriso.

Alle 18.00 arrivo a Busto Arsizio. C’è mia moglie che mi aspetta, salgo in auto, un bacio e via.

Il Passatore è una esperienza unica. Qualcuno dice che è una esperienza mistica. Per me no, non lo è, ma è un modo per farti conoscere veramente il tuo corpo e ogni singola cellula che e per darti consapevolezza dei tuoi limiti, per questo, a mio modo di vedere tutti, i runner dovrebbero provarla.

La rifarò? Non lo so ma lo spero, di certo questo Passatore 2017 me lo porterò come me per tutta la vita.

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