“Nello specchio della fatica il proprio volto. Nel silenzio e nell’indifferenza dei propri sogni.”

“Nello specchio della fatica il proprio volto. Nel silenzio e nell’indifferenza dei propri sogni.”

 

FB_IMG_1464563325302La gara inizia molto tempo prima del giorno della partenza.

Inizia nella testa, inizia nel cuore, inizia sotto una pioggia battente alla quale si è ormai abituati, la quale bagna soltanto l’asfalto e poco altro.

La mia gara è iniziata con un infortunio, al ginocchio destro più  precisamente, il quale mi ha costretto a stare fermo circa sette mesi.

Il primo passo per guarire, mi dissi, è riconoscere e accettare di essere infortunati, inutile forzare, inutile tentare di accelerare i tempi o credere di stare perdendo qualcosa. Bisognava attendere con pazienza, rispettando se stessi e il proprio corpo.

La risonanza magnetica non era di certo incoraggiante, ma non sarebbe servito a molto pensare di non farcela o peggio ancora di non essere più in grado di correre.

Nonostante cercassi di darmi parecchio da fare per mantenermi allenato con gli esercizi mirati di ginnastica e allungamento in palestra e con alcune sessioni in acqua in piscina, non notavo miglioramenti al ginocchio e la perdita dei progressi fatti fino a quel punto era purtroppo per me evidente.

Verso la fine di Novembre effettuai la visita ortopedica di controllo e il Prof.re Lelli di Bologna che mi visitò mi chiese se avessi intenzione di rifare una ultramaratona come il Passatore.

Gli risposi immediatamente che se fossi stato in grado l’avrei rifatta senza ombra di dubbio perché sarebbe stato un mio grande desiderio.

Mi fornì indicazioni precise per sviluppare al meglio la muscolatura delle gambe per cercare di salvaguardare il più possibile le ginocchia, le quali egli purtroppo confermò il loro stato non particolarmente in salute.

Mi salutò dicendomi che secondo lui avrei potuto riprendere a allenarmi la sera stessa. Avevo tentato già diverse volte a riprendere, ma ogni volta il ginocchio si bloccava dolorosamente dopo appena un chilometro, quella sera invece non successe nulla.

Sentivo che non era perfettamente funzionante, ma perlomeno non mi faceva più quel male insopportabile che non mi permetteva di correre.

Il momento più difficile mi sembrava superato, mancavano sei mesi alla gara, potevo tentare, anche se le premesse non erano di certo le più incoraggianti.

Avevo forse superato l’infortunio, ma ero nel frattempo aumentato sei chili di peso e coprivo al massimo una distanza di otto chilometri, non senza faticare.

Porto un grande rispetto per tutte le distanze, anche le più esigue e contenute, perché nessuna di queste è scontata e acquisendo le più brevi, facendole proprie, si è poi in grado di raggiungere traguardi più distanti.

È facile dimenticarsi di quanto siano impegnativi pochi chilometri, piccoli percorsi, brevi distanze alle quali non si presta la dovuta attenzione.

Un lungo infortunio, uno stop forzato, possono riportarle alla luce attraverso le nostre ceneri e fornire loro la dignità che invece, come qualunque distanza, si meritano. Stare molto tempo fermi rimette in discussione ogni risultato raggiunto, demotivando e dando però allo stesso tempo gli strumenti per ricostruirsi così come già si era riusciti a fare in passato.

Ripercorrere lo stesso sentiero a volte permette di osservare meglio qualcosa che al primo passaggio era sfuggito. Decisi di iscrivermi alla gara, nonostante le prime uscite “ufficiali” fossero davvero poco convincenti, specialmente perché non riuscivo a ricavarne nessun divertimento.

Ogni allenamento e ogni gara di avvicinamento mi procuravano molta sofferenza, sicuramente perché chiedevo troppo a un fisico non più abituato a certi tipi di sforzi. Non potevo però esimermi dall’affrontare certi passaggi, i quali erano il minimo indispensabile per poter cercare di ambire a raggiungere il traguardo di Faenza.

Non avevo confessato a molti di essere nuovamente alle prese con la preparazione della 100 km.

C’è stato anche chi mi sentenziò dicendomi che questa volta non ce l’avrei fatta e che era troppo rischioso partecipare.

“Può darsi” rispondevo guardando altrove, cercando di minimizzare i problemi che sarebbero potuti presentarsi, ma dentro di me, da qualche parte dove non poteva sentirmi nessuno mi dicevo “Stai a guardare. Perché ti faccio vedere come si fa”.

Lo pensavo non tanto per un’inutile presunzione fine a se stessa,  piuttosto per farmi forza e per darmi un sostegno. Sapevo anche io che non avevo più la preparazione dell’anno precedente e che avrei dovuto fare affidamento su qualcosa di diverso e sull’esperienza.

Alla prima partecipazione potevo immaginare che mi avrebbe fatto male, questa volta avevo l’indiscutibile vantaggio di averne la certezza e sapere inoltre anche quando e dove.

Nutro molta ammirazione per la 100km del Passatore, sono di origine faentina da parte di padre e a Faenza e Brisighella ho molti ricordi di infanzia.

Questa corsa fa parte del mio corredo genetico, è un’anima di questa città, dove se ne parla ogni giorno, è quasi un’unità di misura per pesare le persone.

Ogni faentino conosce la 100, non perché gliel’hanno raccontata, ma perché la vive e la sente quotidianamente.

Fare parte di questa corsa, presentarmi alla linea di partenza è per me un privilegio, un atto di amore verso il mio territorio, una ricerca di qualcosa che mi identifica e mi appartiene.

Ci sono momenti durante il lungo percorso che passano veloci, leggeri, impalpabili. Altri, invece, si imprimono nella corteccia cerebrale, li si attende con le grandi aspettative del bambino, del grande sognatore, del giovane illuso.

Lungo la discesa nella notte il vento soffia caldo e il suo alito profuma il volto, accarezza i campi, muove le coltivazioni, increspa l’acqua, pizzica le setole del bestiame e mastica un bacio evanescente sulle guance di chi corre.

E se qualcuno sta correndo in quella notte così piena di spirito e di fatiche, sta sicuramente anche combattendo.

Combattendo contro il proprio destino, contro le proprie decisioni, contro le proprie parole, specialmente contro quelle che non ha mai avuto il coraggio di pronunciare.

Quel corridore di certo combatte per capire qualcosa di se stesso, cancellando molte cose, forse tutto il resto.

Si rimane sempre soli a un certo punto, nel buio pesto e insondabile della fatica, a guardarsi negli occhi nello spazio di un sussurro.

E vedersi per ciò che davvero si è, attraverso la sofferenza e il dolore, anche solo per un attimo, non a tutti può fare piacere.

Il posto dove si scopre qualcosa è quello dove si vuole ritornare. È dove mi sono visto così da vicino da dirmi “tu sei questo”, è lì che voglio ritornare.

Anche adesso, mentre mi alleno e ripenso al tempo trascorso, guardo i campi dove il granoturco è già alto e dove non si riesce a distinguere nulla attraverso il muro dei fusti delle piante che blocca ogni sguardo.

Se fosse il mio destino come quel campo di granoturco, così vicino al lato della strada, così alla mia portata al punto da sentirne il calore evaporare dal suo nutrimento eppure così impenetrabile, silenzioso, invalicabile. Così indifferente nel pieno dei suoi giorni.

Loris Berardi

 

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