“Sempre dritto davanti a te” “Conosco la strada, sono recidiva, grazie!”

“Sempre dritto davanti a te” “Conosco la strada, sono recidiva, grazie!”

 

 

“Sempre dritto davanti a te”

“Conosco la strada, sono recidiva, grazie!”

Per decidere di partire ci vuole coraggio, per decidere di ripartire, di nuovo, per la terza volta, con 3 carrozzine al seguito ci vuole una bella buccia.

Proprio come Stefano Pelloni, il Passator Cortese, soprannome ereditato dal mestiere del padre, traghettatore sul fiume Lamone. Io sono Veronica, e il mio traghetto mi ha permesso di sbarcare nel continente, dalla Sicilia alla Calabria per risalire lo stivale fino alla città della mortadella. Anche io come il Passatore ho frequentato le scuole private: avrebbero dovuto rasserenare il carattere e la voglia di fare mille cose al secondo, ma in realtà finta disciplinata ero e tale sono rimasta. Con un’unica consapevolezza: la 100 è la mia gara.

Dimenticatevi gli allenamenti, le tabelle, il Garmin lanciato sul pulmino a Marradi. Dimenticatevi il riposo e lo scarico pre-gara. Dietro a questo racconto ci sono cambi preparati in borse dei supereroi, visiere marchiate Ironman scritto in cima ai desideri e un naso rosso da clown therapy che fa sorridere te stessa prima degli altri, insieme al fischietto che non ti abbandonerà mai.

C’è la storia di un gruppo chiamato “Andrea e i Corsari della maratona”, dallo slogan “Io so perché corro”. Esattamente corro perché non penso, perché lungo la strada lascio andare le gambe al ritmo che vogliono loro, corro perché mi fa sorridere e piangere allo stesso tempo. Poi corro la cento km perché non si è mai soli, da Firenze a Faenza, da Fiesole alla Colla, a Marradi, dove di persone a terra ne abbiamo viste tante ed è bastato passargli una barretta gluten free/lactose free per donargli una speranza di rialzarsi e ricominciare. Corro la cento perché fortifica la mente, ti fa rinascere e ti da quella rivincita che anche se non sai di doverti prendere e perché, è lì che ti presenta il conto. Un conto fatto di fatica, sudore, colpi di calore e freddo, un conto fatto di abbracci, di sconosciuti che al bar della Colla ti posano sulle spalle una felpa in attesa che arrivi il resto del gruppo.

Quest’anno è diverso: diverso perché il pettorale non è mio, ma di Daniele Serio, colui che nel lontano 2015 mi parlò di una gara corsa anche di notte e poi ancora di giorno. Ricordo impresse nella mente le sue parole “Quando arrivi a Faenza realizzi che nella vita potrai affrontare qualsiasi difficoltà, qualunque essa sia”.

Ci sono tre viti nella schiena che ti hanno bloccato a letto, ma che non ti impediranno di tornare a correre e camminare, c’è una cento che ti aspetta, e io nel mio piccolo dedico a te parte di questa avventura.

Alberto, Andrea P. e Andrea R., Dionigi, Emilio, Matteo, Mina, Silvia, Stefano e Veronica: loro hanno deciso di essere dei briganti o dei birbanti.

Andrea, Rebecca e Francesca: gli spinti. Disabili non per scelta, dalla nascita. Eroi. Punto e a capo.

Il viaggio inizia prima: come quando ricevi una designazione da arbitro e tutto inizia dal messaggio. La gara inizia dal click, da lì sai che non potrai tornare indietro, questione di priorità, questione di felicità.

Ci sono cose intoccabili nell’armadio che metti da parte per settimane, pomate, cibo, sali minerali. Prepari ogni cosa meticolosamente, rispettandoti e rispettando il ruolo che hai. Non si corre per sé, si corre per chi non può, e anche per quei genitori che hanno deciso di affidarci i loro figli ignari o forse consapevoli del caldo che avrebbero sofferto di giorno, del freddo ventoso della notte, delle allucinazioni che hanno caratterizzato le prime luci dell’alba.

Avevamo previsto 17 ore di percorrenza, ma ci sono cose che non puoi prevedere, come i tendini di Matteo che si ribellano, la stanchezza di Andrea, le vesciche di Dionigi. C’è una squadra da compattare e delle forze da unire, quelle poche rimaste perché inizia il tratto più duro, quello della notte. La vera forza sono stati loro, i nostri autisti al seguito che rispettosamente si sono messi a bordo strada e ci prestavano assistenza con le carrozzine laddove necessario, hanno guidato per 40 ore di fila senza mai un cedimento, un tifo costante che neanche la Viola si sogna.

E gli amici dove li metti? Le Pink, i corsari rimasti a casa, i tuoi amici “esordienti” che ti aggiornavano come da promessa ai cancelli orari. C’è una Paola che fa sognare all’1.39 di domenica e regala la prima lacrima del percorso, una lacrima di gioia e di soddisfazione: lei è arrivata tra le donne che contano, tra gli arrivi di una piazza gremita di gente che accoglie i top runner. C’è un Simone che prova a chiamarti, ma il segnale impedisce la connessione in altitudine, bisognoso di sentire la voce di chi è sul percorso come lui. C’è Debora che parte sola, senza zaino, senza nessuno, contro tutto e tutti, senza sapere che farà qualcosa di stratosferico. Ci sono Silvia ed Ellen, scortate da uomini veri che sollevano le braccia al traguardo e tu te le immagini esattamente così.

C’è un fuso orario lontano ma vicino, che ha giurato di non essere sul percorso e invece era lì, pronto a sorreggermi la testa e non farmi esplodere i pensieri negativi, e la tentazione di prendere le scarpe e lanciarle giù da Casaglia, che non è a Bologna.

C’è un papà meraviglioso che esattamente un anno fa ha scoperto di andare a New York per fare la sua prima maratona, e si ritrova a fare assistenza ad un branco di pazzi dal cuore grande, che decide di correre accanto a te rischiando la vita alla frase “forza manca solo una maratona”. Parlare solo se interpellati, è la regola n. 0 di chi fa assistenza. Consapevolezza ed esperienza. Lui conosceva perfettamente le mie borse, la loro composizione, i miei panini al prosciutto e all’olio di cocco (Grazie capitano Rob). Lui ha capito perfettamente quando è arrivata la crisi e non è intervenuto, perché sono grande e sono abituata a far le cose da sola. Il mio papà ha capito al cartello Brisighella che mi si è chiusa la vena e riaccesa la luce e ha iniziato a correre dietro di me.

C’è una famiglia adottiva, fatta di due persone “Cristina e Stefano”, svegliatisi alle cinque del mattino per lasciare la macchina a Faenza e venirci incontro con le bici. C’è una riserva di pocket coffee che Cristina ha regalato a chiunque passasse per strada, che è scesa dal suo cancello quando volevo camminare per poi risalire in sella quando volevo correre. Loro mi/ci hanno scortato fino alla fine, con impressa nei loro occhi la meraviglia di aver fatto parte di questo nostro viaggio, con profondo rispetto e ammirazione.

C’è che abbiamo dimenticato la bandiera nel furgone e abbiamo atteso a 500 metri dall’arrivo per dieci minuti, tempo che mi ha permesso di prendermi l’abbraccio di Anna (una bimba di 3 anni che è stata spinta dal suo papà romagnolo per tutta la gara), e il doppio abbraccio di Cinzia.

C’è aria di premiazioni interrotte o semplicemente posticipate perché Faenza si ferma, in quella Piazza del Popoli che diventa un guscio pronto ad accoglierti e proteggerti nell’ultima fatica. Ho provato a contarli e non guardare negli occhi nessuno, perché sapevo l’effetto…Ho visto Uacchino alla fine così come alla partenza.

Abbiamo rallentato per goderci gli ultimi passi, per prenderci quell’applauso meritato e sofferto, quest’anno più del solito, quel riconoscimento desiderato da chi nella vita non ha avuto le gambe per correre ma ha avuto la gioia di sentire il vento in faccia senza la necessità di tirare i freni.

C’è un Re incoronato terzo, come il numero dei nostri passatori, che si toglie dall’area vincitori e ci viene incontro per abbracciarci uno ad uno, così come fatto a Firenze, per mettere la medaglia ai nostri ragazzi e ringraziare noi di avergli regalato un sogno. Perché il sogno è finirlo, non la posizione in classifica.

C’è la voglia di non ripartire perché questo ricordo vuoi tenertelo stretto più a lungo possibile, per fare tesoro di quello che hai imparato, e di quello che ancora non sei pronta ad imparare.

C’è che ormai ho imparato a sognare e non smetterò.

#veropower

#andreaeicorsaridellamaratona

#iosoperchecorro

 

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