Sognavo il Passatore da quando ho cominciato a correre… di Filippo Ardesi

giugno 26, 2018 in IO C'ERO, NEWS

Mi chiamo Filippo Ardesi e sono stato dipendente dall’eroina da quando avevo 17 anni. Oggi ne ho 45 e ho corso l’ultimo Passatore in 10 ore, 13 minuti e 36 secondi.

Ho sempre amato lo sport, sono un agonista, sento lo spirito “sano” della competizione. Da bambino ero una promessa del tennis, poi ho imboccato una strada sbagliata e mi sono smarrito. Per più di 23 anni ho perso il controllo della mia vita, ho perso la mia dignità, dilapidato soldi e affetti. Il mio unico obiettivo era procurarmi la droga, per una dose di eroina ero disposto a tutto.

Quando ho deciso di entrare nella comunità di San Patrignano avevo toccato il fondo. Non so come sia maturata in me, dopo così tanti anni di tossicodipendenza, la determinazione di smettere: forse, mi sono semplicemente reso conto che, se avessi continuato così, mi sarebbero rimasti pochi giorni da vivere.  Sulla “collina” ho trascorso 4 lunghi anni: anni difficili, tormentati, durante i quali ho creduto mille volte di non farcela e mille volte ho reagito, facendo appello a una forza che non credevo di avere. È stato proprio durante la mia permanenza in comunità che ho riscoperto l’amore per lo sport, che avevo seppellito chissà dove nel mio cuore. In particolare, mi sono appassionato alla corsa, la disciplina che più di tutte mi permetteva di scaricare le tensioni e di sentirmi libero, anche solo per un breve momento della giornata. Sono entrato nella podistica, la San Patrignano Running Team, e ho cominciato a gareggiare in varie maratone insieme ai miei compagni di squadra.

Verona, Roma, Rimini e poi, a novembre, il grande sogno, l’obiettivo di tutti i podisti: la Maratona di New York. È stata un’esperienza incredibile. Non solo per la bellezza della città, che ho assaporato mentre correvo, ma soprattutto perché sono riuscito a tagliare il traguardo in 2:49: un tempo pauroso, su cui nessuno, alla vigilia, avrebbe mai scommesso. Da quel momento mi sono convinto di una cosa: niente è impossibile se lo vuoi veramente, non esistono limiti a ciò che di meraviglioso puoi fare per te stesso e per gli altri.

Questa stessa convinzione mi ha spinto a iscrivermi al Passatore, sebbene tutti mi dessero del matto e mi ripetessero che, senza una preparazione specifica, non ce l’avrei mai fatta. Sono uscito dalla comunità solo da pochi mesi e ho iniziato subito a lavorare a tempo pieno , dunque non ho potuto preparare la gara come avrei voluto. Ma non mi sono scoraggiato. Sognavo il Passatore da quando ho cominciato a correre nel recinto angusto della comunità, ogni giorno mi dicevo che quella sarebbe stata la mia prima gara non appena concluso il percorso di recupero. E così è stato.

Sono andato a Firenze contro tutto e contro tutti e ho semplicemente fatto quello che faccio ogni giorno: mi sono messo a correre. I metri sono diventati chilometri, la pianura si è inasprita ed è diventata collina e poi montagna, il sole bollente di quel pomeriggio ha lasciato il posto alla notte buia, gli schiamazzi entusiasti della gente si sono placati. Ovunque regnava un silenzio irreale, un silenzio che non dimenticherò mai. Sentivo solo il mio respiro, il respiro che mi diceva di non fermarmi, di andare avanti ancora e ancora. E, in effetti, non mi sono mai fermato, nonostante la fatica e i crampi agli ultimi, infiniti, chilometri. Mentre correvo mi sono ricordato di tutte le persone che non mi hanno mai abbandonato, nonostante tutte le ferite che ho inferto loro: la mia famiglia, innanzitutto. I ragazzi conosciuti in percorso, il mio allenatore, che mi ha accompagnato in bicicletta durante tutta la gara, i miei amici. Una persona speciale che ho conosciuto in occasione della maratona di NY e che non avrei mai sperato di poter incontrare lungo la mia strada. Una ragazza che mi regala ogni giorno coraggio e sorrisi.

Quando, a Faenza, ho visto da lontano il traguardo, ho avuto la conferma: tutte le grandi conquiste richiedono fatica e sudore, ma sanno al contempo regalarti una gioia infinita. Le emozioni che ho provato sono state talmente forti che non vedo l’ora di rifare la gara nel 2019. Sì, voglio correre ancora, voglio divertirmi, voglio riprendermi tutto. Le cicatrici che mi porto addosso dalla mia vecchia vita sono ben visibili e mi ricorderanno sempre chi ero e quanto male sono stato capace di fare, a me stesso e agli altri. Ma non è mai troppo tardi per invertire la rotta: bisogna solo avere fiducia nella vita e credere che le cose possono cambiare, se lo si desidera veramente.

Arrivederci alla prossima edizione!

P.S. Quella stessa ragazza mi ha aiutato a scrivere questo testo, quindi voglio ringraziarla e dirle ancora una volta che, malgrado non fosse fisicamente presente mentre correvo quei 100 km, in realtà è stata accanto a me fino all’ultimo attimo.